Varie

Lo Straniero: nota a margine.

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Quanta precarietà c’è nel vissuto di una migrante!? Precarietà linguistica, precarietà psicologica, precarietà cognitiva, precarietà relazionale e precarietà economica…

Ma la migrazione essendo inanzitutto una scelta, tutte queste forme di precarietà devono essere affrontate e possibilmente sconfitte.

Il grande sociologo algerino Abdelmalek Sayad intitolava uno dei suoi più interessanti libri: “La doppia assenza, dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato.” A me piace immaginare che in un mondo migliore sia possibile non una doppia assenza bensì una doppia presenza.

Adel Jabbar da sociologo ci parla degli albori della sua esperienza di migrante e dello spaesamento comune ai migranti.

R.E

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di Adel Jabbar*

Tu lascerai ogne cosa diletta

Più caramente; e questo è quello strale

che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale

Lo pane altrui, e come è duro calle

Lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

(Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, XVII)

 

La perdita di luoghi, di volti, di abitudini. E l’inizio di un percorso nuovo, di ricognizione ed esplorazione, per ricollocare un intero vissuto dentro l’ignoto, dove lo sguardo e la mente spaziano alla ricerca di simboli, suoni, profumi, sapori, gesti, immagini, che siano in qualche modo riconoscibili.

Ma cosa del mio vissuto posso riporre nel nuovo, e dove? Il rapporto con la nuova realtà spesso inizia con questi interrogativi, e con gli imbarazzi, le esitazioni, le scappatoie, che nascono dalla ricerca necessaria e continua di contatti e di conoscenza.

Un episodio, reale, può raccontare e spiegare questo vissuto, forse più di qualsiasi considerazione intellettuale.

Dopo essere arrivato in Italia, senza nessuna conoscenza della lingua, riesco con non pochi intoppi a iscrivermi al corso universitario di italiano per stranieri. Là mi informo, in un rudimentale inglese, sul vitto, dopodiché mi consegnano un foglio con l’indirizzo di una mensa. Con questo foglio in mano mi incammino, fermando i passanti e chiedendo indicazioni. Ad una fermata dell’autobus, un giovane, visto il foglio che ho in mano, si porta una mano alla fronte esibendosi in una parola di cui ben presto avrei compreso il significato, ma che in quel momento mi suona del tutto oscura: “c…!”, a sottolineare la sua difficoltà nel rispondermi. Lì per lì, mi appello al contesto in cui mi trovo per cercare di capire cosa mi sta dicendo: una linea di percorso, un numero dell’autobus, un altro mezzo di trasporto? Per fortuna dopo, a gesti, mi fa capire che non sa dove indirizzarmi. In qualche modo arrivo alla mensa, per trovarmi di fronte subito a nuovi dettagli da affrontare. Mi trovo nella situazione definita come dilemma dell’ottico: guardi l’insieme e vedi una cosa, ma per poterla capire devi cogliere anche i particolari, che ad una prima visione ti sfuggono. Il primo dettaglio nel caso in questione è la fila, una luna coda che esce sulla strada, una condizione che non ho mai sperimentato se associata al cibo. Per capire, mi distacco, attraverso la strada e guardo la fila da lontano, per cogliere quei particolari che mi indichino chi siano le persone che compongono questa fila. Deduco (dall’età, dall’abbigliamento) che sì, potrebbero essere studenti e quindi mi rimetto in fila. Anche l’edificio mensa mi sconcerta: si tratta di una sorta di capannone che nei cassetti della mia mente trovo associato più a magazzini, a depositi che non a luoghi in cui si mangia. Decido comunque di sospendere temporaneamente la ricerca di significati e aspetto il mio turno. Finalmente, una volta entrato nel capannone, fra odore di fritto e di detersivi che già mi danno conferme, vedo un lungo bancone e dietro persone che distribuiscono il cibo. Ma adesso cosa mangio? Quali nomi hanno quelle pietanza che vedo nei piatti che mi precedono? Lo scoraggiamento quasi mi suggerisce di lasciar perdere, ma, oltre a ad aver superato ormai tutto un percorso ostico, so che quello è solo l’inizio e decido di andare avanti, concentrandomi sui gesti e le parole di chi mi precede nella fila, badando soprattutto a ciò che mi appare foneticamente più facile da riprodurre. Mi accorgo che una frase, in particolare, viene riferita frequentemente, accompagnata da un gesto indicativo della mano e allora penso che se in tanti chiedono quel cibo, male non farà. Il cibo in questione, o meglio la frase è: “lo stesso”, che alcuni prima di me hanno ripetuto per chiedere la pietanza richiesta da un collega (ma questo l’ho capito soltanto più avanti). Allora, arrivato finalmente il mio turno, faccio anch’io la mia richiesta: “Lo stesso”. Per i due mesi seguenti, pur avendo ormai capito che mangiavo le stesse cose di chi mi precedeva, per non sbagliare e pregando che il mio compagno scegliesse bene, ho continuato a chiedere “lo stesso”. Piccolo particolare: “lo stesso”, sul dizionario, ovviamente, non esiste, e quindi la ricostruzione grammaticale di questo significato, così poco immediato, mi ha richiesto molto tempo.

Lo straniero, che si trova a dover rispondere a bisogni primari comuni, non possedendo gli strumenti immediati per farvi fronte è spesso costretto a ridurre la complessità della situazione in cui si trova, adeguandola secondo ordini di priorità. Non è importante, tanto per riferirsi all’aneddoto di cui sopra, “cosa” mangia, o almeno non lo è subito: ciò che conta è prima di tutto poter mangiare, quindi va bene “lo stesso”. Anche in altre sfere della vita lo straniero finisce per trovare degli interstizi, dei margini di significato, cui riferirsi per interpretare la realtà e per poterla gestire. Il continuo collocarsi in situazioni “al margine”, da luogo ad una visione se vogliamo distaccata del contesto, estranea alle relazioni più interne, ai vincoli più stretti, e dunque genera una condizione di solitudine. Questo non significa che con il passare del tempo la realtà non possa venire compresa e interpretata nella sua complessità; certo però questa sorta di “training”, di imprinting iniziale, di solitudine acquisita, segna il vissuto dello straniero, e lo segna nei termini di un dilemma, fra un’estraneità “appresa” e l’essere, il vivere, dentro. Una condizione che può essere di profondo disagio, ma anche di potenziale libertà, se non altro intima e morale, proprio perché svincolata da schemi precostituiti e fissi.

*Adel Jabbar, Sociologo dei processi migratori e relazioni transculturali.

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