5. Letture d'altrove

Ici Casablanca, La musica è cambiata Sam*

Morales, Casablanca

Murales, Casablanca

Ritornare a casa per un migrante costituisce una seconda migrazione.

E come in ogni migrazione, il primo spaesamento con il quale il migrante/autoctono si deve confrontare è quello linguistico.

Basta un viaggio breve al quale siamo sempre impreparati per passare da una dimensione linguistica all’altra, con tutto ciò che questo passaggio implica dal punto di vista cognitivo e psicologico. Ci riveliamo al mondo e sveliamo il mondo a noi attraverso la lingua.

Ed ecco che un migrante, me compreso, qualunque sia il suo livello di istruzione, uomo o donna, bambino, giovane o anziano, si trova a doversi confrontare con la Questione linguistica. In un paese come il Marocco il confronto non può che essere multiplo: con l’arabo classico, il dialetto marocchino, l’Amazigh e infine con il francese.

In Marocco si parlano molte lingue, e la lingua è una tematica che anima il dibattito pubblico.

A volte mi sembra strano che un paese dalla lunga storia non sia riuscito a risolvere tante problematiche, anzi nel tempo esse si sono sempre riaffacciati con forza. La Questione linguistica stessa non è un argomento nuovo, ne hanno parlato in tanti prima di ora.  Ma ad un certo punto con gli anni di piombo e  il conseguente monopolio della monarchia e i suoi alleati sul sistema politico, economico e culturale del paese, sbaragliando la sinistra progressista, sembrava che il dibattito su quale lingua si parli in Marocco si fosse assopito.

Tutto ciò solo nei momenti di distrazione mi sembra strano, perché basta una passata della storia contemporanea del Marocco per capire perché La Questione linguistica sia tornata d’attualità.

Lo si respira chiaramente au Salon Internationel de l’Edition e du Livre di Casablanca alla sua 19° edizione.

Tanti i libri sulla lingua, tante le presentazioni e gli autori. Ho assistito a vari dibattiti sulla lingua e anche quando le presentazioni non riguardavano tematiche legate alla lingua e ai suoi tarli, si ritorna sempre lì, si parla sempre della Questione linguistica.

Mi verrebbe da dire che i marocchini stanno in attesa mentre l’intellighenzia discute su quale lingua e per quale popolo.

Penso: abbiamo proprio il bisogno di decidere la nostra lingua? è una sola o sono tante?

Forse abbiamo necessità di trovare una lingua per iniziare la narrazione? O forse la narrazione non aspetta, e nemmeno il popolo aspetta. I Marocchini si raccontano quotidianamente, scrivono la loro storia personale e collettiva tutti i giorni con la stessa lingua che considerano responsabile del loro disorientamento: una lingua multipla e difficile che spesso confonde e tradisce, svelando l’appartenenza sociale, geografica e etnica.

Parlando con l’autore e linguista Abdel Fattah Kilito**, che mi “interrogava” su quale fosse il mio pensiero a proposito della Questione linguistica, mi sono sorpreso a pensare al passato. All’indomani dell’indipendenza del Marocco. E’ in quel frangente fra il 1956-1961 che è nata la Questione Linguistica, è in quel momento che avviene l’imbroglio. La classe politica in Marocco (monarchia e partiti politici, espressione del movimento di resistenza nazionale) doveva decidere cosa fare del lascito colonialistico in materia di scuola. Fino a quel momento l’insegnamento era in francese per tutte le fasce del popolo marocchino, o almeo a coloro che potevano accedere alla scuola, senza nessuna distinzione fra classi sociali.

Per questione di legittimità politica e forse anche di orgoglio nazionale (in fondo siamo un paese arabo) il sistema politico ha deciso di arabizzare la Scuola.

Arabizzare, una parola che ricorda un’altra: Bizzarro. Il bizzarro nel caso marocchino è che l’arabizzazione non valeva per tutti. Mentre il popolo studiava in arabo, la classe dominante continuava a mandare i propri figli nelle scuole francesi, preparandoli ad occupare i posti migliori all’interno dell’amministrazione pubblica e privata. Invece dell’ Amazigh si persero le tracce, nessun insegnamento ad esso è stato consacrato.

Prima di decidere in che lingua raccontare si dovrebbe avere le idee chiare su quale storia raccontare!

L’Amagizh che non ha mai fatto la sua comparsa nell’insegnamento ha significato che gran parte della storia del popolo che ha dato vita ad una civiltà millenaria non verrà insegnata, ma rimarrà esclusiva-ostaggio di una narrazione orale, popolare e solo fra chi la sa già, senza nessuna possibilità di trasmissione ai non Amazighofoni con il rischio quindi che si perda questa cultura o che si ghettizzi.

Anche di cultura Amazigh si è parlato molto al Salon de l’Edition e du Livre. Dopo decenni di marginalizzazione la cultura Amazigh è tornata con insistenza. Alcune zone Amazigh sono molto politicizzate e chiedono non più la riconoscenza della loro lingua e cultura come ufficiali, cosa avvenuta di fatti nell’ultima riforma costituzionale, bensì l’autodeterminazione. Una rivendicazione già portata avanti dal 1975 da una frazione dei Sahraoui***.

Anche di Sahara si è parlato, ho assisto ad un dibattito sulla scrittura femminile nel Sahara del Marocco e ad altri sull’identità, la cultura e la lingua nelle regioni del Sud, tutti eventi organizzati dal Ministero della Cultura nelle  sale all’esterno del Salone, ecco forse perché all’interno invece, a livello di proposta editoriale e di esposizione ho avuto l’impressione che un po’ di Sahara mancasse.

