5. Letture d'altrove

Mandorle amare e parole indigeste

Opera di Elisabetta Libanore

Opera di Elisabetta Libanore

Per la rubrica “letture d’altrove” ospitiamo Elisabetta Libanore, arabista, calligrafa e insegnante di lingua italiana per stranieri, che partendo dalla lettura di “Mandorle amare” della scrittrice francese Laurence Cossé (Edizione E/O), ci porta ad indagare il significato di alcune parole e del loro uso nell’ ambito dell’insegnamento di italiano per stranieri. Con una vena polemica di chi in quell’ ambiente ci lavora decostruisce alcune parole svelandone la carica di buonismo e di ipocrisia.

Di Elisabetta Libanore

Se è vero che la prerogativa principale di una lingua risiede nella sua natura mutevole, nella capacità di evolversi e cambiare nel tempo adattandosi al contesto che la ospita, è pur vero che essa non sopravviverebbe senza essere strumento di colui che applica le proprie virtù intellettive e intuitive per utilizzarla: l’uomo.

Questi però, pur sapiente artefice – consciamente o meno – di tali cambiamenti, dovrebbe talvolta ridimensionare il proprio potere creativo in fatto di vocabolario e non trascendere, ovvero cedere meno alla tentazione del cosiddetto ‘politically correct’.

Infatti, suona certo molto fine chiamare coloro che rendono le nostre strade piacevolmente percorribili ‘operatori ecologici’, ma rendeva molto meglio l’idea il denominarli spazzini; i bidelli, da parte loro, godevano di quell’alone particolare misto di severità e accondiscendenza che oggi raramente si associa all’idea di ‘collaboratore scolastico’. Per non parlare degli uomini di colore che, abbandonato il nero, rischiano di ritrovarsi nelle ormai tristemente note sfumature di grigio o di rosso.

Lo spunto per questa mia dissertazione a tratti polemica nei confronti dell’uso troppo convenzionale delle parole giunge dalla mia ultima lettura: ‘Mandorle amare’ di Laurence Cossé.  Una acculturata donna francese della media borghesia decide di insegnare a leggere e scrivere alla propria domestica marocchina che alla veneranda età dei sessanta si ritrova analfabeta non solo in francese ma anche in arabo, la propria lingua di origine. Il libro risveglia la mia curiosità non soltanto perché tratta un argomento che mi riguarda da vicino, ma soprattutto perché mi spinge a riflettere sui termini universalmente utilizzati a proposito di coloro che non sanno né leggere né scrivere.

Innanzitutto, leggendo il libro scopriamo fin da subito che – siamo in Francia ma il discorso è estendibile all’Italia – analfabeta è diverso da illetterato, nonché da principiante e da principiante assoluto, ormai sapientemente sostituito da non scolarizzato, che dovrebbe alleggerire da qualsiasi accezione negativa dei termini.

Dunque, la diatriba sta già nella distinzione tra analfabeta e illetterato. Qual è il termine migliore da utilizzarsi in riferimento a una persona che non ha mai imparato né scrittura né lettura senza risultare offensivi? Ecco che sopraggiunge il già citato convenzionalismo – esagerando potremmo dire una malcelata ipocrisia. Si dà il caso che quest’ultima appartenga in particolar modo alla società moderna, in cui gli individui, sempre meno in grado di adottare uno spirito critico o di difendere coraggiosamente le proprie posizioni, affibiano a parole altre la responsabilità di un proprio modo di pensare che sono incapaci di gestire.

Pare che, come si evince dal libro, l’analfabeta sia chi non ha mai imparato a leggere e scrivere, mentre l’illetterato chi ha imparato e poi ha dimenticato. E quando Edith, la acculturata donna francese, cercando conferma di questa distinzione – che non ha ritrovato nei suoi due dizionari – la accenna alla commessa nera della libreria ‘specializzata in Africa’, si sente rispondere che sì “in effetti. L’illetterato è di sangue francese, l’analfabeta è un immigrato”.

Anche nel dizionario di lingua italiana, non ho riscontrato differenze tra i due termini, che vengono considerati sinonimi.

