Anche questa è Torino

Bernardo di Durazzo e la politica locale

Non ho mai chiesto a Benardo se il nome con il quale lo conosciamo tutti è il suo vero o se, come è molto probabile, lo usa per risparmiare agli italiani la fatica di pronunciare un nome per loro impronunciabile.

La gente originaria di Durazzo, numerosa in città, dice di non capire perché se ne è andato di casa. E’ di una famiglia benestante. Quindi non l’ha spinto il bisogno. E di fatto Bernardo non ha l’approccio classico del migrante. Non si ammazza di lavoro, non cerca il successo materiale. Non va spesso a casa al volante di qualche grossa cilindrata per far vedere a quelli di là che lui ce l’ha fatta. E non si è portato da casa una qualche giovanissima moglie tinta di biondo e addobbata come un albero di natale per far vedere a quelli di qua che lui ce l’ha fatta.

parco

Parco Colletta – Torino.

Eppure non si può dire che Bernardo sia un intellettuale o un giovane alternativo. Non ha fatto molti studi e non è né giovane né alternativo… ma per niente. É semplicemente fatto a modo suo e basta.

Bernardo è un ometto di poco più di 1 metro e mezzo. Ha una faccia bella paffutella che fa pensare ad un bambino nonostante i suoi cinquanta e passa anni. Sempre elegante, quando non lavora, veste rigorosamente in giacca e cravatta. Il massimo che si concede, d’estate, è di togliersi la giacca e rimanere in camicia a maniche corti. Ma mai mai senza la cravatta.

È arrivato nel torinese dall’Albania negli anni del grande esodo. Come tutti ha girato i dormitori comunali e le mense della chiesa. Ha svolto lavoretti vari di qua di là. Ha vagabondato per un po’ fin quando, un giorno, in un comune della cintura torinese ha notato una casa disabitata in un parco comunale. Ha sfondato la porta ed è entrato. L’ha trovata in uno stato di completo abbandono. L’ha ripulita, si è sistemato per bene, poi è andato a chiedere un colloquio con il sindaco di quel comune. Arrivato di fronte al primo cittadino ha tenuto più o meno questo discorso.

“Senta. Io non sono né un prepotente né un criminale. Semplicemente non ho dove andare a riparami dal freddo e della pioggia. Ho trovato questa casetta che si trova nel parco comunale. Era abbandonata. Stava andando in rovina. Era piena di animali randagi e di sporcizia. La gente l’ha trasformata in latrina e in discarica. Io l’ho ripulita emi ci sono messo.

Se mi lasciate stare, faccio un po’ da custode del parco e tengo pulito intorno alla casa. E se un giorno ne avrete bisogno posso andarmene senza fare problemi.”

Il sindaco che ignorava persino l’esistenza di quella casetta, fece le dovute verifiche. Scoprì in effetti che quel immobile, anticamente alloggio del giardiniere-custode del parco era abbandonato da decenni e che non era assegnato a nessun uso presente né futuro. Non si sa per quale ragione ma il sindaco accettò quella proposta, e Bernardo vive tuttora indisturbato in quella casa nel parco. Forse erano altri tempi e la cintura torinese aveva ancora qualche traccia del suo animo rosso, fatto di lotte ma anche di solidarietà.

Qualche tempo dopo, quasi con lo stesso metodo si è trovato un comodo lavoretto. Si recava ogni mattina prestissimo al mercato e si dava da fare per aiutare i mercanti. Un po’ di facchinaggio di qua, una corsa di là, Un po’ di pulizia… Poco dopo, notò due donne sole che avevano un banco di frutta e verdura. Facevano visibilmente molta fatica e ricorrevano regolarmente ai servizi di vari ragazzi che fanno i facchini alla giornata.

Bernardo si avvicinò poco a poco da loro con i suoi modi affabili e la sua faccina da bambino mai cresciuto e cominciò a dare una mano. Graziosamente o in cambio di pochi spiccioli o di frutta e verdura. Ma poi dopo aver creato il legame di fiducia, fece loro una proposta:di collaborazione stabile, contro un modico stipendio. E loro lo accettarono ben volentieri.

Ogni mattina si alza all’alba. Allestisce il banco delle signore. Poi torna a casa. Verso mezzo giorno torna di nuovo verso il mercato e smonta il banco, ricarica tutta la merce sul camioncino delle signore e finisce la sua giornata lavorativa verso le tre del pomeriggio.

Un lavoretto poco invasivo e che lascia molto tempo libero ma che in cambio gli porta come reddito giusto lo stretto necessario per vivere.

Ma come dicevo, il nostro amico non ha nella testa il classico sogno del migrante che vuole arricchirsi e subito. Lui ha altri piani nella testa.

