5. Letture d'altrove

Sul perché l’arabo è (anche) una bicicletta verde dell’Arabia saudita

Dopo una breve pausa per riprendere il fiato “Letture D’altrove” torna a raccontarvi nuovi orizzonti creativi. Questa volta lo facciamo con la voce dell’arabista Chiara Comito, curatrice del blog Editoriaraba che ci propone un doppio viaggio: uno personale in cui ricorda le ragioni che l’hanno portata a decidere di studiare la lingua araba e l’altro compiuto attraverso il film saudita “La bicicletta Verde” della regista Haifaa Al Mansour di cui ci propone la recensione. Il film è stato una grande rivelazione per il pubblico e la critica durante l’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia ed è approdato qualche settimana fa nelle sale cinematografiche italiane.

bicicletta verde

Un contributo di Chiara Comito per la stanza degli ospiti

A volte dimentico perché tanti anni fa presi la decisione di mettermi a studiare proprio l’arabo, tra le tante lingue parlate. Era il 2002, il mondo era ancora sotto shock per gli attentati alle Torri Gemelle e io, fresca di diploma e di inesperienza (come solo un liceo romano del centro può renderti), mi trovavo proprio a New York per studiare l’inglese. Quando prendevo la metropolitana da Brooklyn, dove abitavo, per andare a Downtown Manhattan dove si trovava la scuola, spesso ero l’unica faccia europea in una metropolitana che sapeva di Asia, Africa e America del Sud. A scuola, più che italiana mi sentivo europea. Ma quella che all’epoca sentivo essere la mia corazza da giovane europea nulla poteva contro un’atmosfera di panico generalizzato che strisciava nelle strade della Grande Mela. I newyorkesi tuttavia facevano sfoggio di patriottismo, un po’ kitsch e opprimente: nel cortile della casa in cui vivevo una bandiera a stelle e strisce sventolava impavida sotto un sole umido e afoso. E così tante altre bandiere USA, nelle numerose villette a schiera, tutte uguali, che si affacciavano sul viale di Brooklyn e nelle strade limitrofe.

Io invece mi ritrovavo a scivolare, furtiva e impaurita, nelle strade della città, tra la metropolitana, i negozi, Little Italy e Central Park. Il 4 luglio non uscii di casa perchè c’era il timore che ipotetici attentatori avrebbero piazzato una bomba nelle gallerie della metropolitana. Non successe nulla di tutto ciò, naturalmente, ma ricordo ancora come fosse oggi un servizio trasmesso in TV in cui le autorità americane mostravano il punto in cui ritenevano la bomba sarebbe stata messa.

Nonostante la paura mi avesse contagiata, coltivavo un sogno – non ancora realizzato: andare a lavorare nei campi profughi in Palestina come cooperante. Avevo letto per conto mio del conflitto in atto in quella parte di mondo ancora a me sconosciuta (non a scuola, chè eravamo arrivati solo alla seconda guerra mondiale, e col fiato corto) e aveva preso una mia posizione.

Fu proprio in quella torrida estate newyorkese, nonostante il clima da fine del mondo post-11 settembre, che decisi che l’arabo era la mia strada. Il mondo era cambiato per sempre quel giorno di settembre, e io ancora non lo avevo realizzato davvero. Però volevo saperne di più, dovevo capire, volevo imparare e superare i miei confini da italiana, europea, occidentale.

E così, durante la pausa pranzo dalle lezioni, mi infilavo nell’aula Internet della scuola, per cercare un corso di laurea in lingue a Roma dove poter imparare quella lingua dall’alfabeto così affascinante. Lo trovai e ad ottobre del 2002, tornata in Italia, frequentavo già le lezioni all’Università di Roma Tre. E con l’arabo, e la letteratura araba, fu amore a prima vista.

Come dicevo all’inizio, a volte mi dimentico perché decisi di studiare l’arabo. Qualche sera fa, nel vedere al cinema il film saudita La bicicletta verde (Wadjda, 2012), mi sono ricordata perché.

