5. Letture d'altrove

Lingua madre o langue drame?

Mi ero già interrogato sul rapporto con la lingua madre, le lingue madri, in due articoli dedicati alla figura di Kader Abdollah e Kateb Yassin, il primo scrittore iraniano naturalizzato olandese, e il secondo scrittore algerino deceduto qualche anno fa. Entrambi scrivevano in una lingua che non era la loro lingua madre, degli scrittori migranti insomma, che hanno avuto un rapporto conflittuale con la lingua madre, ognuno l’ha espresso in un modo diverso, quasi opposto, di uscita e di ritorno nella proprio lingua. Con la lingua, le lingue, la lingua madre, le lingue madri si ha un rapporto particolare a volte conflittuale, non sempre facile, e tutto è connesso con la nostra psiche, con il nostro modo di essere.

Elisabetta Libanore, arabista e insegnante di lingua italiana per stranieri, indaga questo rapporto. L’occasione è la Giornata internazionale della Lingua Madre appena passata, e gli strumenti sono due libri, di due autori marocchini, Abdelfattah Kilito autore di Tu non parlerai la mia lingua, edito da Mesogea, e Fouad Laroui  autore di Le drame linguistique marocain, edizioni  Zellige.

El Gamrani Rabii

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Elisabetta Libanore

Henri Matisse, L'escargot

Henri Matisse, L’escargot

Forse non tutti sanno che – e io l’ho appena scoperto – esiste  una giornata dedicata a livello internazionale alla lingua madre.

Almeno per chi ce l’ha.

Mi sembra lingua madre una di quelle espressioni che si danno per scontate fino a quando, grazie a un maggiore coinvolgimento, non ci si ritrovi a riflettere in modo più approfondito sul loro significato.

La giornata internazionale della lingua madre, celebratasi il 21 febbraio 2013, me ne ha dato occasione.

E mentre mi interrogavo sul perché di un festeggiamento simile, trasponevo il binomio lingua madre nell’ambito che mi vede appunto più coinvolta, cioè quello arabo.

Più precisamente, pensavo ai miei amici e conoscenti e studenti marocchini: quale sarebbe dunque la loro lingua madre?

Non è facile stabilirlo. Il primo contatto a livello linguistico dei marocchini non è necessariamente con il dialetto marocchino – darija – ma può essere anche con il volgarmente detto berbero, cioè il dialetto proprio degli autoctoni di alcune zone del Marocco. Inoltre, quando con l’inizio della scuola, cioè praticamente da subito, i marocchini si ritrovano a dover utilizzare altre due lingue dapprima sconosciute: l’arabo classico e il francese.

Tra scuole coraniche e scuole istituzionali, il tuffo in un mare linguistico multiforme è inevitabile.

Proprio durante i miei giorni di riflessione su tali argomenti di solito distrattamente considerati, mi capita tra le mani per caso – ma il caso non esiste – il libro Le drame linguistique marocain dello scrittore marocchino Fouad Laroui (edizioni  Zellige).

Prima ancora di iniziarne la lettura, rimango colpita – oltre che dal titolo, naturalmente – da quello che l’autore scrive nella pagina normalmente dedicata alle citazioni. Ce ne sono ben tre, ma separate sotto l’egida di due pronomi personali che indicano già di per sé chiaramente una posizione.

Ecco cosa ci troviamo di fronte nel libro:

EUX

Every man has one and only one langue maternelle” (Simeon Potter, Language in the modern world)

Nul objet n’est dans un rapport constant avec le plaisir. Cependant, pour l’écrivain, cet objet existe:

 C’est la langue maternelle” (Roland Barthes, Le Plaisir du texte)

NOUS

“Nous autres Marocains avons tendance a ignorer

Une chose extremement grave:

nous n’avons pas de langue

(Omar Mounir, Nécrologie d’un siècle perdu)

Trovo molto interessante il fatto che Laroui abbia distinto un noi e un loro sulla falsariga delle infinite teorie etnocentriste che vedono – au contraire – l’occidente come un NOI  e l’altro dall’occidente come un LORO:  come se si potesse spezzare il mondo in due parti di cui l’una sia più autorizzata dell’altra ad arrogarsi una centralità, di fronte alla quale tutto è diverso da sé e perciò alterità nel senso di incompletezza.

