2. Memorando

Esercizio d’ammirazione

Ci sono tanti modi per manifestare la propria ammirazione nei confronti di un artista, in generale, o di uno scrittore, in particolare. E forse la forma più alta è emularlo, “copiarlo”. Avvisandolo, però, e dichiarandolo!

Mi cimenterò ora in un esercizio di ammirazione.  E porterò, dunque, un omaggio a un’eccelsa penna della letteratura italiana (e brasiliana) contemporanea, copiando un’idea dell’autore.

julioInterrompo i suoni di tamburo e vi svelo il nome dello scrittore: Julio Monteiro Martins. L’oggetto della presente emulazione, invece, è stato racchiuso dall’autore nel volume La macchina sognante (inedito). Qui, Monteiro dialoga. E già questo, per chi ne è avvezzo di Monteiro, sa di trovarsi di fronte un’ondata di squisiti pensieri e profondità d’animo. Un’ondata densa destinata a cambiare qualcosa dentro di te, pur piccolo o grande che sia il frammento in procinto di un’inevitabile metamorfosi.

Nel testo citato, Monteiro, dicevo, dialoga e i suoi interlocutori sono gli scrittori del passato e del presente, dando vita a un susseguirsi di riflessioni pregne di significato.

Lungi dal volervi trarre in inganno, specie per il dichiarato esercizio d’ammirazione, quindi eccovi un breve brano:

Camus: “una letteratura disperata è una contraddizione di termini”.

Monteiro: “non c’è vera letteratura senza una dose di calma disperazione, di spavento del mondo, ma d’altra parte se questa disperazione raggiunge livelli estremi lo scrittore tace”.

In virtù di quanto anticipato, mi inserisco nel dialogo.

Turcanu: “lo scrittore guarda il mondo con sofferto distacco. E la letteratura è il frutto di un disperarsi con oggettività, il quale è la culla di una ribellione nei confronti del mondo attraverso la creazione di un altro mondo possibile”.

Monteiro: “niente fa più male alla letteratura che i buoni sentimenti, soprattutto se per confermare le false semplificazioni devono negare o nascondere la complessità, quella stessa complessità che trasforma un sorriso in problema, il torpore in crisi”.

Turcanu: “ecco che finalmente qualcuno osa tirare fuori la testa da sotto la sabbia per sollevare una questione chiave, soprattutto, per la letteratura cosiddetta migrante. Avevo già avuto modo di cogliere questa tua posizione, Julio, a Macerata, durante l’evento MacerataRacconta – Figure della distanza (momento curato da Carla Carotenuto e Michela Meschini), quando assieme ad Adrian Bravi, abbiamo discusso sulla questione dell’immigrazione letteraria. C’è un buonismo esacerbato nei confronti degli scrittori nati altrove ma che scrivono in italiano. E forse la causa primaria è proprio questo accostamento di termini: letteratura e migrante. Specie per la presenza del secondo che facilmente provoca connessioni coi logoi della cultura di massa che proietta nella mente immagini di esseri umani affranti attraversando una frontiera in cerca di qualcosa. Un’equazione per la quale, essendo una letteratura migrante, ha già sofferto compiendo il passo della migrazione, quindi ora serve essere buoni con lei.

Gli uomini, specie gli studiosi – abili nel catalogare ed etichettare il mondo, anche quando quello stesso mondo sarebbe più affascinante nelle sue vesti caotiche e senza nomi – hanno la tendenza di racchiudere in categorie e sottocategorie gli elementi del mondo. D’altro canto, una fortuna che il nostro animo subisca questo forte richiamo verso le definizioni! Anche la letteratura degli scrittori nati altrove ma che usano l’italiano come medium per la loro prosa, necessitano di una definizione, e forse la perifrasi che segue letteratura, in questa stessa proposizione, potrebbe essere specificata col termine italofoni. Ubbidendo alle regole della grammatica italiana, la metamorfosi della definizione si traduce con: letteratura italofona. In questo modo, ripuliamo il lessico dal concetto di distanza, vuoto, passaggio che la nozione migrante custodisce nelle sue viscere. Realmente, le distanze, i vuoti, i passaggi non esistono più, se non come convenzioni. Realmente, esiste il mondo che comunica in tempo reale da un capo all’altro, che percorre migliaia di chilometri in breve tempo, che scambia informazioni, beni e amori da un estremo all’altro del globo. Realmente, esiste il mondo, e la lotta per la conservazione dell’io nazionale, è una lotta contro mulini al vento. Serve accettare la metamorfosi, la sintesi, per divenire creature con io a strati: nazionale e mondiale.”

E a tal proposito, in un bellissimo racconto, inserito nel volume Un mare così ampio. I racconti-in-romanzo di Julio Monteiro Martins di Rosanna Morace (Edizioni Libertà), Julio dipinge una verità universale, che ben si addice alla situazione attuale: certe volte accade che il mondo attorno a te cambi radicalmente, senza che tu ti sia mosso o possa far qualcosa. Certo, Julio ci porta su una rara, piccola e meravigliosa spiaggia dell’Amazzonia, ma la sottigliezza del messaggio non sfugge.

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3 thoughts on “Esercizio d’ammirazione

  1. Associare il termine migrante alla letterattura mi fa venire in mente un altro termine di cui si abusa: intercultura che continuamente viene vincolato agli aspetti problematici dell’immigrazione con il rischio di ridurre la dinamica relazionale tra la varietà dei modelli culturali ad una mera questione di disagio sociale.
    È auspicabile maggiore e franco dibattito che faccia chiarezza nel mercato della retorica che è in uso.
    Adel Jabbar

  2. Molto bello il blog… pero’ aspetto nuovi post, e’ da troppo tempo che non ci sono aggiornamenti. Vabbe’, intanto mi iscrivo ai feed RSS, continuo a seguirvi!

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