4. Espressioni

Ponti e ostacoli

Andiamo e torniamo

noi figli vagabondi con l’innata necessità di superarvi

voi che ci lasciate partire

bridge

Foto:”The bridge” di Umair Mohsin

e poi vi stupite vedendoci tornare cambiati

Ci tempra il tempo, ci induriscono le distanze

viviamo le nostre insicurezze come insuccessi

e poi torniamo (fingendoci) fieri

ma siamo bisognosi

di qualche pacca sulle spalle

e qualche spalla su cui piangere

perché da tanto non abbiamo pianto

Distanza abbaglia

rendendo legati dalla vita degli sconosciuti

Paradosso: vi superiamo e vi sentite traditi

eppure mai senza di voi ce l’avremmo fatta.

E quando ti rimane null’altro che una sgradevole sensazione di sospeso, come se qualcosa di vitale fosse rimasto di là e qualcos’altro fosse ricresciuto di qua, senza una precisa forma, senza un nome e come senza le radici? Soltanto un dolore, sgradito ma sopportabile, come una densa scia di fumo all’interno di una stanza con le finestre chiuse e i soffitti alti. Sopporti perché sai che, se attraversi la stanza, e allunghi la mano verso la finestra, tutto cambierà. Sai che le radici non si spezzano e che l’amore è un filo d’oro, indistruttibile.

La via di fuga dal dolore c’è. Ma, da dove scappi? E cosa cerchi? Chi sei? Chi sei stato? Chi sei diventato? Chi avresti dovuto diventare? Chi si sarebbero aspettati, loro, lei, i tuoi genitori, tua madre?

Ce ne andiamo. Partiamo. Valigia, coraggio e via. E poi torniamo. Viviamo per tornare, per riabbracciare, per rivedere. Ma non torniamo mai più gli stessi, né li troviamo uguali. Ahimè, le distanze si insidiano tra le pieghe delle nostalgie da ambo le parti. Invece di acquietarsi, si agitano ad ogni incontro. Senza i consapevoli perché, semplicemente accade.

Certo che ami, che rispetti, che sei felice ad ogni ritrovo, ma talvolta ti senti un perfetto estraneo. Un perfetto estraneo ovunque, che croce! Ti devi, o almeno credi di doverti, giustificare, adeguare, abbassare, devi compensare, mediare, comprendere, collegare, avvicinare, persino mentire. L’altro rovescio della medaglia del progredire è la solitudine, quella interna, intensa, indipendente dalle persone che ti circondano.

Ti senti solo quando guardi negli occhi tua madre e la senti lontana, distante, discordante da ciò che sei diventato altrove. Ti vuole bene, perbacco, con tutto il suo cuore, ma per molti versi non ti comprende più. Sei…diverso, cosa ti hanno fatto? Chi sei ora? Hai perso per strada qualcosa che non doveva andare perso. Non ci sono più i valori di una volta. Non ci sono ponti senza gli ostacoli fra le sponde del fiume della vita che divide e unisce chi rimane e chi se ne va.

E com’era, una volta? Forse non del tutto bene, se siamo partiti. Nella migliore delle ipotesi, mancavano gli stimoli, e già tanto bastava per avventurarsi. Pure la saggezza popolare dice che mai torni come sei partito, perché, ora, tutto questo stupirsi? Il mondo va avanti, evolve, aliena, assimila, mescola, zippa, taglia. E noi facciamo del nostro meglio: portiamo con noi quanto possiamo portare, distribuiamo quanto ci è possibile, quanto ci è concesso, e quanto ci sembra opportuno.

Dai, mamma, per favore, non guardarmi così, sono sempre io, tua figlia, tuo sangue, tuo progetto. Mi sono mossa, sì, mi sono adeguata, sì, mi sono integrata, sì, ma se tolgo tutte queste maschere e tutti questi orpelli e tutte queste protezioni, sono io, perché non mi riconosci più?

