4. Espressioni

Il viaggio del padre (I° parte)

La nave avanzava inseguendo una nuvola solitaria. La grande vetrata della sala rimandava il volto di una ragazza che spiegò per l’ennesima volta i fogli che teneva in tasca.

Bambina mia, ho trascorso due settimane di vagabondaggio dopo quella notte in cui recisi i miei legami, la notte della mia Egira. Sempre ai margini dei centri abitati che incontravo. Ero salito su ogni mezzo che avevo trovato, chiedendo il permesso ai conducenti, me lo accordavano leggendo la disperazione nei miei occhi. Pochi rifiutarono di caricarmi a bordo. Quei pochi riconoscevano la sciagura che mi aleggiava intorno.

Old boat. Foto: Craigford

Old boat. Foto: Craigford

Arrivai al mare piccola mia. Lo vidi per la prima volta un caldo pomeriggio d’aprile. E non provai nulla.

Avevo sempre sognato il mare. Avevo sempre immaginato, nelle mie fantasie più animate, di avere una grande macchina, dove poter caricare tutti: le sorelle e i loro marmocchi, i fratelli, io con la mia sposa, e mia madre nel sedile anteriore

Vicino a me mia madre avrebbe indicato la strada senza esserci mai stata, implorandomi o ordinandomi di andare piano su quelle strade fatte per i cammelli e non per quei mezzi infernali.

Avevo sognato un cancello su una distesa immensa di sabbia e poi oltre,

eccolo il mare.

Potenza della natura che ti cattura e ti scatena nel petto un impeto verso la grandezza, verso l’immensità. L’odore dell’infinito che si confonde con quello del cielo e insieme inducono l’uomo

a sottomettersi alla volontà dell’Altissimo.

Questo pensavo del mare.

E pensavo che fosse una parte di Dio, come il cielo, come il deserto, come la terra.

Pensavo che Dio si manifestasse in quegli elementi e che lì io lo avrei trovato.

Così quel pomeriggio scesi da una vecchia peugeot che mi aveva cullato per qualche ora

con la sua andatura vibrante per i mille pezzi che ormai non combaciavano più. Scesi davanti al mare.

Immenso.

Infinito.

Un muretto divideva la strada asfaltata da un mucchio di rocce, sassi, ciottoli e immondizia.

E poi l’acqua.

E niente.

Assente il moto che avrei voluto sentire nel petto. Dio non era lì davanti a me.

Come quando mi ero trovato nel deserto, da solo la notte. Un villaggio del sud, dei parenti senza volto. Rincorsi tenendo un bastone un cane, piccolo, colpevole di avermi fatto prendere un gran spavento. Corsi con un bastone in mano per un campo. Poi il verde finì e superata una collinetta,

apparve l’infinito.

Il deserto.

Il sole era già basso, gli ci volle un nonnulla per sparire e far apparire le stelle.Il cielo si tinse di nero. Io estasiato, a sette anni. Incontravo Dio.

Oggi non si era presentato. Non lo avevo ritrovato. Solo allora capii che avevo perso Dio. Che a vicenda ci eravamo persi.

E perso, Bambina mia, passai settimane al porto come un randagio. Il porto era come tutti i porti, nonostante nel paese tutti ostentavano una rigorosa adesione ai precetti, nei caffè che accoglievano altri randagi come me, la bevanda più consumata rimaneva la birra, di pessima qualità. E qualcosa di più forte, di più malvagio. Imparai a consumare quel liquido da solo. Il primo assaggio mi aveva scaraventato nell’illecito e nel divieto arma pericolosissima quel liquido ambrato, che poteva condurre direttamente all’inferno passando per il paradiso. Quelli terreni, però. A quelli celesti, non credo più.

Godere solo del paradiso senza mai arrivare all’inferno. Questo bisognava fare.

Non la prima volta.

