1. Le parole sono importanti!

Dopo Morsi?

La destituzione da parte dei militari dell’ormai ex presidente egiziano Mohammed Morsi ha spalancato la porta ad una multitudine di interrogativi che rimangano ancora senza risposta: dove andrà l’Egitto dopo questo terremoto politico? Quale il confine fra leggitimità elettorale e consenso popolare? Quale posizione prendere quando le proteste di piazza, benché condotte in nome della democrazia, tendono a sovvertire i risultati elettorali? Islam-Democrazia-Laicità è davvero un trinomio impossibile da realizzare? Il conflitto fra laici e islamici non è una tesi riduttiva e manichea che non spiega la realtà dei fatti in Egitto e in tutto il mondo arabo post 2011? Insomma è un golpe, un ritorno della vecchia guardia, una contro-rivoluzione o una seconda rivoluzione quella che sta vivendo l’Egitto in questi drammatici giorni? E che ne sarà degli altri paesi arabi che hanno vissuto due anni fa una primavera all’insegna della rivoluzione?

Adel Jabbar, sociologo e docente universitario cerca di rispondere ad alcune di queste domande, dando una sua lettura a quello che è successo in Egitto.

Rabii El Gamrani

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Di Adel Jabbar

Il generale Abdelfattah Al Sissi ai tempi di fedeltà al presidente Morsi.

Il generale Abdelfattah Al Sissi ai tempi di fedeltà al presidente Morsi.

Il 3 luglio scorso il presidente Morsi è stato destituito dopo giorni di manifestazioni di massa contro il suo governo. Si è trattato di un golpe o di una ripresa del percorso della rivoluzione del 25 gennaio 2011 come sostengono molti dei suoi oppositori? Credo che questa sia la domanda che viene posta a molti commentatori.

Quello che è successo la sera dello scorso 3 luglio in molti aspetti somiglia effettivamente a un golpe e aggiungerei che in parte potrebbe anche essere un tentativo di restaurare l’apparato del vecchio regime di Mubarak. A questo proposito è significativa l’immagine trasmessa dalla televisione egiziana durante il discorso del ministro della Difesa e capo dell’Esercito Abd Al-Fattah Al-Sissi, circondato da generali che per 30 anni erano stati conniventi con il regime di Mubarak: l’Imam al-Akbar dell’Istituzione religiosa più grande del mondo islamico Al-Azhar; Ahmad Al-Tayyib, esponente del disciolto partito del vecchio regime Hizb Al-Watani (Partito Nazionale), il capo della chiesa copta che in quanto istituzione durante il periodo di Mubarak non aveva mai manifestato un desiderio di rinnovamento; Muhammed Al-Baradei, ex direttore generale dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’Energia Atomica) e attuale rappresentante del Fronte di Salvezza Nazionale (un raggruppamento molto eterogeneo privo di un progetto politico, il cui unico obbiettivo è di ostacolare la presa di potere da parte dei fratelli musulmani); il rappresentante salafita del partito Al-Nur (La Luce). Infine era presente anche un rappresentante del movimento giovanile Tamarrud (Ribellione), nato di recente con il fine di fare cadere il governo dei Fratelli Musulmani.

Nel quadro in cui sono maturati gli ultimi avvenimenti sono presenti forti conflitti di tipo ideologico, politico e di interessi oltre che divisioni rispetto a tematiche come il ruolo della religione e le questioni legate all’enorme povertà diffusa in gran parte della popolazione egiziana. L’operato del partito del presidente destituito Muhammad Morsi Al-Hurriya wa-l-‘Adala (La Libertà e La Giustizia), che costituisce il braccio destro della Fratellanza Musulmana, effettivamente non è stato all’altezza dei difficilissimi compiti posti nella delicata fase di transizione; Morsi e i suoi sostenitori sono concentrati su dettagli identitari di islamismo della società e dello stato, trascurando l’aspetto fondamentale dell’azione politica ovvero quello del consenso più ampio possibile, che rappresentava nella fase dell’elaborazione della costituzione una condicio sine qua non. L’esclusione di fatto di sensibilità politiche, ideologiche, sociali e culturali dalla elaborazione della costituzione si è riprodotta anche nella formazione del governo,  un governo di cosiddetti tecnocrati anziché un governo di unità nazionale.

Un ulteriore fattore negativo è quello di non avere dato alla popolazione alcun segnale tangibile rispetto al miglioramento delle condizioni di vita. Tantomeno sono stati offerti segnali credibili al fine di ripristinare lo storico ruolo dell’Egitto come paese guida nella politica araba internazionale.

A questo punto ci chiediamo quale potrebbe essere lo scenario futuro del paese, se dovessero essere estromessi dall’arena politica i Fratelli Musulmani che comunque continuano ad avere un forte radicamento nella società egiziana e se le forze dell’opposizione rimarranno divise e frammentate, prive di un programma politico comune.

Il rischio a mio parere è che si perpetui la funzione di controllo dell’esercito sulla vita politica del paese, dietro a una facciata di “governo civile”, come siamo stati abituati a vedere nella Turchia prima del 2000; esercito, quello egiziano, che poi di fatto è fortemente dipendente dai finanziamenti degli Stati Uniti.

Per concludere, dopo questa esperienza fallimentare del Movimento dei Fratelli Musulmani, che ha evidenziato i propri  limiti e la propriainadeguatezza, forse esso, se vuole continuare a giocare un ruolo politico, dovrebbe rivedere alcune categorie identitarie e comunitariste, tenendo presente che la gestione di uno Stato si distingue radicalmente dalla gestione del proprio gruppo di adepti. Governo dello Stato significa gestire la cosa pubblica considerando non solo i propri sostenitori, ma anche le istanze dei propri oppositori.

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One thought on “Dopo Morsi?

  1. Mi chiedo cosa abbia portato i Fratelli Musulmani a dimenticare del tutto le istanze sociali che ne hanno decretato il successo un anno fa e che sono alla base della loro filosofia, per concentrarsi solo sulle questioni morali. E’ il potere che dà alla testa?

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