1. Le parole sono importanti!

Alma donna: Donne è bello

Un contributo per La settimana al femminile dall’8 al 14 marzo 2013 di MIgena Proi

Festeggiare la festa delle donne per me significa festeggiare il femminismo.

1908 sciopero delle camiciaie

1908 sciopero delle camiciaie

“Femminismo” non è un estremismo: è cio che ha permesso alle donne di avere voce. Nel bombardamento di informazioni di ogni sorta, nel bombardamento di ciò che la cultura ci ha tramandato, c’è ovviamente da selezionare, capire, cambiare opinione quando è necessario, guardare con occhio critico chi usa questo termine per giustificare o spiegare fenomeni che rappresentano una visione piuttosto semplicistica e superficiale di un movimento talmente variegato che qualcuna ha suggerito di usare il termine “femminismi”.

Dall’ iniziale e necessario femminismo dell’uguaglianza- il cui obiettivo era la rimozione di ciò che condanna le donne alla subalternità- si è passati negli anni ’70 ai gruppi di autocoscienza. Nell’intimità delle loro case, le donne che praticavano l’autocoscienza, si riunivano per ricostruire il sé, per trovare una propria identità non plasmata su quella maschile ma derivata dal racconto delle proprie fragilità e dei propri desideri. L’autocoscienza non solo è stato un modo per negare la storia scritta dagli eroi di guerre e rivoluzione – partendo piuttosto da sè- ma ha altresì dato dignità al parlare tra donne che fino a quel momento era considerato un passatempo privo di valore sociale e politico. E’ grazie al femminismo che il “personale” è diventato “politico, che la violenza domestica ha cessato di essere quella questione per cui “tra moglie e marito non mettere il dito” ma piuttosto un sopruso da cui partire per porre fine alla mentalità patriarcale. La sensibilizzazione su una tematica come la violenza di genere ha reso possibile concepire e costruire i centri antiviolenza, luoghi dove concretamente si può pensare a una fuoriuscita dalla violenza. Ed è in particolare grazie al cosiddetto “femminismo della differenza” che la ricerca filosofica, con le tante pubblicazioni delle filosofe e studiose, non è rimasta ancora al pensiero filosofico maschile. Differenza significa riconoscere la nostra soggettività come donne, valorizzando innanzitutto la maternità in quanto capacità di dar vita a un altro essere umano, e in questo senso la capacità di accogliere (dentro di sé) l’altro/a. L’accoglienza nel proprio grembo di un’altra vita, se non considerato come evento puramente biologico, è quel simbolico da cui partire per costruire un altro tipo di società. Quella società che non vede ciò che è altro da sè (donne, stranieri, bambini) come una minaccia alla propria identità ma piuttosto una integrazione alla propria identità.

Così come bisogna vedere come un completamento alla propria identità gli altri modi di essere donna. Quel “femminismo” che urla alle donne islamiche di non essere libere perchè indossano il velo, riprende infondo il modello coloniale, quella struttura di potere per cui “io sono bianco e so fare tutto meglio di te”. Non c’è molta differenza tra i colonialisti di allora e le “femministe” di ora, quelle che in nome dell’emancipazione pretendo di imporre un modello di libertà valido a livello universale. Ognuna di noi ha il suo modo di essere libera, in base alla propria formazione sociale e culturale, e credo che finchè si ha il rispetto della propria persona e dignità, ogni forma di libertà sia rispettabile.

Non sono certo illusa, so che i razzismi ci sono e ci saranno, ma avere più fiducia in sé, costruire il mondo partendo da sé, dalle proprie ombre e dal proprio coraggio, credo sia una possibile alternativa a chi nel corso della Storia e ancora oggi ci vende grandi ideologie e idealismi che vogliono omologarci.

Concludo con le parole di Carla Lonzi, che considero un inno al rispetto della propria unicità: “ Quello che ho da dire lo dico da sola. Meglio l’autenticità del proprio smarrimento che la mediocrità di volere tutte la stessa cosa”.

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