1. Le parole sono importanti!

Chi sa, fa la sua ora

Un contributo di Julio Monteiro Martins

Si sgretola il pensiero unico e prende altre, molteplici direzioni. Finalmente!

La strategia della paura, che in tutti questi anni è riuscita a ridurre gli italiani a una massa inerme e silenziosa, è finalmente rimasta senza munizione, impotente davanti ai nuovi uomini e alle nuove donne, che con determinazione provano a essere più grandi di loro stessi, a smontare la farsa e a superare il timore dei mostri artefatti.

I tromboni della stampa interessata e connivente annunciano che la nave sta per andare a picco ogni volta che la vedono muoversi verso una direzione che non gli piace.

Ai lettori, in questo caso, tocca mantenere il sangue freddo, la lucidità, e non spaventarsi al primo falso allarme o alle minacce di Moody’s o della Goldman Sachs. Si sa che le statistiche sono manipolabili e gestite secondo le varie convenienze, e d’altronde un paese non è fatto solo di cifre, di numeri o di rating, ma di donne, uomini, piazze, boschi e spiagge, sentieri, canzoni, risate e fatiche, domeniche e lunedì. Non è mica facile distruggere un paese in tempo di pace, ed è inverosimile che la nazione si autodistrugga. Il fatto è che chi non vuole i cambiamenti spaccia di proposito ogni cambiamento mal visto per autodistruzione. Sicuramente in questa situazione ci sarà d’aiuto ricordare la frase di Roosevelt durante la Grande Depressione: “L’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è della paura stessa”. Ma chi ha visto l’ieri e vede l’oggi, non può aver paura del domani.

A complementare le previsioni catastrofiche ci sono sempre gli appelli alla “responsabilità” e al “buon senso”, che per fortuna ormai non fanno più alcuna eco, perché la stampa conservatrice che li fa non è mai stata così sorda e distante dal sentimento generale. Gli italiani si riempiono del coraggio di chi non ha più niente da perdere, e vogliono un mutamento profondo e immediato.

Hanno capito che il “buon senso” non è necessariamente buono né ha necessariamente un senso, che questi appelli non sono altro che uno strumento pubblicitario del conservatorismo, dell’immobilismo, e cercano di convincerci che lo scenario che si apre davanti a noi ha soltanto una strada a senso unico e a direzione obbligata.

Queste paure montate ad arte mi ricordano il finale del film “Il mago di Oz”, quando la giovane Dorothy scopre che la terribile Testa Gigante era solo un effetto luminoso, e che il Mago non era mai stato un vero mago ma un semplice essere umano, che ha truffato l’intero popolo incutendogli terrore. Allo stesso modo, anche l’orco del rating, dello spread, dell’“ingovernabilità” e gli altri spauracchi vari, messi lì dai nostri “maghi”, sono stati posizionati a ogni fermata del treno fantasma in cui vogliono farci imbarcare, nella speranza che, spaventati, gli proroghiamo senza limiti il potere e ci rassegniamo per sempre agli intrallazzi della “casta” politica e mediatica che ci opprime. Ci vogliono l’immensa plebe al loro servizio, i pochi patrizi.

Una vecchia canzone brasiliana di Geraldo Vandré dice “quem sabe, faz a hora, não espera acontecer”, (chi sa, fa la sua ora, non aspetta che arrivi). Per “fare la sua ora” bisogna innanzitutto liberarci dalle paure, proprie o indotte, dalla timidezza e dalla soggezione ai “personaggi famosi”.

La severa esortazione alla “responsabilità” non è altro che un tentativo di bloccare e di cancellare il pensiero creativo nell’ambito politico, di congelare nel tempo uno status quo che serve solo a quei pochi – i potenti, i ricchi, i cialtroni, i corrotti, tutti quelli che hanno prosperato a scapito della società – di cui usufruiscono come un privilegio eterno, inossidabile. Non si accorgevano, tuttavia, che la ruggine del tempo con le novità che porta rendevano sempre più vulnerabile la loro torre blindata.

È l’ora di recuperare, nelle belle parole di Franco Fortini, “l’uso formale della vita”. È l’ora di riprendere la ricerca per una possibile felicità civile.

Perciò, credo e spero che stiamo entrando in un’era in cui l’esuberanza di un immaginario allegramente selvaggio occuperà lo spazio grigio e mesto occupato dal pensiero omogeneizzato e dalle ricette dei “saggi” della retroguardia. L’immaginarsi un progetto politico alternativo, che è stato deriso, scartato, persino vietato per tanto tempo, deve tornare a essere coltivato e celebrato da quelli che “faranno la loro ora”.

L’intelligenza nociva dei furbacchioni, delle vecchie volpi, dovrà affrontare ora un nemico superiore: un’intelligenza generosa, benevola e solidale, e molto più motivata dell’altra.

Ecco la posta in gioco per il tempo che si avvicina. Chi vivrà, vedrà.

Julio Monteiro Martins

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