5. Letture d'altrove

Jean Genet, scrittore degli ultimi della terra.

Jean Genet

Jean Genet

Nella stessa aula di tribunale furono emesse due sentenze incrociate, entrambe senza possibilità di appello.

La prima la emise un giudice che si pronunciava su un reato, mentre la seconda uno scrittore sul genio creativo di colui che commise il reato.

Benvenuti a Parigi, è il 14 Luglio 1945.

Il ladro affrontava la sua dodicesima condanna e fu avvisato dal giudice a seduta iniziata con queste parole: “ Stante un certo numero di condanne che risultano dalla sua fedina penale, se nell’occorrenza dei fatti per i quali siete attualmente chiamato a rispondere dovreste incorrere in una condanna superiore a tre mesi, sarete suscettibile dell’ergastolo.”

Il ladro era stato arrestato in flagranza mentre trafugava un libro da una libreria parigina, bastava una condanna superiore a tre mesi e avrebbe potuto marcire in galera per il resto della sua vita.

Chiamato a testimoniare Jean Cocteau, lo scrittore, emise la sua sentenza: “State per condannare un grande scrittore.”

Il ladro/scrittore come riportano le cronache era indifferente, quasi assente e lontano, affermò i fatti a lui contestati dichiarando che non aveva nulla da aggiungere.

Le parole con cui il suo avvocato concluse la requisitoria suonarono profetici: “il mio assistito mette fine a una carriera, quella di ladro, per iniziare un’altra, quella di scrittore.”

Il giudice lo condannò a tre mesi precisi, e così il ladro/scrittore evitò per un pelo la prigione a vita.

Quello fu l’ultimo soggiorno in carcere dello scrittore/ladro, Jean Genet. Ora si può anteporre scrittore a ladro.

Jean Genet, classe 1910, di padre ignoto, venne abbandonato dalla madre dopo pochi mesi dalla sua nascita, preso in affidamento da una famiglia di modeste origini, visse un’ infanzia travagliata  e abbandonò studio e famiglia affidataria all’età di 13 anni.

Da allora la vita di Genet è segnata da vagabondaggio, incarcerazioni, fughe da istituti penali per minorenni e manicomi*, furti, prostituzione, risse, autolesioni, odio per sé e per il mondo.

Dal 1925 al 1927 Jean Genet soggiorna e evade da una decina di carceri, frequenta la malavita, i bassifondi delle città francesi, e da Parigi a Marsiglia è segnalato come un delinquente pericoloso, mentre la psichiatria lo considera “un elemento squilibrato”.

Ha una sola via di fuga: I’esercito. Si arruola volontariamente, prima a Marsiglia e Montpellier, poi nelle truppe del Levante a Damasco dove avviene il suo primo contatto con il mondo arabo: un incontro decisivo.

A Damasco trascorre 11 mesi, un breve congedo, poi un’altra volta con l’esercito in Algeria e in Marocco. Otto anni fra avventurieri, mercenari, criminali in cerca di redenzione, soldati di leva e soldati professionisti, ma prima di finire il suo servizio si dà alla macchia, comincia la fase Genet disertore.

Una lunga fuga che lo porterà a vagare in tutta l’Europa, Francia, Spagna, Italia, Albania, Svizzera, Iugoslavia,  Grecia, Polonia,  Cecoslovacchia, Germania, Austria, Belgio poi un’altra volta a Parigi. Erra a piedi o con mezzi di fortuna, mangia dalla spazzatura, ruba, “vaga di bettola in bettola”, si prostituisce e in qualunque paese metta piede c’è una cella di carcere che lo aspetta, poi espulsioni, allontanamenti, arresti e fughe. Un derelitto che nessuno vuole avere fra i piedi.

Jean Genet è pericolosamente attratto dalle carceri, lui stesso quando sarà conosciuto più come scrittore che come ladro, confesserà che la prigione è il luogo dove riesce a scrivere meglio:  “Notre dame des fleurs”, “Il condannato a morte”, “Diario del ladro”, “Querelle”, “Sorveglianza Speciale” sono tutte opere che ha iniziato a scrivere fra una cella e l’altra. Luoghi di violenza, di promiscuità, e per l’omossessuale che era di “alta carica erotica.”

Solo nel 1949 Genet poteva ritenersi un uomo libero al riparo dal carcere, in quella data arrivò una grazia presidenziale che lo liberò di una precedente condanna di 2 anni che pendeva ancora sulla sua testa.

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Genet negli USA durante una manifestazione con i Black Panther

Genet lo scrittore rimase profondamente attaccato alla sua vita da ribelle, nei suoi romanzi, poesie, pièce teatrali e sceneggiature per il cinema, i suoi personaggi, di cui ne abbozzava anche i veri nomi, erano dei delinquenti, degli straccioni, dei servi, dei galeotti, dei derelitti come lui.

