5. Letture d'altrove

Adieu le métèque: Omaggio a Moustaki

In questi giorni è morto George Moustaki. Scrittore, poeta, paroliere e cantautore, Moustaki aveva segnato varie generazioni di ascoltatori in tutto il mondo francofono, ma anche in Italia e oltre.

Goerges_mousMuore a 79, rimanendo nella memoria collettiva per una serie di canzoni, tra le quali, la più famosa, Le métèque (Lo straniero, in Italiano).

George, del suo vero nome Giuseppe Mustacchi, aveva origini italo-greche e ebraiche. Nato ad Alessandria d’Egitto. Scuro di pelle, capelli crespi, difficili da disciplinare. Aveva tutto per essere lo straniero nella Parigi in cui arriva all’inizio degli anni 50.

Métèque era il nome dato agli stranieri residenti nelle città greche dell’antichità. Non avevano diritti politici, ma pagavano più tasse dei cittadini “normali” e erano anche obbligati a partecipare alle guerre. Una specie di unione nel peggio ma non nel meglio. Un po’ quello che vorrebbero alcuni energumeni-politici italiani.

Nel dopoguerra, questa parola venuta dal passato era tornata d’uso in Francia per designare lo straniero povero. I “basanés” (gli abbronzati), come si dice oltralpe: Italiani, spagnoli, portoghesi, greci e nordafricani. Non si faceva tanta differenza tra tutti questi. Nel film “Nuit noire 17 octobre 1961” (Francia, 2005). Il regista, Alain Tasma, racconta come nella repressione degli algerini del 17 ottobre 1961, molte altre nazionalità erano state vittime della violenza della polizia: tunisini e marocchini soprattutto, ma anche italiani, spagnoli, portoghesi… Nella mente del poliziotto razzista parigino di allora un mètèque è un métèque. Un point, c’est tout.

La canzone di Moustaki era quindi un inno all’estraneità. Ma non a quella che viene dalla ricchezza. All’estraneità povera.

«Avec ma gueule de métèque, de juif errant, de pâtre grecque et mes cheveux aux quatre vents.»

Un inno alla migrazione, all’avventura, al nomadismo, a chi va di luogo in luogo in cerca di avventura, di vita migliore, d’amore… o semplicemente di sé stesso.

Una canzone che, insieme all’altra che lui aveva scritto per Edith Piaf, Milord, ha fatto sì che il Métèque Mustacchi prendesse posto con le più alte stelle del firmamento artistico francese. Stelle che a guardarci bene erano in molte di origini métèque anche se spesso nascoste dietro nomi francesissimi.

La tua voce soave aveva cullato la mia infanzia sulle onde di Radio Alger Chaine III. Allora mi chiedevo: perché rivendicavi la tua “stranierità” con tanta nonchalence? Da piccoli si è conformisti e si vuole essere “normali”. Oggi ho capito che normali non si è mai, ma si è spesso sottomessi alla maggioranza. Alla normalità presunta.

Addio straniero, addio l’artista.
Eccovi la versione francese di Le méthèque (Lo straniero), 1969

E per quelli che sono troppo giovani per ricordarselo, la versione italiana: Lo straniero

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6 thoughts on “Adieu le métèque: Omaggio a Moustaki

    • Non c’è di che essere triste. Moustaki ha vissuto. Mi ricordo una frase che Yves Montand ha detto sul suo letto di morte. Il medico è chiamato in urgenza perché il suo stato era peggiorato all’improvviso. Il medico lo visita e dice all’infermiera: “avverti la famiglia.”
      Yves Montand alzò leggermente la mano, senza forza, e disse con voce affanosa: ” lasciateli stare. Non disturbateli. Non c’è di che spaventarsi. Io ho vissuto e ora me ne vado.”
      Et anche Moustaki ha vissuto.

      • Come darti torto… però, sai com’è, i nostri preferiti ci mancano. Fino a che si impara a sentirli vivi sempre e comunque, questo è il “lutto” quando va a buon fine. Grz, buona giornata

  1. Pingback: Adieu, George Moustaki | MAKTUB

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