Una distinzione ulteriore viene però fatta nel libro quando Edith legge su internet che gli analfabeti non si vergognano della loro ignoranza, perché al contrario degli illetterati non hanno colpa, è solo mancata loro una possibilità.

Posso garantire per esperienza personale che questa definizione, almeno nella maggioranza dei casi, non corrisponda alla realtà: le donne marocchine analfabete, – o per scansare l’equivoco potremmo dire più semplicemente digiune di alfabeto? – abitanti nella mia città, cui io cerco di insegnare la lingua italiana, sono ben contente di imparare un codice nuovo, sconosciuto, che le renda in qualche modo protagoniste del proprio vivere in un paese straniero, già di per sé pieno di ostacoli. È anche in un certo senso un partecipare alla modernità, un ritagliarsi un angolo di mondo per alleggerire il peso della estraneità, una sorta di rivincita personale che compensi le mancate possibilità di cui prima. Di conseguenza, percepisco in loro molto spesso la vergogna di non aver potuto accedere al mondo della scrittura, come se non ne fossero state all’altezza: quando mi capita di dire a qualcuna ‘va bene, vedrai, piano piano sarai in grado di leggere’ l’unica risposta che ricevo è – a parte inshallah che accompagna tutte le azioni – ‘speriamo!’, come non dipendesse da lei, o meglio come se non potesse essere ammessa all’universo misterioso delle lettere.

In ogni caso, difficilmente queste donne si arrendono: è così entusiasmante scoprire con che tenacia, nonostante le difficoltà e la vita piena di incombenze e la quotidianità soffocante, continuino a venire a scuola, con la consapevolezza che la cosiddetta alfabetizzazione le renderebbe più autonome e indipendenti: chissà cosa deve provare per esempio una madre costretta a ricorrere al proprio figlio in qualità di interprete.

Tornando al libro, in esso internet ci rivela anche che oggi alla parola analfabeta – legata ad esempio ai vari ‘corsi di alfabetizzazione– si preferisce la parola principiante o principiante totale. Tuttavia, per quanto il termine voglia apparire meno offensivo–  (come fosse un’offesa dare dell’analfabeta e quindi una vergogna esserlo), travisa la realtà. Le donne cui io insegno sono sì principianti, ma analfabete, il che significa che non hanno mai avuto contatti con la scrittura. Il termine principiante presuppone, a mio parere, un qualche background già esistente: io italiano sono principiante in un corso di inglese, ma già possiedo un codice – l’alfabeto – che mi permette di cominciare ad imparare in modo immediato. Questo modo di intendere i termini si riflette poi nella produzione editoriale didattica: possiamo affermare che non esistano quasi manuali di alfabetizzazione vera e propria, che partano dall’insegnamento delle stesse lettere dell’alfabeto – nonché della gestione dello spazio nel foglio ,dell’impugnatura della matita, della postura – e non dall’assemblaggio di sillabe già composte.

Le parole sono importanti. Significato e significante devono ben interagire tra loro. Ma talvolta l’attribuire troppa importanza alle parole ci allontana dal loro vero significato, o per lo meno dalla loro corrispondenza alla realtà. Ecco perché mi ritrovo polemica verso certi adattamenti linguistici che, più che seguire naturalmente l’evolversi di usi e abitudini, se ne allontanano in virtù di atteggiamenti politicamente corretti, che poco aiutano nello svolgimento di azioni pratiche.

Ecco perché mi fa sorridere nel libro la responsabile del centro di lingua italiana per stranieri che “per inciso corregge Edith: non si dice più analfabeta ma non scolarizzato”: come se fosse la scuola la discriminante tra chi sa leggere e scrivere e chi no. Sappiamo bene che tante persone hanno imparato a farlo senza bisogno di chiudersi in un edificio scolastico: la scuola può essere la casa, la famiglia, l’entourage di ognuno. Per questo, possono dirsi talvolta indigeste alcune parole che per amor del quieto vivere finiscono col perdere di vista la componente umana che di per sé delinenano. Ed è il contesto in cui si nasce e si cresce – più che la terminologia – a darci la possibilità di accedere o meno ad una alfabetizzazione intesa come chance vitale di essere autonomi, ma anche curiosi e meravigliati di fronte alle potenzialità individuali e universali.

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