Per un ribelle come fu Jean Genet la creatività letteraria andava di pari passo con l’impegno politico, membro attivo dei Black Panther, sostenitori dei diritti degli immigrati, della lotta all’indipendenza dei paesi occupati, grande amico dei palestinesi, di cui ne scrisse un commuovente ritratto**, testimone in prima linea del massacro di Sabra e Shatilla al quale consacrò una straziante corrispondenza giornalistica: “4 ore a Sabra e Shatilla***”, infaticabile vagabando fra le Americhe, Medio Oriente e Nord Africa per essere al fianco di chi lotta per la libertà e la dignità, sfidando censura e critica.

Genet con Zayd Chakur, leader dei Black Panther a New York

Genet con Zayd Chakur, leader dei Black Panther a New York

Genet si lega al terzo mondo e a quello arabo in particolar modo con un amore viscerale, non cerca nemmeno delle ragioni razionali, magari antropologiche o di contrapposizione alla deriva che aveva preso l’occidente, come fu il caso per un altro grande scrittore italiano: Pier Paolo Pasolini. Quest’ultimo con Genet ha molti punti in comune: entrambi romanzieri, poeti, sceneggiatori, uomini di teatro, registi e personaggi controversi. Entrambi omosessuali, di carattere difficile, politicamente impegnati, pericolosamente attratti dal mondo marginale e instancabili viaggiatori. I due uomini si conobbero d’altronde a Tangeri e Genet in una lettera all’amico Sartre ne lode le capacità creative dello scrittore friulano, ne è anche affascinato del modo con cui Pasolini fa cinema, e ne segue quasi le orme decidendo di non ricorrere ad attori professionisti per i film di cui ne scrive la sceneggiatura.

“Genet nemico dei suoi contemporaneo e di sé stesso” ha con la propria scrittura un rapporto conflittuale, ne riconosce l’importanza, ma al tempo stesso non esita a distruggere i suoi lavori, a trasformarli in cenere ogni volta che è in preda ad una crisi, lo fa almeno due volte, dopo il libro di Jean Paul Sartre a lui consacrato***** e dopo il suicidio dell’amato Abdellah, si dà a lunghi silenzi durante i quali si dedica all’impegno politico e vaga nel mondo per sostenere i rivoluzionari ovunque essi siano.

Genet, e con lui molti scrittori, critici ed intellettuali, riconosce la grandezza della sua scrittura, ma a tratti se ne vergogna perché è proprio in antitesi con il mondo che frequenta e da cui è attratto, il suo stile vacilla fra il naturalismo lirico e il misticismo allucinato, un verbo sublime carico di simbologie, infiocchettato di allegorie e stupendamente scorrevole, sciolto e posato. Mai uno schiavo, un ladro o un carcerato ha espresso magistralmente la sua condizione se non dietro la voce di Genet.

Jean Genet dopo molte peregrinazioni, senza mai aver avuto una casa poiché aveva sempre abitato per strada, nelle bettole o in modesti alberghi, decide nel 1982 di stabilirsi in Marocco, in un primo momento a Tangeri in un albergo (Hotel Al Manzeh), poi finalmente si fa costruire una piccola casa accanto al suo amico marocchino di una vita Mohammed El Katrani nella città che forse ha amato di più, Larache, piccolo borgo sull’atlantico a sud di Tangeri.

Affetto da un cancro fatale, menato nell’anima e nel fisico continua il suo impegno e dopo un silenzio durato 20 anni riprende la penna e lascia un romanzo postumo: “Un captif amoureux.”

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La tomba di Genet a Larache, Marocco

Si spegne a Parigi nel 1986 non prima di esprimere la sua ultima volontà: Seppellitimi a Larache.

La Tomba di Jeant Genet, lo scrittore/ladro è ancora a Larache nel piccolo cimitero spagnolo, silenziosa, solitaria e invasa di ginestre. Genet in francese significa ginestra, una pianta che cresce in ambienti aridi ed estrememente siccitosi come quelli in cui è nato e cresciuto lo scrittore francese, e che simboleggia umiltà, modestia e sensibilità, la stessa umiltà e sensibilità che ha fatto di Genet lo scrittore degli ultimi della terra.

Jean Genet – Journal du voleur

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* Un carcere minorile in particolar modo, La Colonia agricola penitenziaria di Mettray è stata evocata in molte opere di Genet.

** “Palestinesi”, Edizione Nuovi Equilibri, 2010.

*** “4 ore a Sabra e Shatilla”; Edizione Nuovi Equilibri, 2002.

**** Jean Paul Sarte, Saint Genet Comédien et martyr, Gallimard, 1952.

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