I venerdì di Idolo

Introduzione al mondo. 3: Frammenti di forestiero

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Per otto venerdì (Il 1 e il 3° del mese, dal 1° Febbraio al 3 maggio 2013) otto estratti dal libro di Idolo Hoxhvogli, Introduzione al mondo (Scepsi & Mattana Edizioni).

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Estratto III°: Frammenti di forestiero

Mi porto dietro la storia di una parte di mondo, e del suo coperchio, un cielo di nuvole bugiarde. Questa terra è stretta da asperità timide, è messa all’angolo da un mare solcato da viaggiatori col sorriso beffardo, quello che ignora il sale nelle piaghe. I loro denti sono gialli di vivande, e i capelli odorosi di vita vissuta. Tra melodie inascoltate, la mia è silenziosa. La narrazione di una stella non mi ha dato uno strumento, nemmeno usato, la tessitrice non un filo nella trama.

Solo una frazione del retroterra che mi precede pericolosamente può essere sfiorata dallo sguardo vivo, ma è la conoscenza irriflessa dell’attimo.

A me forestiero arrivano in dono da questa città solitudine e ferocia. Non so a quale costa o collina appartengo. L’essenziale non è il versante in cui ci troviamo, il lato della figura: l’essenziale è che i versanti appartengano allo stesso mare come lati diversi appartengono alla medesima figura, la figura dell’umano. Appartengo a un’altra riva, come loro appartengono a un’altra riva, perciò tutti apparteniamo a un’altra riva, e questo ci unisce. Mio malgrado mi trovo rivale di gente che non conosco e alla quale non voglio fare del male. Essere considerati diversi è una violenza: atmosfere vengono scheggiate, seguono allontanamenti corporei. Il silenzio assordante dell’indifferenza o il fragore schiamazzante e umiliante della percossa fisica: entrambe le possibilità non mi sono state risparmiate.

Sono stato quotidianamente umiliato per un nome contrario alla lingua di questa città. Calci, sputi e altro costituiscono il repertorio di ciò che ho subito, senza che nessuno mi difendesse.

Un particolare storico ha senso nella vita di un uomo. Un singolo frammento di questo naufragare – la storia – è funzionale a una valutazione che può essere infame. Quanto una minuscola infamia possa essere tragica un uomo può saperlo. È il profumo di un fiore amaro, che lascia dietro sé il ricordo deluso di un possibile prato, in cui come i fili dell’erba si è tutti uguali.

Alcuni bambini pensano che i forestieri siano indiani. Devono averglielo insegnato i genitori. Fanno bene. È vero. Sono indiani. Ma l’aver compiuto due passi per le strade del mondo, invece che rimanere barricato nella tenda, fa di me un forestiero? Non sono indiani a se stessi i membri della tribù barricata in città?

Discriminare non è considerare l’altro inferiore, ma considerarlo diverso. Mi sento uguale agli altri, non mi accorgo di essere considerato diverso: questa è la logica paradossale dell’intolleranza. È una logica contraddittoria sul piano teorico, nella realtà è violenza. Cosa c’è di più reale della violenza? Ti ricorda di essere al mondo, che gli oggetti e le persone sono ostili.

L’inimicizia, che attraversa il reale come il vitale soffio primigenio, insinua un dubbio che tracima dagli angusti spazi del pensiero diurno: da dove arriva tale schiaffeggiante malevolenza? Quel soffio, narrato come magico, è la strenna ubriaca del fiato divino. Non respiro, ma esalazione che ha reso il fango animale, piuttosto che anima.

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