Avevo perso i sensi quella prima volta e li avevo rivisti tutti. Avevano sfilato davanti a me, figlia mia. Tutti, mia madre, in testa, puntandomi il dito contro. Accusandomi. Avrei voluto morire quella notte e forse fui veramente vicino. Mi sarei tuffato in mare sparendo per sempre.

Ma il demone della sopravvivenza aveva preso il sopravvento. Il terrore di aver detto qualcosa di troppo. Che qualcuno sapesse. E ogni sorriso, ogni ammiccamento, ogni sguardo sarcastico

diventava un atto d’accusa. Fu lì che provai per la prima volta quella sensazione. Quella che mi avrebbe accompagnato tutta la vita, alimentando la mia solitudine. La smania, l’inquietudine.

Febbre vomito vertigini. Le gambe non mi reggevano e l’unico modo che avevo per tranquillizzarmi era cancellare a pugni il volto che mi aveva provocato. Anche un mezzo sorriso poteva essere una provocazione. Da allora imparai a non perdere mai il controllo

del mio corpo e della mia mente. Era già abbastanza pericoloso così senza che mi mettessi

ad attirare l’attenzione della polizia volontariamente. Ma quante volte ho sperato che

qualcuno mi riconoscesse per quello che ero. Quante volte ho sperato che al mio risveglio

un’intera caserma mi aspettasse fuori dalla stanza per portarmi nell’unico posto dove sarei

dovuto stare per il resto della vita. E far svanire così quel topo che continua a rodermi le interiora.

Dovetti fare enormi sforzi per non cedere alle infinite provocazioni. Mi abituai a domare quella smania. Con l’aiuto di quelle bevande, mi abituai.

Mi abituai al pensiero che dovevo sparire da quella terra, che mi aveva visto apparire al mondo.

Dovevo lasciare quel cumulo di sabbia, pietre e sconfitte. Dovevo superare il cerchio che mi imprigionava in quell’alone di sciagura. Dovevo raggiungere le terre al di là del Mare Bianco.

Dovevo ricominciare. Il mio percorso era tracciato. Tassello dopo tassello si stava compiendo il mio destino. Io però guardavo troppo da vicino per capirne il disegno definitivo. Quel disegno tracciato per me e per chi mi avvicinava. Fu così coinvolto quell’imprudente di cui porto il nome.

Questo nome, che tu conosci così bene, figlia mia, che hai amato e che forse ora odi, io ho rubato Adel.

Il vero Adel era arrivato un tardo pomeriggio. Accaldato dal solleone e dalla fatica, si era seduto vicino a me su quel muretto, dove ogni sera mi davo appuntamento con Dio,

senza mai incontrarlo. Forse non gradiva la birra che portavo per intrattenermi nell’attesa.

Forse non gradiva me. Ma io lo aspettavo.

Adel si presentò alle mie spalle chiedendomi qualcosa di fresco e facendomi sobbalzare. Si stava asciugando fronte testa e petto con un ampio fazzoletto già sporco.Visibilmente sudato e infastidito da quella calura umida. Rimasi esterrefatto. Finalmente Dio era venuto all’appuntamento.

Il mio cuore era tornato colmo di speranza. La mia inquietudine era svanita, i roditori di viscere dissolti. Offrii a cuore aperto la birra al dio che mi si proponeva sotto le vesti di un contadinotto.

Lui, il contadinotto, non era abituato a quella bevanda e dopo qualche sorsata, si era messo a parlare di se e della sua famiglia, del suo paese e di tutti i lavori che aveva fatto. Io continuavo invano a cercare i segni del divino in quelle parole, in quel volto sgraziato. La manifestazione ci fu.

Adel parlò di una lettera. Aveva nella tasca dei pantaloni una lettera che lo raccomandava per essere imbarcato su di una nave diretta in Europa passando per Cipro, Turchia e Malta. Mi balenò un’idea atroce che non ebbi il coraggio di formulare a me stesso. Quell’uomo però mi venne in soccorso.

Si mise a piangere proprio lì, davanti a me e al mare indifferente. Non voleva salire su quella nave.

