4. Espressioni

Il viaggio del padre (III parte e fine)

Caddi in una notte senza stelle.

Come sempre vagavo lungo i vari piani del ponte, fino ad arrivare al mio angolo preferito. Non volevo più che le acque si aprissero per inghiottirmi. Potevo soffocare i miei rimorsi. Potevo vivere una nuova vita lasciandomi tutto alle spalle. Un grande mare divideva me e il mio passato. Forse non lo avrei mai più incontrato. La mia strada si era allontanata da Dio, non c’era più modo di incontrarci, per me non esisteva più e io non esistevo più per lui. Allora tanto valeva vivere.

Old boat. Foto: Craigford

Old boat. Foto: Craigford

A tutti i costi. Questo pensavo sporto sul parapetto, quando mi accorsi che una piccola imbarcazione era appostata vicino a noi. E di nuovo quelle ombre, figlia mia.

Furtive come al porto.

Uscivano da sa il diavolo dove, come vomitate dalla nave. Non sapevo, bambina mia che quelle ombre sarebbero state la mia fortuna e la mia rovina. Ebbi di nuovo la sensazione di avere satana intorno e quando mi girai per non vedere altro, sbattei contro il corpo muscoloso di Kemal. Poche parole, qualche sguardo e mi trovai immerso in un mondo di violenza e di miseria. Un mondo che mi fece ricco e senza speranza. Passai dall’altra parte per sempre da quella volta.La prima volta, bambina mia, non me la ricordo nemmeno più.

Troppe ombre mi passarono davanti. Arabi, berberi, etiopi, sudanesi, ghanesi,sudanesi, nigeriani… Imparai la geografia dell’Africa con quei corpi:

Guinea Bissau, Burkina Faso, Sierra Leone, Liberia, Togo, Benin, Gabon

Ci occupavamo solo dell’Africa, e di certi Stati.

La concorrenza è spietata anche in quel ramo, figlia mia. E se per caso soffi la merce al legittimo proprietario la tua vita diventa ne più ne meno di quelle ombre, ma in fondo al mare. Le voci di quelle ombre mi tornano in mente in continuazione. Lamenti, parole incomprensibili, maledizioni forse. A me che ero già maledetto.

Come maledetto era il denaro che quelle ombre attraversando la mia vita mi portavano. No, non uomini o donne o vecchi o bambini, piccola mia, ma merce. Merce della miglior specie: se si deteriora non importa perché il pagamento è in anticipo. E nessuno reclama mai. Il gioco era facile, io non avevo un grande ruolo: li facevo trasbordare da un’imbarcazione all’altra. Salivano sulla nostra nave in prossimità di un porto, una volta che ne eravamo usciti dopo tutti i controlli. Così il grosso del viaggio lo facevano con noi stipati in un locale dove non sono mai entrato. Un locale cieco, di cui nessuno conosceva l’esistenza. Poi poco prima di un nuovo porto veniva una piccola imbarcazione e quei corpi trasbordavano un’altra volta. E così via fino alla loro destinazione finale.

Non so se coincidesse con quella pattuita, quasi mai credo. Nessuno di noi parlava mai di quelle ombre e di quell’affare. Per fare quel lavoro ricevevo lo stipendio mensile che mi dava la Compagnia della nave. Ad ogni tratta. Qualche mese di quella vita e sarei diventato ricco.

Finalmente.

Non era forse iniziato tutto così?

Non era quella sete di denaro facile che mi aveva portato fin qui?

In questo abisso dell’umanità e nell’abisso dell’anima?

Non era forse per questo che avevo abbandonato la mia famiglia nelle mani dei creditori e della miseria?

Non era per questo che avevo ucciso un uomo colpevole di avere una preziosa lettera?

Il tempo decise di ruotare ancora più velocemente. Le mie tasche si riempivano non bastando più a contenere il denaro che mi arrivava. Cercai la mia famiglia senza mai scendere dalla nave.

Nessuno rispose.

Tutti al cimitero popolare. E nei miei sogni. Il tempo girava vorticosamente e noi con lui.

Kemal non si accontentò della posizione che occupava. Tentò il colpo grosso. Io lo seguii.

Niente da perdere e tutto da guadagnare. E così fu. Continuai a girovagare per questo nostro mare, il mare bianco.

Passarono settimane, mesi, anni.

Non scesi mai dalle nostre navi. Con quelle ombre nel ventre, ansiosi di giungere dall’altra parte, non sapendo che forse il peggio doveva ancora arrivare. Non avevo più voglia di entrare nelle terre dall’altra parte. Mi bastava vagare per questo limbo. Dannato tra i dannati. Un carceriere che vive con e come i carcerati. Senza passato e senza futuro. Per questo mi aggrappai all’unico passato rimastomi. All’unico nome di cui ero certo. Comincia ad inviare qualche soldo ai genitori del vero Adel, che si era aggiunto alla lista dei miei compagni notturni. Da tempo ormai lui sua zia mia madre e tutta la mia famiglia si presentavano di notte nella mia testa. La prima volta che ho inviato i soldi ho vissuto trattenendo il respiro.

Non sapevo cosa mi emozionasse.

Non sapevo cosa mi proponessi.

Non sapevo che futuro aveva quella menzogna ancor più grande. Finché non era arrivata la risposta.

E con la risposta c’eri tu.

I genitori di Adel, tuoi nonni morti, tua madre risposata. Non sapevo della tua esistenza,

Adel non me lo aveva detto. Se solo avessi saputo, forse tutto ciò non sarebbe successo. O forse sarebbe successo lo stesso. Fu il suo secondo regalo dopo quella lettera. Mi sono aggrappato a te. Eri la mia unica salvezza. La mia fatica, il mio denaro avevano ora uno scopo. Volli farti uscire da quel buco nel mondo. Mandarti nelle migliori scuole. Farti vivere la vita che avrei voluto.

Ora che la mia morte si avvicina e tutto intorno tace, ho bisogno di parlare con questa lettera

A te, che sei stata la mia redenzione.

Tu. Figlia di Adel Hanafy Abd el Wahhab.

La mia seconda identità.

La mia unica vita.

La ragazza ripiegò la lettera che ormai conosceva a memoria. La nave stava arrivando in quel porto dove il destino giocava con migliaia di vite. Il vetro da cui guardava quella terra estranea e gialla, le rimandò il volto di una giovane con gli occhi gonfi e arrossati, lo sguardo puntato verso una nuvola sulla sua testa.

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