L’aspetto più rilevante però della presenza di tali citazioni è che esse rappresentano più che altro la dichiarazione dell’autore di un’amara consapevolezza: la mancanza per i marocchini di una lingua madre.

Fondamentalmente, la sua affermazione si collega alle argomentazioni di cui sopra, cioè: quale arabo? Il dialetto marocchino o berbero parlato in famiglia? L’arabo letterario studiato nelle scuole coraniche e istituzionali? O addirittura il francese, visto che da subito ci si viene a contatto? Quello in cui si ritrova normalmente un marocchino pare essere presto un mélange di elementi differenti che non possono non interagire tra loro e che vanno in qualche modo ad influenzare la cosiddetta lingua madre, modificandola.

Illustra bene questa situazione di plurilinguismo Abdelfattah Kilito nel suo Non parlerai la mia lingua (ed. Mesogea) quando si paragona a Hayy Ibn Yaqzān, protagonista del cosiddetto ‘romanzo filosofico’ di Ibn Tuffayyl. Lo scrittore confessa che fin dal primo giorno di scuola si sentì abbandonato dal marocchino colloquiale e affidato a due lingue per lui straniere – arabo classico e francese – esattamente come Havy, che fu abbandonato dalla madre alla nascita e affidato alle acque. Kilito sottolinea il paradosso determinato da questa condizione di plurilinguismo: l’ingresso nel mondo della letteratura, proprio dell’arabo e del francese, determina un abbandono della lingua madre, intesa forse come lingua che sa di casa, di focolare domestico, di cure e quindi strettamente legata alla formazione di una persona.

Anche nel caso, per esempio, di un bambino nato su territorio italiano da genitori stranieri si può generare questo fenomeno che in qualche modo può creare uno straniamento. Infatti, se il bambino frequenta scuola e ambienti italiani, quale risulta dunque la sua lingua madre? Perché è vero che a casa egli parla la lingua dei genitori, ma può anche darsi che si senta molto piu ‘a casa’ con l’italiano, cioè la lingua che alla fine frequenta di più, tra scuola, attività, uscite e amici, che costituiscono una parte consistente della crescita personale.

Questi discorsi mi portano ad allargare il campo delle riflessioni. Per esempio, mi viene in mente la lingua dei segni. Per una persona che non parla e non sente, può dirsi questa la lingua madre? Una comunicazione non verbale che però sottende un mondo di significati resi con i gesti. Segni delle mani, espressioni  del volto e movimenti del corpo. Che cosa meglio di tutto ciò può esprimere un’intenzione, una sensazione, rivelandosi una lingua vera e propria? E poi, ogni paese ha una propria lingua dei segni, legata alle diverse prossemiche appartenenti alle varie culture: quindi, non troppo diversamente da quanto avviene nell’ambito delle lingue parlate, potremmo forse anche qui individuare una lingua madre, che si modificherà poi eventualmente nel caso in cui il non parlante o non udente dovesse recarsi in un paese diverso dal proprio.

Considerando  invece l’universale condizione umana prima della Torre di Babele, quando pare che noi tutti si parlasse una stessa lingua:  può quest’ultima considerarsi la nostra vera lingua madre? In fondo, fa parte di una nostra origine che si perde nella notte dei tempi e che si può paragonare metaforicamente ad una nascita. Una lingua che, trasformatasi nel tempo, ha dato origine ad infinite forme, personalità, modi di pensare.

Pare che anche quando si conosce una lingua straniera fluentemente, si continui comunque a contare nella propria lingua madre. Magari anche a litigare in lingua madre.

Diceva l’algerino Jean Amrouche: ‘posso scrivere in francese e parlare in arabo, ma posso piangere soltanto in kabilo”.

Dedico la mia ultima riflessione ad un’immagine un po’ romantica.

Pensando a tutti quei bambini che cominciano a comunicare mediante uno strumento musicale prima ancora che con la voce, cioè quelli che giocano con il pentagramma prima ancora che con l’alfabeto:  possiamo dire che sia per loro lingua madre la musica?

Niente di più poetico, pensando a quante volte ci è parso più piacevole ascoltare note invece di parole.

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11 thoughts on “Lingua madre o langue drame?