Da quando ottene la benedizione del comune per la casa e avendo tempo a disposizione, il nostro amico cominciò a frequentare il palazzo civico. Forse è di quella epoca che risale la sua attenzione alla cura del vestimento. Gira per i corridoi, parla un po’ con questo, un po’ con quello. Partecipa ai consigli comunali, è presente a tutte le iniziative pubbliche, tutti i raduni… Tutti lo conoscono e lui conosce tutti.

Con il passare degli anni, cambiano le giunte, cambiano le maggioranze e le minoranze. Le alleanze si fanno e si disfanno. Gli assessori si succedono, i dirigenti si moltiplicano. I consiglieri arrivano, migrano, girano gabbana, cambiano colore, restano, lottano, si pugnalano nella schiena, si calunniano, poi ridiventano amici… tutto gira, tutto cambia, senza mai cambiare nulla. E nel bel mezzo di tutto quello una certezza c’era e c’è ancora. Bernardo è sempre presente ed è amico di tutti. I nuovi che arrivano si chiedono per un po’ chi è, cosa fa… Ma poi con il tempo si abituano e smettono di chiedere. È un po’ come il familismo, il clientelismo e le gare truffate: fa parte del gioco.

notte in periferia

notte in periferia

Poco a poco, nella testa di Bernardo nasce una idea: diventare anche lui consigliere comunale. Qualche anno fa il comune dove abita decide di creare una consulta per gli immigrati. Chi conosce il fenomeno sa che è perfettamente inutile. Un appendice insignificante di istituzioni che si svuotano sempre più del loro senso. Ma ai comuni che lo fanno serve a darsi buona coscienza e agli immigrati che ci stanno serve a sentirsi un po’ importanti. Naturalmente Bernardo entrò a farne parte. Anzi presto ne diventa il presidente. Sempre presente, sempre puntuale. Non si stanca mai.

Poco a poco gli altri membri si allontanano. Chi era venuto per lavorare si rende conto che non si fa nulla. Quelli (più numerosi) venuti per capire se c’era qualcosa da ricavare capirono che non c’era nulla da magna’. Alla fine lui si ritrovò quasi solo ad aprire e chiudere la sede e a portare avanti l’illusione.

L’altro giorno, Bernardo mi ha chiamato. Erano mesi che non ci sentivamo. Disse che voleva solo sfogarsi con me. Mi raccontò che la consulta era moribonda e che il comune stava pensando seriamente a chiuderla.

Ma io, in cambio ho chiesto di nominarmi come consigliere comunale aggiunto – disse-  Ma niente da fare.

Ma hai gente che ti sostiene, siete un gruppo? Associazioni, qualcosa?

Niente. Mi hanno mollato tutti. Non c’è nessuno.- sempre più sconsolato.

Ma allora chi vorresti rappresentare?

Gli immigrati!

Per dire cosa?

Non lo so, io. Per dire i problemi, le richieste, i diritti, quelle cose lì… 

Poi chiedo perché non fa una lista e si presenta alle elezioni. Mi dice che intanto non ha la cittadinanza, poi non è nella sua natura andare alle elezioni, esporsi, fare lunghi discorsi, lottare, farsi nemici… Lui è l’amico di tutti. Non ce l’ha con nessuno. Non vuole prendere il posto di nessuno.

– Voglio solo essere il portavoce degli immigrati.

– Ma consigliere è un posto politico, Bernardo.-sottolineo, io, con il mio solito vizio di fare il professore – non puoi cercare un incarico politico senza fare politica.

Balbetta un po’. Dice cose poco intellegibili. Poi sbuffa.

Non lo so io. Questa non è politica. Noi dobbiamo essere rappresentati in comune. Altrimenti chi parla a nostro nome… In attesa di avere il diritto di voto qualcuno ci deve essere. Vabbé… Ti devo salutare. Che devo andare al lavoro. Stammi bene e scusa il disturbo.

Chiuse la linea, prima che possa rispondere che non mi aveva disturbato. Mi è dispiaciuto non aver trovato le parole per rincuorarlo. Anzi, credo che dopo quella discussione era ancora più depresso.

Ci pensai sopra un bel po’ e arrivai alla conclusione che di noi due era lui ad aver capito tutto. Che c’entra “la politica” con l’attivismo, con lo stare con gli oppressi, la lotta…? Tutto questo non serve a prendere posti di rappresentanza. Non serve avere cose interessanti da dire e da fare per diventare consigliere comunale, regionale, parlamentare… Serve conoscere le persone giuste, essere nel giro giusto. E questo, l’amico Bernardo, senza stare a filosofare troppo, l’ha capito da tempo.

Secondo me prima o poi ce la farà.

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