4. Espressioni

Il viaggio del padre (II° parte)

Che strano non ho avuto alcun problema, bambina mia, con quella lettera. Il vecchio Adel possedeva solo un documento rilasciato dal posto di polizia del suo distretto che attestava che Adel Hanafy Abd el Wahhab aveva compiuto i suoi regolamentari tre anni di militare, non avendo carichi pendenti appena arrivato alla caserma del porto avrebbe dovuto presentarsi con quel documento, le foto, le marche necessarie ed ottenere così il passaporto, valido per l’espatrio.

Così feci.

Old boat. Foto: Craigford

Old boat. Foto: Craigford

E nessuno ebbe niente da ridire. Il nuovo Adel provò ad immaginare la somma che il vecchio Adel o suo padre avevano dovuto sborsare per quel documento e per quella lettera di raccomandazione.

5.000, 10.000, di più? Forse la stessa somma che avevano chiesto a me per il viaggio di sola andata,

verso il paradiso terrestre o l’inferno celeste. Le avevo viste quelle ombre. Sempre di notte. Scendevano da furgoni scassati, attraversavano il molo di corsa, scomparendo poi alla mia vista mentre si lanciavano in mare come inghiottiti dal mare.

Quanto avrei voluto essere una di quelle ombre, in quelle notti aggrappato alla rete che mi divideva dal porto.

Ed eccomi invece che entravo in mare in pieno giorno scongiurando quel rito di morte a cui assistevo ogni notte, non lanciandomi ma innalzandomi su di una scaletta.Non sapevo, però che quelle ombre sarebbero state la mia fortuna. Sorridevo sulla scaletta, quel giorno. Sorridevo, nonostante il presentimento che il corso della mia vita sarebbe stato malvagio.

Ma poi tu sei arrivata.

Arrivava placidamente la notte sulla nave e io uscivo in cerca di un po’ di solitudine, quando gli altri si abbandonavano al riposo. Fumavo una sigaretta appoggiato al parapetto di poppa guardando ansiosamente il motore della DRAGUT che sollevava una scia di spuma fosforescente per quanto era nera la notte in mare. Fumavo pensando, sperando che la conclusione non poteva che essere l’affondamento di quella nave e la mia morte nei panni del vecchio Adel. Perché io, Omar ero già morto, lì nel porto, nel corpo irriconoscibile del vero Adel Giustizia sarebbe stata fatta solo se fossi scomparso in quella nave, con quella nave. Dio avrebbe potuto riproporre il suo volto, la sua parola

solo se io fossi morto in un modo atroce. Solo così l’ordine sarebbe stato restaurato.

Un uomo non può abbandonare la propria famiglia.

Un uomo non può rinnegare Dio.

Un uomo non può impadronirsi dell’identità di un altro

lasciandogli l’infamia della propria, aggrappata al suo cadavere.

Un uomo non può fare tutto ciò senza essere punito con la vita.

Adel, vuol dire il giusto. Sembrava che il destino fosse seduto là, gongolante, su quella nuvola solitaria che sempre mi seguiva. Mi sarei dovuto abituare a quel nome che mi sbatteva in faccia ogni giorno l’ingiustizia di cui si andava gonfiando il mio cuore.

Fu in una di quelle notti che decisi.

Lanciai il mozzicone di sigaretta nella direzione della nuvola, strizzandole l’occhio, abbozzando un sorriso: meglio essere complici del proprio destino che esserne solo la vittima. E lanciai la mia sfida. Anzi la mia proposta di alleanza. E in un’altra di quelle notte, quell’alleanza il destino mi ricordò.

Poco da ricordare di quei giorni che trascorrevano a bordo. Mi ero appropriato del nome, nell’attesa di un evento fatale. Ogni momento per me aveva il sapore dell’ultimo. Ancora una volta aspettavo che Dio venisse a prendermi, a salvarmi o a dannarmi. Guardavo spesso verso la nuvola aspettando

