3. Specchio

Il giovane rapper Lil Wiser: Avere un sogno, ci tiene a galla

In Occidente, quando si tratta della storia di un nigeriano, si è soliti prepararsi a sentire una vicenda salata, colpa dell’acqua del mare nostrum e delle lacrime versate, e maleodorante, colpa del gommone, consueto elemento dell’esodo africano. Stereotipi. E, grazie ai mass media, sono diventati stereotipi ai quali difficilmente si rinuncia.

LIL-WISEREbbene, questa volta la vicenda che si sta per scoprire non è salata e nemmeno odora di gommone. È la storia di un’ordinaria vittoria, di un sogno, di un ragazzo quindicenne che lascia il suo paese natio, la Nigeria, per seguire la mamma e, appunto, il suo sogno. Si chiama Micheal Efe, in arte Lil Wiser, e quando, dieci anni fa, salì sull’aereo per raggiungere la Penisola, desiderava ardentemente di diventare un musicista.

Spesso, i giovani si infiammano per ideali destinati a svanire come il buio inghiottito dall’alba. Non è il caso di Micheal. In Italia, ha seguito per alcuni anni la scuola superiore, desiderando di imparare al meglio possibile l’italiano. E ci è riuscito. Poi, ha lavorato. Tanto. Tantissimo. Già da quando aveva sedici anni. Lavori generici, da manovale. Ma, nonostante la fatica, Micheal non ha mai abbandonato il suo sogno. Scriveva testi, nella pausa pranzo, muoveva il piede a ritmo, mentre lavorava, inventando nuove armonie. E con impegno e determinazione, è riuscito a farsi conoscere nel panorama musicale italiano. Ha aperto qualche concerto di Fabri Fibra e ha inciso un disco. La vita iniziò a sorridergli. Fin troppo.

“Fino verso i vent’anni – ricorda Micheal – non avevo toccato alcol e mi ero tenuto lontano da ogni tipo di vizio, droga inclusa. Poi ho scoperto la vita facile, lo sballo. E ci sono cascato in pieno. Per mia fortuna, non mi sono mai spinto oltre a un certo limite. Parlo della droga pesante. Da quei giri non ne esci senza cicatrici. Certo, sempre se esci.

E mentre girovagavo tra quei gironi infernali che solo a me sembrava ricordassero il paradiso, ho sperperato tutti i miei risparmi, ho deluso mia mamma e ho smarrito il mio sogno. È stato grazie a mia madre, se ho saputo staccarmi dall’inferno e tornare sulla terra”.

La madre, o meglio il rispetto per la propria genitrice ha spinto Micheal a lasciare la vita facile e ritrovare il ragazzino entusiasta che lavorava assiduamente nutrendo un sogno. Sì, perché per Micheal il padre è il capofamiglia, ma la mamma è colei che dà vita, cresce e gestisce i figli, quindi la sua disapprovazione è dolorosa quanto una ferita su cuore aperto.

“La donna, nel mio paese – prosegue Micheal – non gode di grandi diritti, è vero, se non nel seno della famiglia e dinanzi ai propri figli. Poi, ovvio, la situazione in realtà è molto più complessa anche perché in Nigeria la poligamia è una pratica alquanto diffusa. Anche mio padre ha diverse mogli. Un’usanza con la quale non sono d’accordo per una ragione molto semplice: la gelosia. È quasi impossibile che non ne nascano gelosie tra le moglie e, di conseguenza, tensioni difficili da gestire. Io sono il primogenito maschio, di conseguenza toccherebbe a me gestire tutti gli averi di mio padre, alla sua morte. Non ho alcun interesse, ovviamente, quindi dividerò tutto con i miei fratelli, i quali sono quasi tutti ancora con papà in Nigeria. La seconda moglie di mio padre, però, non poteva sapere come la pensavo quando ero ancora ragazzino e così un giorno ha cercato di avvelenarmi. Mi ha salvato papà, per grazia divina. E tutto questo, la seconda moglie di mio padre l’ha fatto solo perché, con me fuori gioco, il primogenito maschio sarebbe stato suo figlio. Assurdo, se ci pensi.”

È della famiglia, della società, delle aspirazioni dei ghetti e degli emarginati che racconta Micheal nelle sue canzoni, ma anche dell’amore, della vita, con toni ribelli, tipici del rap.

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