La bicicletta verde è un film coraggioso per molti motivi: prima di tutto, è stato girato da una donna, interamente in Arabia Saudita e con attori locali. É un film sul sogno semplice di una bambina di possedere una bicicletta, per poter pedalare in libertà per le strade della sua città, come i suoi coetanei maschi. E poi perchè sfida le convenzioni e ci mostra una società di fronte alla quale l’Occidente si ostina a guardare in monocromia. L’Arabia Saudita, dici? C’è il petrolio, sono alleati degli Stati Uniti, e le donne non possono guidare. Fine della storia.

Ma alla lunga la monocromia stanca e chi non sa guardare con occhi nuovi è destinato a finire solo, vittima dei propri pregiudizi e delle proprie convinzioni stantie.

Nel film invece ci sono delle bellissime sfumature di colore che traspaiono dal nero del velo delle donne e dal bianco delle vesti degli uomini. C’è, ad esempio, una bicicletta verde che è simbolo di libertà e coraggio senza confini, e c’è una bambina che è disposta a tutto, pur di vincere i soldi che le permettono di sentire il vento tra i capelli. Ci sono delle giovani studentesse che si pitturano le unghie con lo smalto blu elettrico e leggono riviste patinate. C’è un bambino che già ama la sua amica, coraggiosa e sfrontata, e sogna di sposarla. C’è anche una giovane madre, che ama la figlia di un amore che va oltre i pregiudizi e le convenzioni sociali.

Ma in Arabia Saudita vivono anche scrittori e scrittrici brillanti e attiviste che sfidano il divieto imposto alle donne di non guidare. E può capitare che un piccolo film come La bicicletta verde vinca al Film Festival di Dubai come miglior film in lingua araba e la sua giovane protagonista venga premiata come migliore attrice.

Quindi perchè l’arabo?

Perchè sono passati 10 anni da quando vivevo a New York e fiumi di inchiostro sono stati versati sul mondo arabo, ma ancora lo sguardo che vi si posa è un misto di Orientalismo e timore. Il mondo di oggi, costruito sui bisogni e i desideri di un Occidente stanco e malmesso, sta diventando sempre  più monocolore e io sento il bisogno della mia bicicletta verde, come simbolo di un futuro che sa andare oltre gli stereotipi e le logiche binarie buoni/cattivi. L’arabo è la mia bicicletta verde: mi ricorda che esistono altri punti di vista, altri orizzonti, altri sistemi di pensiero e che è nostro dovere rifiutare la monocromia e le chiusure della mente.

Il messaggio che ci consegna La bicicletta verde è una lezione universale che va ben oltre le geografie mentali e dello spazio in cui ci hanno ristretto e a cui ci siamo abituati. E io rivendico a gran voce il diritto di poter vedere in futuro tante altre biciclette, di ogni forma, paese e colore.

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7 thoughts on “Sul perché l’arabo è (anche) una bicicletta verde dell’Arabia saudita

  1. Io credo invece che l’umanità intera sappia naturalemte che l’uomo ovunque sulla terra è ricco di pensieri.
    A non saperlo invece pare siano quelli come Mohamed Al Arifi e quelli che gli danno retta.

    A non saperlo pare sia quel mondo che sostiene quelle violenze e quel genocidio in Siria, per citare uno dei 50 esempi di guerra per procura in vigore.

    A me pare di percepire che sempre più spesso non c’è confine reale tra le coraggiose sfide delle avanguardie artistiche e il potere di chi decide di soffocarle o di usarle.

    E mentre l’uomo crede di avvicinarsi sempre più a se stesso, se ne allontana: procede in avanti, ma su un pavimento a rullo che va nella direzione opposta.

  2. Pingback: Sul perché l’arabo è (anche) una bicicletta verde dell’Arabia saudita | loren20tel's Blog

  3. concordo, soprattutto sull’ultimo punto dello scritto.
    Occorre però un po’ di tempo per metabolizzare e accettare un punto di vista così radicale.
    Visto lunedì scorso, ne ho parlato proprio oggi sul mio blog.

  4. Pingback: La giornata mondiale della lingua araba è oggi! | editoriaraba

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