Quella nave era portatrice di sventura, continuava a dire con la bottiglia tenuta saldamente in mano.

Quella nave era sciagurata. Ma cosa poteva fare, lui. Suo padre lo aveva accompagnato a prendere il taxi la sera prima e si era raccomandato al tassista, lasciandogli scivolare una mancia nel taschino,

di lasciarlo proprio lì e solo lì, al porto. Aveva provato a dire a suo padre che non voleva salir su quella nave perché aveva sognato la vecchia zia di sua madre, quella che viveva da sola appena fuori dal paese, e che appena morta era scomparsa nei suoi abiti, e l’avevano dovuta seppellire di sera di nascosto da tutto il villaggio per non dare adito alle malelingue che già la volevano una fattucchiera. La vecchia zia, così il vero Adel mi raccontò, si aggirava per quella nave. Lui l’aveva sognata che gli appariva accanto alla branda facendogli proposte oscene, irripetibili, che Dio mi perdoni. Ma questi particolari lui li aveva raccontati solo a me e non a suo padre, che comunque non ne voleva sapere di queste stupidaggini. Le donne danno retta a quei sogni, le donne agiscono seguendo i sogni. Gli uomini agiscono secondo il dovere, secondo l’onore. Altrimenti perché un uomo vale più di una donna, secondo te? Non sei più un ragazzo, hai dei doveri. Gli aveva ripetuto il padre.

Così il povero vero Adel si era ritrovato alle undici di notte, dopo aver preparato una piccola valigia e uno zainetto di tela con delle provviste, a prendere uno di quei taxi collettivi da otto posti anche nove come in quel caso. Con altri del distretto che si fermavano ognuno in una stazione diversa di quel tragitto, con l’unico scopo di racimolare qualche soldo da inviare a casa, per il matrimonio di una sorella, per i quaderni di un fratello, per l’asino di uno zio.

Adel non era abituato alla birra.

Adel non voleva prendere quella nave.

Adel amava la terra, non l’acqua.

Lui voleva coltivare la terra.

Voleva alzarsi prima dell’alba, incamminarsi verso i campi, da solo o con gli altri contadini, con la sua galabeya tenendola per un orlo quando passa nei pressi di pozzanghere dubbie, poi legarla alla vita per avere maggiore mobilità mentre si china per seminare, controllare, raccogliere.

Voleva sedersi lungo il canale all’ombra di qualche palma per ripararsi da quel sole inclemente.

Tornare la sera ed occuparsi di qualche bestia, lì nel recinto dietro casa. Mangiare un pasto cucinato dalla moglie. Andare al caffè del villaggio, quella tettoia che funge da ritrovo e parlare della terra, della semina, del raccolto e perché no, delle donne.

Voleva mettersi la sua galabeya bianca pulita e ben stirata, il venerdi andare alla piccola moschea

grande abbastanza per raccogliere tutti gli uomini del villaggio lasciando i ritardatari nel cortile. E passare la giornata a commuoversi per la lettura dei versetti più belli e più potenti.

Questo chiedeva Adel.

Non il mare.

Non gli faceva una gran bella impressione, il mare.

Il mare non è la terra.

Non puoi costruire niente sul mare,

non puoi coltivare niente nel mare.

Dove scappi in mare?

Non si può vivere sul mare.

Bambina, la mia dannazione era scritta sul volto di quell’essere dalle sembianze umane. Mi resi conto che non era Dio che si era presentato all’appuntamento.

Ma un shaytan.

Satana aveva inviato quell’uomo lì a tentarmi. Ogni parola era un invito, un codice si nascondeva dietro quelle frasi. Tutto quel discorso non aveva che una messaggio. Per me e solo per me.

Io lo capii. E risposi rapidamente. E rapidamente tutto si era svolto, bambina, mia. Non ebbi il tempo di riflettere e già mi ero ritrovato su quella nave.

La Dragut.

… a seguire

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