1. Le parole sono importanti!

Una repubblica fondata sul plasma

Cécile-Kyenge-770x513Confesso di non essere stato entusiasta alla notizia  che una donna come Cecile Kienge entrasse a far parte dell’attuale governo italiano. Non perché non lo meritasse, ma perché legare il proprio nome (e la propria storia) a un’accozzaglia del genere è roba che farebbe perdere dei punti perfino al Mahatma Gandhi. Credo, inoltre, che quel dicastero “senza portafoglio” che le è stato affibbiato sia più uno specchietto per le allodole che un vero tentativo di cambiamento, parola che nel lessico della politica italiana viene da sempre guardata con trasversale diffidenza, e perfino con un certo schifo.

Il fatto però, senza precedenti, di un ministro “di colore” nella compagine dello sbiadito Letta, ha creato man mano sempre più scompiglio, soprattutto all’interno di  quella pancia italica così incline ai sommovimenti e alle flatulenze. Mentre gli analisti politici, o sedicenti tali, si esercitano da giorni  nell’analisi delle complesse alchimie che tengono in vita, miracolosamente, un’improbabile creatura, nei piani bassi si gioca al tiro al bersaglio.

Cécile Kyenge,  è una donna italiana di spiccata cultura, laureata in medicina e con una storia di partecipazione e di attivismo politico in grado di fare impallidire quella di qualsiasi suo dirimpettaio.  Non è per questo che la si aggredisce.

Sarà forse perché ha dichiarato di voler modificare una legge infame intitolata Bossi-Fini, figlia naturale da un’altra non meno infame dal nome Turco-Napolitano? Oppure perché ha osato mettere il dito su una piaga chiamata ius sanguinis? Un’aberrazione parentale  che trova declinazione in quasi tutti i legami di stampo mafioso, quelli che non hanno mai impedito agli “appartenenti” di farsi fuori a vicenda al primo disaccordo in vista.

Ecco le bordate di un’italiana doc, cioè una di quelle col bollino del consorzio, sulla pagina della neo-ministro:

“che vergogna, un ministro che si vanta di essere entrata in italia “paese dei balocchi”, come clandestina, ora fa il ministro, simpatizza per la poligamia, definisce noi ITALIANI popolo di meticci! vaffanculo troia negra mio nonno è morto per queste terre, tu arrivi con il gommone sgonfio a dettare legge nel mio paese? ma chi cazzo sei? vaffanculo te è i comunisti di merda, per di più il tuo fottuto stipendio lo pago io! ma solo in italia succedo queste cazzate?!?!?!! sarete la nostra rovina! dichiara di non sentirsi italiana, ovvio non lo sei, e non lo sarai mai! ora i discriminati diventeremo noi ITALIANI. detto ciò e potrei continuare per anni, tornatene a fare in culo nella giungla a vai a fare la buonista tra le scimmie dove sei cresciuta!”

Altre, trattasi sempre di signore, con toni più o meno pacati, sottolineano il fatto che Cècile non possa vantare nemmeno una goccia di sangue italico nel suo intero sistema linfatico. Ecco la vera,unica, discriminante, in questa benedetta repubblica fondata sul plasma.

Poco importa se tra i loro pari – cioè quelli con i quali sembrano condividere allegramente  eritrociti e leucociti – ci sia una masnada indegna di ladri, corrotti, opportunisti, papponi, mezzecalzette, prostitute, baciapile, ignoranti, pornografi, leghisti, fascisti, scambisti, e chi più ne ha  più ne metta.
A loro appare altamente rassicurante una consanguineità che terrà lontane quelle scimmie antropomorfe che non smettono di fiatargli sul collo, da quando la faccia arcigna di Darwin fece la sua comparsa sul libro alle superiori.
Una vecchia storia, che dura pressappoco quanto il mondo.
Che forse sarebbe ora di cominciare a cambiare.

È passato del tempo dal giorno in cui l’ineffabile Borghezio si vantava pubblicamente di essere andato a fare “pulizia” tra i vagoni dei treni dei pendolari. Cioè di aver obbligato a delle “negre” ad alzarsi dal loro sedile per spruzzare del disinfestante. Qualcuno allora si indignò, a parole, com’è d’uso da queste parti. Altri la presero sul ridere. Goliardie di un personaggio sopra le righe, dissero, tutto qua.
Per quanto mi riguarda, da quel giorno rimassi con un enorme sentimento di disprezzo verso quell’individuo (fino a quel momento sconosciuto) e verso tutto ciò che rappresenta.
Che non ha fatto che crescere negli anni che seguirono.
E il senso di frustrazione per non essere stato su quel treno, quel giorno.

Per questo penso che l’indegna campagna di insulti e di minacce scagliata oggi contro Cècile Kienge debba avere dalla nostra parte una risposta.
Chiara, ferma, inequivocabile.
Qualcosa che possa segnare uno spartiacque tra quello che è stato e quello che è.
Che dica loro, d’ora in poi, che quelli insulti, quelle minacce, le stanno rivolgendo a tutti quanti, indiscriminatamente.
Che renda chiara la loro insostenibile nullità.
Che permetta a noi di continuare a chiamarci esseri umani.

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