  1. La questione linguistica in Nordafrica più che altrove risente molto da una forte alienazione culturale delle élite culturali locali. Gli intellettuali arabofoni sono completamente assoggettati all’arabo Fus’ha forte di un ricco patrimonio cuturale e letterario ma soprattutto forte perché lingua del Corano e quindi in qualche modo “lingua divina”.
    I francofoni invece, ovviamente, prodotti delle scuole coloniali francesi sono ancora più complessati verso la “Langue des lumiéres”.
    Questo ha portato la maggior parte degli intellettuali magrebini moderni (i Algeria in modo particolare) a scontrarsi tra arabofili e francofili lasciando da parte le due lingue materne nordafricane: La darija maghrebina e il tamazight.
    Sono pochi quelli che sono tornati sul patrimonio popolare delle qasidat in darija del Nord de l Marocco e degli altipiani algerini. Poesia sublime che prima della colonizzazione e del nazionalismo arabo viaggiavano dalla Mauritania fino alla Libia tramite poeti erabondi come Sidi Lakhdar Ben Khlouf (nato in Marocco ma diventato cantore della resistenza popolare algerina contro la colonizzazione francese) o tramite la musica popolare. Penso ad esempio alla sublime poesia di Aouicha ouel herraz di Cheikh el mekki ben Elgurshi che da Nador dove è stata scritta ha viaggiato in tutto il nordafrica.
    Senza parlare di tutto il patrimonio letterario in gran parte orale della lingua tamazight, che è in buona parte in via di estinzione perché pochi intellettuali si sono incaricati di salvarlo e i giovani ormai formati nelle scuole moderne non memorizzano più né poesie né storie, fiabe o leggende.

    Come l’ha già raccontato Rabii in questa rubrica, Kateb Yacine è stato l’unico intellettuale magrebino (e forse uno dei pochissimi africani) a rinunciare completamente all’uso delle lingue imperialo-coloniali (fus’ha e francese) per dedicarsi alla produzione in darija e tamazight. Produzione teatrale visto che scrivere (soprattutto a quella epoca) sarebbe stato vano visto che il pubblico non era alfabetizzato in quelle lingue.

    E credo che la frase di Omar Mounir “nous n’avons pas de langue” è molto sintomatica di questa malattia della classe colta nordafricana. Quel complesso che ti porta a dire che non hai una madre, solo perché tua madre è debole, povera, malata, trasandata, poco presentabile nella società per bene. Allora preferisci presentarti come orfano piuttosto che aiutarla ad alzarsi e camminare alla luce del sole.

    Grazie Elisabetta per avermi riportato in queste vecchie polemiche nostre di cui avevo quasi dimenticato l’esistenza. 😉

    • Karim,
      purtroppo il ricorrere ad una lingua considerata più aulica a scapito dei dialetti si verifica, come precisi anche tu introducendo un ‘altrove’ (in Nordafrica più che altrove), anche in altri paesi, in particolare mi riferisco all’Italia e ancora più in particolare al Piemonte, la regione in cui vivo.

      Mi rendo conto che, concentrata sulla lingua araba, finisco per sottovalutare un fatto che in realtà mi riguarda più da vicino, cioè l’abbandono da parte degli intellettuali piemontesi del dialetto piemontese.

      Anzi, a tal proposito posso dire che la perdita è ancora più profonda, perché non riguarda soltanto gli intellettuali, appunto. Io stessa – e così direi molti altri – pur essendo piemontese, non parlo il dialetto della mia regione: i miei genitori mi hanno sempre parlato in italiano, perché da un certo punto in poi considerato più ‘elegante’, più simbolo di un’acculturazione magari anche faticosamente raggiunta.

      Personalmente, affascinata dal dialetto marocchino, ne sostengo l’importanza in quanto vera e propria lingua legata alle radici di un popolo, in quanto variopinto miscuglio di elementi differenti, dimenticandomi che alla fine io stessa mi riscopro orfana di tale ricchezza – e colpevole di non recuperarla: dovrei anch’io – e con me molti altri – prenderla per mano e aiutarla ad alzarsi per camminare alla luce del sole. 🙂

  2. Pingback: lingua madre o langue drame? | harakat.arabya

    • Grazie Stella,
      entrambi i tuoi suggerimenti sono davvero preziosi.

      la lingua materna non solo come parola, ma anche come gesto, timbro della voce, ritmo del respiro; la lingua come una promessa di senso, come chance per inventarsi una nuova vita: queste considerazioni di Elisabeth Jankowski sono davvero interessanti.

      proseguo nella lettura.
      spero ci confronteremo ancora su questi temi, o simili.

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