Odio l’attimo in cui nel suo sguardo si interrompe la luce. Suona tremendo, eppure succede: le distanze allontanano anche i più vicini. Odio quell’attimo perché è caotico, perché fa sì che, nel buio del suo sguardo, io mi interroghi convulsamente su chi sono e come dovrei essere, senza riuscire ad afferrare le risposte. Si risveglia il vuoto, quella sensazione di sospeso, quel dolore lieve, imprecisato, persistente…una polpetta indigesta di gap generazionale farcito di “organismi geneticamente modificati” prodotti dal “fenomeno valigia”.

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6 thoughts on “Ponti e ostacoli

  1. Non so come ringraziarti, sei stata così brava a descrivere questi stati dell’anima: tanta penosa fatica e nessuna medaglia! Come se oggi partire e patire fosse una scelta non indotta. E’ un’ingiustizia che il mondo intero venga spinto via da sè stesso, via dalla propria casa in ogni senso, a vagare in pena, in giro per un universo di lievi angoscie da cui liberarsi giorno per giorno. E’ un lavoro amaro che distrugge il mito del viaggio e la sorpresa bella dell’altro perchè ciascuno è impegnato nella ricerca di sè e di un pò di serenità. Alla ricerca di fino in fondo dove questo mondo sia andato si è andato tutto a finire. E ogni volta uno sforzo per tornare a galla. Credo che perfino per chi rimane, percepita ma non focalizzata, venga vissuta una sensazione di sfollamento dal sè, perchè spogliato dai propri cari partiti.Una condizione non protestata, come se quei pochi che sfilano la terra da sotto i piedi all’umanità intera avessero il diritto di farlo! Le tue descrizioni sono così plastiche che ti viene voglia di prenderle in mano e di mostrarle finalmente a sè stessi e al mondo intero: “Ecco! Vedi? E’ questo! Quell’amore in filo d’oro indistruttibile e quell’attimo in cui nel suo sguardo si interrompe la luce, come un interruttore subito, azionato senza sapere di fare male, di sospedere l’amore e accendere il vuoto. E si rimane così. Senza nemmeno il diritto di piangere, perduto con la partenza.

    “…ma siamo bisognosi
    e qualche spalla su cui piangere
    di qualche pacca sulle spalle
    perché da tanto non abbiamo pianto…”

    “…Soltanto un dolore, sgradito ma sopportabile, come una densa scia di fumo all’interno di una stanza con le finestre chiuse e i soffitti alti…”

    “…Sai che le radici non si spezzano e che l’amore è un filo d’oro, indistruttibile…”

    “…Ce ne andiamo. Partiamo. Valigia, coraggio e via. E poi torniamo. Viviamo per tornare, per riabbracciare, per rivedere…”

    “…Un perfetto estraneo ovunque, che croce!…”

    “…Dai, mamma, per favore, non guardarmi così…”

    “…Odio l’attimo in cui nel suo sguardo si interrompe la luce….
    Si risveglia il vuoto, quella sensazione di sospeso, quel dolore lieve, imprecisato, persistente…”

  2. È una bella descrizione della condizione umana e in particolare modo della persona che ha fatto della distanza un luogo di vita e di riflessione. Grazie
    Adel Jabbar

  3. è una situazione in cui mi trovo da qualche tempo e su cui rifletto con tanta tristezza e conflitto interno e purtroppo con poca possibilità di risolverla oppure superarla insieme ai miei cari lasciati nel mio paese dato le distanze fisiche o le distanze non fisiche descritte anche nel tuo pezzo. grazie 🙂

  4. Di fronte a queste tematiche delle partenze e dei ritorni e non ritorni (perché non si ritorna mai nello stesso luogo, e ancoro meno dalle stesse persone) mi vengono in mente due libri ” La doppia assenza dalle illusioni dell emigrato alle sofferenze dell’ immigrato” di Sayad Abdelmalek e “La migration comme metaphore” (che sto leggendo in questo momento) di Jean-Claude Métraux

  5. confesso di aver scritto questo pezzo piangendo, dall’inizio alla fine, al punto che a malapena vedevo le lettere della tastiera…un attimo di scoramento:) ma poi ci si rialza, e si va avanti. è bello condividere e scoprire che i vicoli ciechi nei quali ti sembra di esserti smarrito sono stati già raggiunti da molti altri prima di te… tutto si ridimensiona. ed è speciale la forza che ne emerge. grazie mille a tutti!

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