3. Specchio

La Famocrazia italiana.

Un contributo di Julio Monteiro Martins per La Stanza degli ospiti

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isola7logo

In una società mediatica come la nostra, per distinguere ciò che è parte della “casta” da ciò che non lo è, non basta adottare come criterio la semplice appartenenza alle istituzioni o all’apparato dei partiti tradizionali. Il grande vero strumento del potere – nel senso classico, come capacità di condizionare il giudizio, il comportamento e le decisioni altrui, e cioè di forgiare un consenso in favore delle proprie idee – è la visibilità pubblica.

Il potere in Italia oggi è un condominio di quelli che sono in grado di offrire visibilità e lo fanno in base ai loro interessi (oppure la negano, ciò che costituisce il moderno ostracismo e che è la faccia più brutale, seppur silenziosa, dell’uso del potere), e quelli che di questa visibilità se ne approfittano per soddisfare i propri tornaconti e quelli dei loro sponsor mediatici.

Il sistema che così opera non è diviso in “settori” distinti – culturale, politico, economico, giuridico, sanitario, sportivo, ecc – come magari sembrerebbe, ma è un tutt’uno inscindibile, e ogni sua parte è in simbiosi con le altre. L’apparente segmentazione è solo illusoria. Si tratta di un teatrino pubblico in cui ogni “personaggio illustre” svolge il ruolo che gli è stato destinato dai media, e che loro d’altro canto ricoprono molto volentieri.

Uno degli aspetti più dimenticati ma più importanti della disuguaglianza in crescita riguarda direttamente i media e l’industria editoriale: la riduzione della stragrande maggioranza delle persone a spettatori passivi di una minoranza di personaggi famosi. Si tratta di un vero annichilimento dell’essere, di uno svuotamento, della riduzione di quasi tutti all’assoluta irrilevanza. E la galleria dei famosi è costruita in modo tale da rappresentare nei suoi tipi, nell’ipotesi migliore, la sintesi, l’essenza, e nella peggiore la caricatura delle diverse opinioni e profili psicologici, in modo che questo annullamento di sé dovrà essere bilanciato da una sorta di “transfert”: il 99,9% di nullità anonime e senza voce “parlerà” per la voce virtuale di uno appartenente ai restanti 0,1%, rinforzando in questo modo un sistema malato, escludente, che si gonfia sempre di più attraverso questa falsa appartenenza, questa misera identità, l’ultima spiaggia degli spettatori.

Una scena dell’ultimo film di Marco Bellocchio, “Bella addormentata”, suggerisce la natura dispotica dei media sulla “casta” e le devastanti conseguenze dell’oblio: quando l’onorevole-psichiatra impersonato da Roberto Herlitzka spiega che gli scompensi psicotici di cui spesso soffrono i politici avvengono perché da un po’ di tempo non sono più invitati ai talk-show televisivi. La dannazione massima è quella di essere estromesso dalla visibilità pubblica.

In questo modo, il potere si distribuisce, si riproduce e si perpetua attraverso questo perverso ma efficiente stratagemma: l’apertura di spazi di esposizione, l’autopromozione attraverso la rotazione delle promozioni, lo scambio di cornici dorate nelle trasmissioni televisive e radiofoniche, la scelta degli autori pubblicati dalle case editrici, le interviste nei giornali e nelle riviste patinate, gli inviti ai Festival letterari, giornalistici e cinematografici per rivestire i ruoli di  giuria o di relatore, i gossip, i sorrisi e i bacini scambiati nei cocktail party, nelle presentazioni di libri o magari in barca o in spiaggia nei soliti posti di villeggiatura. D’altronde, c’è anche qualcosa di truffaldino in questi scambi: per occupare tutti gli spazi possibili le presentatrici si improvvisano scrittrici, le indossatrici cantanti, i giornalisti politici e i politici pittori o fotografi, in una vera e propria orgia di dilettantismi. E chi di noi non ha già sperimentato un profondo disagio, una nausea diffusa, nel sentire per l’ennesima volta i discorsi banali e saccenti di queste note figure? Nel dover ascoltare le loro voci, che nella semplice inflessione già trasmettono il loro distacco dal resto della società.

Se si vuole cambiare veramente l’Italia, redistribuire il potere e restituirlo ai cittadini, ridare valore a quelli che lo meritano, e non solo cambiare la direzione dei riflettori,  non solo cambiare lo sciame delle mosche sempre sulla stessa carcassa, bisogna prima di tutto capire e poi smontare questa rete di complicità mediatica, questa fabbrica di protagonismo. Stare più attenti non a chi si dichiara di destra o di sinistra, non a chi è considerato come interno o esterno agli apparati, non a chi si propone di difendere i privilegi o al contrario la povera gente, ma a chi ha avuto, o ha ancora, questa visibilità elargita dal sistema, chi partecipa a questo traffico e come e perché è stato “contemplato”.

Sarà questa la vera “isola dei famosi”, miglia lontana dal continente degli uomini. La combriccola dei soliti noti che dovrà essere smascherata e ridimensionata. E poi, creare filtri, tenere la gestione dei media a servizio della collettività, abolire infine questa “famocrazia” tutta italiana che blocca la realizzazione della nostra democrazia, che rende perpetuamente chiuso e autoreferenziale un sistema che, per funzionare bene, dev’essere necessariamente aperto, libero, orientato verso l’inclusione.

One thought on “La Famocrazia italiana.

  1. È una coraggiosa e veritiera critica ad una prassi che è diffusa oramai anche in ambienti che dovrebbero essere interpreti di una diversa pratica. Ma la “famocrazia” ha esercitato e esercita tutt’ora una travolgente egemonia…!

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