che si aprisse per mostrarmi il volto del destino divertito. E guardavo spesso in acqua, quella che avrebbe dovuto inghiottirmi per rimettere ordine su questo mondo. Aspettavo la catastrofe, ma nelle poche ore in cui l’insonnia mi dava tregua arrivava la vecchia zia del vero Adel, a popolare i miei sogni. Non aveva un volto. Il suo viso era perso nel grande velo che l’avvolgeva. Le prime notti era orribile. Nonostante non ne vedesse i connotati, lo sapevo che mi guardava cattiva. Non faceva niente era solo lì presente nei miei sogni. Cominciò a farmi quelle proposte oscene di cui mi aveva parlato il vero Adel. E quello era ancora peggio delle maledizioni. Poi, ad un certo punto sembrò addirittura buona. Ma quel volto era imperscrutabile. Infine cominciò ad accompagnare le mie notti e basta. Non era più né cattiva né oscena né buona. Quando i miei occhi si chiudevano reclamando pace dalla fatica e dal rimorso, lei appariva e, con mia madre, con le mie sorelle, i miei fratelli, popolava le mie notti. A poco a poco feci mio quel nome e quel personaggio. Divenni Adel. Assunsi i pochi modi che aveva potuto notare di quel ragazzo, le sue smorfie, assunsi quel “fratello” che lui usava come intercalare. Mi feci carico di tutta la famiglia. Immaginai la casa, il paese, i nonni.

Immaginai i tre anni di militare che conoscevo attraverso le parole dei miei fratelli Samir, Baki, Salah, e di altri del mio quartiere. Tornavano ogni tanto a casa ed era una festa, anche se la loro caserma si trovava solo dall’altra parte della città. Alcune volte erano stati fuori mesi e mesi,

quando c’erano dei lavori grossi da fare, per la ferrovia o alle basi nel deserto. Avevo quattro anni in più ora e doveva riempirli di qualcosa. Avevo un altro passato, che si sovrapponeva al mio.

E mi confondevano. A volte non ero più tanto sicuro di sapere chi ero.

I primi giorni sulla nave furono una vera tortura. Tra l’attesa della morte, le apparizioni della vecchia zia, il terrore che mi assaliva e il lavoro pesante a cui ero sottoposto, non riuscivo a trovare tregua.

Fingevo.

Fingevo simpatia, fingevo arrendevolezza, fingevo attenzione. Ero diventato quello che ogni compagno di lavoro avrebbe voluto: sempre disponibile, mai una protesta. L’equipaggio era ridotto al minimo indispensabile, la mia mansione principale era di tuttofare. Un mestiere, quello di arrangiarsi, e frammenti di varie lingue imparai.

Nonostante imparassi velocemente le lingue che circolavano sulla nave, rimanevo sempre in silenzio. Per gli altri era una dimostrazione di rispetto e di umiltà, per me era paura di essere scoperto. E poi volevo capire senza essere capito. Volevo che mi prendessero per stupido.

Così ero protetto dal silenzio. Ogni tanto recitavo alcuni versi del Corano, come li avevo sentiti alla moschea del quartiere. E anche se la maggior parte beveva e rispettava pochi dei precetti della religione, tutti si sentivano un po’ più rinfrancati dopo quel flusso cantilenante e a qualcuno scorreva addirittura qualche lacrima lungo le guance rugose risucchiate dal sole e dalla fatica.

Più andavo avanti in quella farsa più realizzavo che non potevo più uscirne. E più me ne rendevo conto più aggiungevo tratti positivi al mio personaggio per paura di essere scoperto per quell’impostore che ero.

Ma godevo, bambina mia.

Mi piaceva. Avevo ingannato tutti. Tutti mi credevano quello che non ero. Ero entrato nelle grazie di tutti e conoscevo i più intimi segreti di ogni componente dell’equipaggio. Sentivo un piacevole brivido al pensiero di essere più furbo degli altri.

Più potente.

Solo un uomo non mi lasciava in pace. Non faceva niente in realtà. Ma il suo sguardo non era come quello di tutti gli altri. Kemal, il vecchio Kemal non si commuoveva lui.

Mi guardava dritto negli occhi fumando le sue sigarette puzzolenti con scritte incomprensibili. Kemal non si faceva impressionare dalla mia bella voce. Mi guardava dritto negli occhi, oppure mi ignorava del tutto. Quando mi accorgevo di quelle due fessure iniettate di sangue addosso, sentivo centinaia di serpenti aggrovigliarsi nella mia pancia. Ma non riuscivo a sostenerne lo sguardo.

E poi lui era un capo. Si vedeva dal rispetto che incuteva. Si vedeva da come veniva sempre servito per primo, aveva il posto migliore. Senza grande risonanza. Senza mettersi in mostra Kemal teneva tutti in pugno. Lo invidiavo, figlia mia. Io ero benvoluto perché facevo comodo, lui era sostenuto per rispetto. Approdammo in diversi porti, ma fu al secondo che il destino rispose al mio appello

tendendomi una trappola. In cui io caddi.

 

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