5. Letture d'altrove

La Cultura Amazigh o quando la storia esce dall’ombra.

imarirn (1)

Avant-propos:
Nelle ultime settimane mi sono disinnamorato dell’Italia e dell’Italiano.

Il primo disinnamoramento per me è molto comprensibile ed è anche meno grave.

Chi come me ha immigrato in Italia non per necessità economica né per disperazione o ribellione, ma per un sincero desiderio di incontrare l’altro, di sentire la sua Storia e di raccontargli la propria, si innamora della lingua e il suo suono ancor prima che del paese e della sua gente!
Chi come me ha scelto l’italiano come lingua d’espressione, di sogno e di futuro compie non un investimento, ma un puro atto di amore, un amore felice se non fosse per gli italiani che lo rovinano.
Fossi stato in Italia mentre le sorti della sua gouvernance si decidevano forse avrei accettato meglio la beffa politica, forse avrei capito, me ne sarei fatto una ragione, avrei provato a dire la mia? Forse.
Vorrei “detalianizzare” l’italiano per poterlo riconquistare.
Mi vorrei detalianizzare continuando il mio rapporto di adulterio con l’italiano.
Al mio arrivo in Marocco ho trovato ben risaputo il disorientamento politico, culturale e sociale dell’Italia. Tutti m’invitavano a rivalutare il mio progetto migratorio, a crearmi delle vie di fuga o di ritornare semplicemente a casa. Volevo difendere l’Italia, e attraverso l’Italia me stesso, davanti ai miei cari e ai marocchini in generale, ma dopo la rielezione del presidente napolitano e il governo dell’Inciucio non avevo
più argomenti e sono caduto in una specie di depressione in cui cominciavo ad avere un rapporto sado-masochista con l’Italiano. E davanti a ciò che considero un’occasione mancata per la politica di rinnovarsi, mi trovo a ripensare e a rimodulare il mio rapporto con l’italiano secondo dialettiche nuove. (ne parlerò in un successivo articolo del rapporto del migrante con la lingua ospitante)

Perciò forse riesco a capire il rapporto complesso che intrattengono gli amazigh con l’Arabo, lingua madre-ospitante da una parte, e Il Tamazight lingua madre da liberare dall’altra.

A propos:

Ogni tanto mi trovo costretto a tradire lo spirito di questa rubrica nata per far scoprire altri orizzonti culturali, spesso snobbati dalla grande editoria o trattati come fenomeni di moda. Quando abbiamo creato “Letture d’altrove” abbiamo pensato di proporre letture di libri, di film o di spettacoli artistici disponibili in lingua italiana. Ma ben presto ci siamo resi conto della limitatezza di questa scelta che ci siamo imposti.

Il fatto che alcuni scrittori o poeti non siano tradotti dalle loro lingue verso l’italiano, non dovrebbe essere un’aggravante che li condanna  a non essere conosciuti oltre confini.

Lo stesso discorso si applica ad intere culture che in assenza di una lingua ospitante, rimangono completamente sconosciute, nonostante il valore umano ed universale che contengono.

Ecco perché oggi non posso proporre una lettura in lingua italiana perché semplicemente non ci sono libri tradotti dall tamazight verso l’italiano*.

Siamo davanti ad un vuoto, non potete leggere le parole di un amazigh tradotte in italiano. Io stesso, ironia della sorte, le posso leggere solo tradotte in arabo o in francese, perché essendo arabofono non capisco il tamazight.

È una mancanza di cui mi rammarico spesso, non conoscere l’altra lingua ufficiale del proprio paese è grave, e lo è ancor di più quando si è la certezza che le proprie origini, perdute lungo i sentieri della migrazione, sono amazigh. Tuttavia ho delle attenuanti.

La lingua Tamazight è stata introdotta nella costituzione come lingua ufficiale solo nel 1 Giugno 2011. Un ritardo imperdonabile se si pensa che il 40% della popolazione è amazighofona.

Tutto quello che riguarda la lingua e il suo insegnamento fa parte di quella sfera che lo Stato deve gestire, perché ne va dei “miti” fondanti del Regno.

Per lunghissimi decenni la storia ufficiale del Marocco insegnava che gli antichi abitanti del paese sono venuti dall’Arabia e dallo Yemen passando dall’Egitto e dall’Etiopia, poi assicurava che la nascita del Marocco moderno coincide con l’arrivo dei conquistatori arabi e musulmani. Da qui due dei pilasti sui cui si fonda la legittimità della monarchia in Marocco: discendenza diretta dal profeta, quindi Islam, e lingua araba.

Dopo la decolonizzazione la lingua araba come collante di una società tutt’altro che omogenea è stata intensificata, arabizzando l’insegnamento e diffondendo l’uso dell’arabo anche nelle zone amazighofone.

Nonostante secoli di emarginazione il Tamazight con le sue tre variazioni marocchine si è mantenuto.

