5. Letture d'altrove

Sama’a o la musica Sufi che canta la pace.

Foto di Silvia De Marchi

Foto di Silvia De Marchi

“Ascolta il flauto che racconta la sua storia, lamentando la separazione” Jalal Eddine Rùmi.

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Quando sono arrivato all’Accademia d’Egitto ero impreparato, sapeva vagamente che Sam’a Musical Ensamble è un’ orchestra di musica Sufi. Ero di passaggio a Roma e l’amica Silvia De Marchi, l’editor della casa editrice Compagnia delle Lettere, mi ha invitato a vedere il concerto che Sam’a Musical Ensamble ha regalato al pubblico.

Italiani, egiziani, arabi di diverse nazionalità e molti altri stranieri hanno risposto all’appuntamento,  il 31 Gennaio  e il 1 Febbraio all’Accademia d’Egitto, che si trova all’interno di  Villa Borghese;  un palcoscenico  prestigioso, per un’esperienza musicale e umana particolare. C’era con noi l’arabista Chiara Comito e l’amico giornalista Khalid Chaouki ¹.

Sama’a che è stata fondata nel 2007 dal maestro Intessar Abdel Fattah,  è un’ orchestra cosmopolita formata da musicisti di varie provenienze che mettono in scena  uno spettacolo di musica e canto dal titolo “Messaggio di pace”.

Nella data di Roma L’ensamble era composto da un gruppo egiziano di Sufi e Copti, e un gruppo dall’Indonesia che  hanno proposto  un viaggio  che unisce la tradizione musicale Sufi musulmana e copta dell’Egitto e dell’Indonesia; inoltre delle “chicche” della musica moderna.

“Sam’a è uno strumento per diffondere un messaggio di pace attraverso la varietà delle culture e  delle tradizioni che rappresenta. La musica come linguaggio universale di dialogo tra i popoli, un potente canale di comunicazione per la diffusione di una cultura di pace.” Così lo definisce il comunicato dell’Accademia d’Egitto.

La pace si percepisce, oltre che dalla musica e dalla eccellente esecuzione, anche  dall’incastro perfetto fra i componenti dell’Ensamble con le loro varie lingue, strumenti e voci. E’ un’orchestra a metà fra il Gospel, soprattutto per la presenza di elementi femminili con voci splendide, e il gruppo Sufi tradizionale.

Certo ti spiazzano quei momenti che costellano la performance, in cui l’Esamble passa da un pezzo della tradizione musicale Sufi a “Lasciatemi Cantare”, ma l’Ensamble provoca ancora e canta in francese e inglese. E canta anche  “ O sole mio”, l’inno egiziano e l’inno di Mameli, sventolando le bandiere dei due paesi.

Uno spettacolo avvincente con il Maestro Intissar Abdel Fattah padrone del palcoscenico, scatenato, si diverte e fa divertire l’orchestra e il pubblico. E anche se, quando esci dall’auditurium,  pensi che una canzone di Franco Battiato forse ci sarebbe stata bene al posto di quella di Cutugno, tuttavia sei contento perché hai passato una bella serata. Ce n’era per tutti e in tutte le  lingue, e la curiosità dei non arabofoni era grande nei confronti dell’arabo, di fatto mi è stato chiesto diverse volte, dalle persone che mi erano sedute accanto, di tradurre alcune frasi delle canzoni.

Essendo arrivato impreparato,  solo dopo la fine del concerto ho cominciato a fare delle associazioni di idee. Mi è venuto in mente ad esempio, l’inchiesta del giornalista di Repubblica Valadimiro Polchi sul pericolo che costituirebbero i Fratelli Musulmani,  attraverso gli immigrati in Italia.

Chiunque ha il diritto di scrivere quello che vuole, ma il giornalismo è anche mostrare tutte le facce della verità, con lo stesso interesse sia alle presunte minacce o ai veri punti di problematicità, sia alle risposte e ai messaggi culturali e di pace che provengono dall’altra sponda del Mediterraneo. In Egitto ci sono musulmani e copti, praticanti e laici, c’è una mescolanza di lingue e di confessioni che vuole e deve dialogare con l’Altro (che termine abusato) italiano o immigrato, di qualunque fede e etnia.

Il pubblico che ha assistito al concerto ha provato a cantare l’inno egiziano in arabo come gli arabofoni hanno cantato l’inno di Mameli, con la stessa commozione. Lasciando l’Accademia, sentivo piano piano dissiparsi il timore dentro di me che stiamo andando verso un’altra stagione di incomunicabilità e di malinteso. Basta poco, che poco non è, per stabilire un contatto, per allestire un ponte da attraversare, e di superare i motivi della nostra divisione. Affrontiamoli questi motivi, ma ogni tanto concediamoci il piacere di cercare ombra in qualche oasi di bellezza. L’orchestra da parte sua, ovunque approda per i suoi concerti intreccia delle collaborazioni con le realtà musicali del posto, difatti a rappresentare il patrimonio musicale italiano c’erano  i musicisti Isabella Mangani e Stefano Donegà del Conservatorio di Frosinone.

Sama’a, che significa “Ascolto”, canta e mette in musica “Un messaggio di pace”.  Nessuno ovviamente si illude che la bontà della musica e il suo animo gentile ci abitino a lungo, una volta che torniamo alla quotidianità, riprendiamo a seminare le nostre certezza. Io spero sempre che serate così mi alleggeriscano di qualche certezza, e mi forniscano lo stimolo per praticare il dubbio, quel dubbio aperto e curioso, che mette sempre in discussione il proprio Io e l’Altro/Io.

1- All’amico Khalid Chaouki, candidato nelle liste del PD per la Camera, va la mia solidarietà per gli attacchi razzisti che sta subendo sul web da maniaci squilibrati.

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