2. Memorando

Quella inaspettata primavera di Istanbul che ci ha scombussolato tutti i conti

Da quando è iniziata la protesta Occupy Taksim e Occupy Gesi, a Istanbul, tutto il modo in cui si è fatto informazione sul vicino oriente negli ultimi 3 anni è entrato in profonda crisi.

taksimFinora era tutto semplice. Per la maggioranza dei media, schierati dalla parte che chiamerei gli “Export”, perché predicano l’esportazione della democrazia a colpi di bombe e altre dolcezze di questo tipo, nei paesi del mondo musulmano vigono due tipi di dittatori, quelli buoni e quelli cattivi. La differenza? Se le forze dell’ordine di un dittatore buono sparano sulla folla, si chiama “gestione di una situazione delicata”. Se lo fanno le forze di uno cattivo è subito crimine contro l’umanità. Se i ragazzi di  un paese amico si alzano, sono piccoli disordini, ma la maggioranza della popolazione resta attaccata al suo leader benamato. Se sono quelli dei paesi non amici che si alzano allora è tutta la popolazione che si solleva contro la tirannia. E se qualcuno esce in sostegno del regime in posto è per forza un poliziotto, una spia, un collaborazionista pagato dal regime. Se un dittatore “amico” è ormai irrecuperabile e sta per cadere, allora come per un colpo di magia tutti cambiano discorso e tifano rivolta. Il tempo di trovare nelle opposizioni di prima o ultima ora qualche nuovo amico da sostenere.

Dall’altra parte ci sono gli “Antimp”, cioè tutto un pezzo di contro-informazione che si vuole “anti-imperialista” che considera tutto quello che succede in quelle zone farina del sacco della Cia & Co. I dittatori dei paesi sotto attacco (quelli che per gli altri sono cattivi), per loro sono gli ultimi baluardi dell’anti-imperialismo, ultimi eroi solitari che difendono la vedova e l’orfano contro la voracità delle multinazionali. Che asseriscono che Tizio è stato ucciso perché voleva unificare l’Africa, mentre Caio è sotto attacco semplicemente perché è l’ultimo leader socialista ancora in piedi. Semplice, no?

Che Tizio si sia specializzato per decenni nella schiavizzazione e il massacro dei suoi fratelli africani o che Caio sia il maggiore capitalista del suo paese ancora ufficialmente socialista conta poco.

In fin dei conti, alla gente piace la semplicità. Due squadre, due bandiere, due campi, uno di fronte all’altro. Gli “Export” e gli “Antimp”  sono due gruppi di ultras opposti.

Una volta almeno gli “Export erano grassamente pagati. Oggi invece sono per lo più un esercito di poverissimi aspiranti giornalisti pagati a cottimo, poco meno dei braccianti di Rosarno, ma tenuti in riga con la carota del  “Forse un giorno, se fai il bravo…”

Dalla parte degli “Antimp” ci sono alcune star che si fanno pagare e anche bene da qualche “stato Canaglia”, ma sono pochissimi. La maggior parte invece lo fa per passione e a spese proprie. Tifosi di una volta che vanno con la propria squadra fino in inferno se ci vuole.

Ma su una cosa i due campi sono d’accordo: o tifi per uno o per l’altro. Non puoi scegliere di stare in mezzo a guardare, perché  va a finire che prendi botte da una parte e dall’altra. E trovata questa specie di Equilibrio, per un certo momento si è creata una specie di armonia. Sapevi cosa avrebbe detto il tg o il giornale. E poi sui blog potevi indovinare il contrattacco dei siti alternativi. Fino a quando…

A un certo punto, ecco che qualche ragazzo sfaccendato di Istanbul si mette in testa di mettersi contro i piani del premier Erdogan e del suo potente partito di mercanti neo-ottomani. Come ovunque tutto inizia come una piccola protesta su una cosa piccola. La gente scende per proteggere una piazza e un parco pubblico dalla cementificazione. Una cosa che succede in molti paesi del mondo. Ma quella che poteva essere gestita con un processo di logoramento lento fu aggredita subito dalle forze dell’ordine turche. Quello di cui i giovani volevano impedire la realizzazione non erano due opere semplici ma due simboli forti. Due templi alle due divinità protettrici dell’impero passato e di quello futuro. Il bazar (nella sua forma moderna di centro commerciale) e la caserma. Il denaro e la guerra. Ed ecco che il nostro caro Erdogan non ci vede più e comincia a usare la forza come uno dei suoi colleghi dell’altra parte del Bosforo.

Ed è qui che le cose si complicano. Il campo degli “Export” è rimasto un po’ spiazzato e ha cercato di minimizzare le cose presentandole come una “occupy-qualcosa” qualunque per proteggere due alberi chiamati comunque a morire a causa dello smog. Il campo degli “Antimp” invece non ha detto niente, aspettando (o forse sperando che passasse in fretta la burrasca). Invece la burrasca non passa. E si continua a non capire nulla.

Dico proprio nulla, perché per il campo degli “Export” Erdogan era finora il campione dei campioni. Il barbaro addomesticato che poi va a insegnare agli altri le buone maniere. Che poi lo faccia armando orde di sgozzatori fanatici e irsuti questo tiene del fatto che, si sa, in politica, il fine ha sempre giustificato il mezzo. Invece per gli “Antimp”, Erdogan era il luogotenente del grande Satana, il Lucifero della politica internazionale, addetto ai lavori sporchi dei signori della Nato e delle multinazionali.

Gli amici delle “grandi nazioni” del mondo fanno finta di alzare un po’ la voce. «No non si fa così. Il diritto alla manifestazione del dissenso va comunque garantito.»” Forse per ricordare all’amico e alleato che la licenza a massacrare in tutta impunità riguardava solo i montanari Kurdi, puzzolenti, testardi e per di più filocomunisti, e non è applicabile ai ragazzi della capitale che come ogni cucciolo di popolo civilizzato portano i jeans a vita bassa e i tatuaggi “etnici” poco sopra le chiappe.

Nelle redazioni “open-space” di mezzo mondo, lo sguardo dei giornalisti si rivolge carico di interrogazioni verso i capiredattori degli “esteri”, e qualcuno osa persino chiedere: «Non è che adesso ci toccherà raccontare che è un tiranno, dopo che l’abbiamo per anni descritto come l’esempio da seguire nel mondo musulmano?» Domanda alla quale il capo redattore, più anziano e più “blasé”, risponde tranquillo: «E allora? É quello che abbiamo fatto con Mubarak e Benali e non è mica cascato il mondo.»

Nello stesso momento, negli scantinati della contro-informazione, il compagno più anziano e più agguerrito lancia: «Pronti ragazzi. Appena la stampa di regime lo comincia a descrivere come tiranno noi cominciamo a dire che è tutto un complotto contro la Turchia, che con il suo attivismo nella regione ha portato ombra sugli interessi delle vecchie potenze coloniali.»

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One thought on “Quella inaspettata primavera di Istanbul che ci ha scombussolato tutti i conti

  1. bellissimo articolo, grazie. è la mortificazione del buon senso che ho sentito seguendo l’evolversi della situazione siriana, dalla libertà iniziale fino alla sensazione che le attese dei due campi (export/antimp) si fossero trasformate in realtà sul campo.
    come se la cosa essenziale fosse chiudere ogni possibilità di nascita del nuovo, riportare la nostra lettura del mondo alla mortifera divisione binaria che ci attanaglia da Platone in avanti…

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