Questa edizione del Salone s’intitolava “ فلنعش المغرب الثقافي (vivons le Maroc culturel) ed è stao proprio così, Per 7 giorni, abbiamo vissuto fra le culture del Marocco.

Una cultura complessa, rumorosa, stimolante, conflittuale, giovane, e con una moltitudine di lacune e vuoti che chiedono di essere colmati e sono molti i marocchini che si danno a quest’esercizio.

L’insegna del Salone era scritta in tre lingue: Arabo, Amazigh e Francese.

Insegna del Salone.

“Viovons le Maroc culturel”

E si sente che la Francia e il francese sono presenti in Marocco. Una presenza forte attraverso case editrici e le Centre Culturel Français, quest’ultimo si è collocato al centro del Salone con un padiglione imponente, gestito da giovani e simpatici ragazzi marocchini che parlavano francese e ogni tanto uno stentato dialetto marocchino, questo padiglione ha ospitato varie presentazioni di libri e autori (sicuramente è stato il padiglione più interessante di tutto il salone)

In una di queste presentazioni si parlava di Casablanca e ad intervenire erano due intellettuali ed attivisti marocchini**** impegnati nel ripensare la città in chiave di conservazione della sua memoria e di modernizzazione: Un bel dilemma!

Casablanca è la città degli architetti, una città fitta, realizzata attraverso marchingegni e stratagemmi misteriosi. Si direbbe che è stata fatta da architetti debuttanti, ma allo stesso tempo geniali: una stratificazioni di stili, di bruttezza, di illogicità, di memoria e di politica che camuffano la sua anima, la svelano ogni volta diversa, ora brutta e insopportabile ora sorprendente e originale. Una città gelatinosa che si estende da tutte le parti, allarga i suoi confini e intasa i suoi vari centri. Qui non è facile orientarsi con Google Earth, e anche il navigatore satellitario non sempre funziona. Tuttavia i casablancais hanno un navigatore biologico che li aiuta a districarsi nella rete fittissima della città. Io so ad esempio che per salire dal centro verso casa mia nella periferia ovest, in una linea d’area di 4 chilometri, dovrei guidare per circa un chilometro in una linea dritta, poi cominciare a zigzagare fra vie secondarie per evitare il traffico del centro. Tattica che ovviamente adottano molti casablancais e quindi si fugge da un ingorgo per trovarsi in mezzo ad un altro. L’ingorgo è anche linguistico e fuggiamo dall’uno all’altro e spesso siamo bloccati.

ingorghi casablanchesi

ingorghi casablanchesi

Lascio in coda la Non-partecipazione italiana al Salone, perché in coda deve stare.

Non c’è un padiglione Italia, non c’è nemmeno uno stand, non c’è niente, proprio niente, solo 4 libri usati, logori e mangiati dalla polvere, vergognosamente buttati su una libreria in uno stand collettivo, insieme al Portogallo, la Germania e l’Inghilterra (quest’ultimi avevano altre impostazioni per il Salone). Non c’è niente, proprio niente, un niente che mi mette in crisi e mi fa interrogare sull’opportunità di raccontare me stesso e il mio paese in italiano. Perché e per chi lo dovrei fare?

On re-parlera de tout ça Incha allah!

_______________________________________

* Il riferimento è al film “Casablanca” e la canzone èAs Time Goes Bye ” http://https://www.youtube.com/watch?v=SHGXajLDRPk

** Abdel Fettah Kilito: “Tu non parlerai la mia lingua” Mesogea.

*** Il conflitto che oppone il Marocco al Plisario sulle regioni del Sahara Occidentale dal 1975.

**** Mohamed Tozi, e Idriss Ksikis, Curatori del volume: “Casablanca Oeuvre ouverte”, edition Fenec

 

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6 thoughts on “Ici Casablanca, La musica è cambiata Sam*

  1. E’ già interessante che tu sia tornado a Casablanca per il Salone del Libro dopo tutto. A mio avviso in Italia (ma forse non solo) la comunicazione linguistica ha perso smalto e terreno nei confronti di altri modi di comunicare. Non mi stupisce se a Casablanca non si è ritenuto che ci fossero prodotti italiani da esportare. Vedo però che tra gli immigrati ci sono molti, come te, che hanno interesse a raccontare le proprie esperienze. Un giorno forse questo servirà se non sarà spazzato via dagli sviluppi della tecnologia.

  2. Il problema non è affatto tecnologico Vincenzo, infatti la tecnologia era molto presente nel Salone.
    Il problema è culturale e di politica culturale che l’Italia non ha. Paradossalmente come ho detto in occasioni precedenti i marocchini vogliono aprirsi anche alla cultura italiana, la conoscono, conoscono poeti e scrittori italiani, ma devono per forza fare a meno dell’intermediazione degli italiani, o degli istituti culturali italiani perché coloro li gestiscono sono incompetenti e ignoranti, danneggiano la cultura italiana e l’immagine dell’Italia.
    Un paese che non dialoga con i suoi vicini, con il suo contesto geografico e culturale, che non si confronta e non racconta la sua storia è un paese destinato al fallimento.

  3. ..Ma uno bravo come te Rabii perchè non lascia l’italia, destinata al fallimento, invece di continuare a rompere le uova assieme agli amichetti di Alma:tutti straordinari scittori ed intellettuali che nelle più avanzate nazioni vedrebbero riconosciuti gli altissimi meriti.
    Siete fuggiti da una patria potete trovarne certamente un’ altra lasciandoci un po’ in pace..Grazzzie

    • Ma intanto permettimi di rallegrarmi con te, il tuo commento lascia intendere che hai letto l’articolo fino in fondo, il ché vuol dire che ti ha interessato, quindi non sei uno stupido. Bravo anche te.

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