Non si è perso come è successo per molte lingue, ma si è trasformato da una lingua scritta a una lingua orale, parlata e trasmessa di generazione in generazione. Come se la lingua davanti alla minaccia si fosse difesa rinunciando all’esuberanza della scrittura e rifugiandosi nell’intimità dell’oralità.

Solo il dialetto marocchino riesce a compensare la mancanza di un terreno d’intesa linguistico fra arabofoni e amazighofoni, ma mentre la stragrande maggioranza degli amazigh conosce l’arabo,  gli arabi continuano ad ignorare il Tamazight.

Alle fine degli anni 80, dopo lunghi anni di militanza culturale**, le rivendicazioni di attivisti ed intellettuali amazigh aveva raggiunto un tale livello di maturità da poter far rimbalzare la Questione Amazigh sul davanti della scena politica e culturale del Marocco. Ma si dovette aspettare il 2001 per vedere il primo riconoscimento ufficiale della cultura Amazigh attraverso la creazione de L’Institut Royal de la Culture Amazigh,  nel 2004 viene adottato ufficialmente l’antico Tifinagh come alfabeto di scrittura e alla fine nel 2011 arriva la costituzionalizzazione del Tamazight.

Durante alcuni dibattiti sulla Questione Amazigh al Salone Internazionale del libro di Casablanca c’è un passaggio preciso nelle peripezie della cultura Amazigh che colpisce molto, ovverosia  quando la cultura e la lingua tamazight escono un’altra volta dall’ombra dell’oralità alla calura della scrittura, con una scelta radicale che consiste nell’ adottare un alfabeto antico, contrariamente a molti altri popoli che hanno sostituito il loro alfabeto con un altro diverso e quasi sempre preso da un conquistatore (Urdu, persiano, turco, curdo), gli Amazigh del Marocco hanno scelto il Tifinagh che risale a 2500 anni fa. Di questo alfabeto custodito lunghi millenni di storia dai Tuareg, les Hommes bleus, anche essi Amazigh, non sono rinvenute opere complete scritte, tuttavia ce ne per fare uno strumento di scrittura e d’espressione.

Il poeta, filosofo e militante marocchino amazigh Ahmed Aasid dice a proposito : (…) Nel passare dall’oralità alla scrittura nel tamazight non si è trattato solo di scrivere in una lingua parlata, ancor meglio questo passaggio ha portato alla modernizzazione delle strutture culturali amazigh stesse, dello sguardo che l’amazighofono porta su se stesso e sulla sua cultura. Il fatto di scrivere in tamazight ha costituito un balzo in avanti che ha modificato gli ingranaggi di questa cultura in diverse direzioni : 1- dalla spontaneità della lingua orale frutto del sapere, delle esperienze e delle abilità del gruppo nel forgiare delle formule retoriche collaudate e trasmesse da generazioni siamo entrati nell’ esperienza dell’individuo e il suo sentire personale. 2- Invece per la produzione letteraria Amazigh dal conformismo e la riverenza nei confronti delle tecniche stilistiche e linguistiche ereditate e trasmesse oralmente siamo passati alla critica, alla sperimentazione e a ripensare la lingua e le sue combinazioni anche in una prospettiva futuristica di sviluppo e continua apertura.***”

Uno sviluppo e un’ apertura che a volte mischia il politico al culturale e implica una doppia militanza, culturale e politica appunto. Ahmade Aasid stesso fa parte di quella schiera di militanti culturali e politici che oltre a rivendicare un ruolo importante alla cultura Amazigh, interviene nel dibattito politico del Marocco e milita per l’affermazione del laicismo nel paese. E questo è lontano di piacere a tutti.

Intanto rimane la poesia:

“Ullah ar da neggan all ktix max isar a lâbad I n fafa

Ella eggarx izdwan g ixf inw ujdx ad iffegh dignx lahmaq

Is annayx lhaqq a yImazighen is enga ti ughrib urt en li

Ullah amrid i yait l’Atlas ar isul Digol ghurun

Mani aqbil izayan emmutnenn eg Tizi Isli eggun âari

Ixla Saghro exlan Imermucn assenna ghas itizza irumin

Liman asd ekkerx ad utx is da nannay agllid infayax

Maca estiqlal enna numz ca ur ax issaha essâad iberrcinax.”

___________________________________

* Nessuna autore marocchino amazigh, da verificare Algeria-Tunisia e Libia.

** Chafik, Mohamed, “Les Berbères, leur contribution à l’élaboration des cultures méditerranéennes”, Le monde amazigh, n° 67, 2005.

*** Hassan Najmi intervista Ahmed Aasid, Rivista “Al bayt”, n° 21/22, 2013

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2 thoughts on “La Cultura Amazigh o quando la storia esce dall’ombra.

  1. Molto interessante quanto scrivi (e anch’io mi vorrei detalianizzare :-). sono tornata ora da un breve soggiorno in Marocco e mi rammarico di non aver avuto l’occasione di conoscere qualcosa della cultura Amazigh. La prossima volta!

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