4. Espressioni

Sogno di un mattino di Ramadan (racconto lungo e triste)

Questo racconto, l’avevo pubblicato nell’agosto del 2010 sul mio blog personale. Ero appena tornato dall’Algeria e il clima ramadanesco di quelli anni mi aveva ispirato questo sogno. 

Oggi sono passati 3 anni, è di nuovo Ramadan, e sono appena tornato dall’Algeria… e le cose rimangono allo stesso punto. La polizia lascia l’insicurezza e la corruzione crescere a livelli insopportabili e da la caccia… a chi non osserva il Ramadan. La solita vecchia storia più una società è zozza e più se la gioca puritana. etc…   Buona lettura. Anzi, buon sogno. 

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mersoleil01Rakim si svegliò di soprassalto come se avesse avvertito l’intensità del momento che stava per vivere. Aveva fatto tardi la sera prima e si era addormentato sul comodo divano del balcone, dove si era rifugiato in cerca di un po’ di fresco.

Alle prime luci dell’alba, fu il chiasso intenso degli uccelli del giardino sotto casa a tirarlo dolcemente dal sonno. Ma rimase a sonnecchiare ancora un po’ chiedendosi dove fosse, fin quando le sirene di una nave che entrava nel porto finì per togliergli ogni dubbio: era veramente ad Algeri.

Allora si svegliò per ammirare, sotto la luce del mattino, quella città che in passato aveva tanto odiato e che ora aveva ricominciato ad amare.

«Morirò con la soddisfazione di aver visto El Bahdja1 ridiventare quella città bianca e allegra che in un lontano passato si era meritata questo sopranome. E bisogna dire che era ritornata veramente a meritarselo, il suo vecchio nomignolo.»

Dall’alto del quinto piano del palazzo della citée Mer et Soleil dove aveva dormito, Rakim aveva ai suoi piedi la baia di Algeri in tutto il suo splendore. Quella che fino agli anni 60 era solo una piccola cittadina di meno di mezzo milione di abitanti era diventata una megalopoli tentacolare di quasi dieci milioni. Ma ciò nonostante era riuscita a recuperare il suo carattere di città mediterranea: verde e solare.

E dire che Rakim si ricorda del tempo lontano (anche se, a dir il vero, nella sua mente sembra ieri ancora) in cui dietro le palazzine gialle di Mer et Soleil c’erano ancora i campi seminati a grano o a legumi. E ai piedi del loro palazzo, il primo entrando dalla strada che arriva da Husein Dey, si vedevano ancora le mucche pascolare nei prati della fattoria detta “Blanchére”, del nome del primo proprietario francese.

Oggi a perdita d’occhio c’erano case, strade, palazzi e giardini. Bianco, grigio e verde che si scontra con il blu smeraldo del mare e l’azzurro chiaro del cielo in un vortice di colori, odori e rumori.

Erano anni che Rakim non vedeva la città. Ogni volta che se ne allontanava, nella sua mente, tornava a vivere quella piccola e allegra, ricordo della sua infanzia. Ma oggi, 9 agosto 2046, primo giorno del mese di Ramadan, il vecchio esule era tornato per vedere e salutare una ultima volta questa città. Non un’altra. Questa qui! Così come è oggi.

hamoudSotto casa il bar del Hadj Brahim serviva già ai primi clienti le sue copiose colazioni a base di caffè, latte e croissant, dolci algeresi e spremuta di dolcissime arance della Mitidja2.

Uno dei camerieri dall’altra parte del terrazzo preparava già il barbecue per le grigliate di mezzogiorno. Il bar di Hadj Brahim era da tanti anni un luogo di ritrovo degli amatori della “kemia algerese”: vino rosso d’inverno e freschissimo vino bianco o rosato d’estate sempre accompagnati con le golosità dello chef Mhidine, il cuoco della casa: Sardine grigliate, sardine in salsa al pomodoro, lumache al pepe nero, pezzi di peperoni e pomodori grigliati e immersi in abbondante e profumata olio d’oliva cabila con aglio e prezzemolo; insalata di polipo, gamberetti in sugo, frutta secca tostata e salata, e poi tanti sotto-sale e verdure crude.

Alcuni praticanti che tornavano dalla vicina moschea dopo la preghiera dell’alba salutavano con ampi gesti e larghi sorrisi i clienti del bar. Qualcuno si fermava addirittura a chiacchierare un attimo con un cliente seduto sulla terrazza. L’ambiente era rilassato.

A Rakim venne quasi da ridere al ricordo degli anni dal 1990 al 2020, quando su quella strada all’appello alla preghiera si affrettavano orde di bigotti irsuti e di donne infagottate dalla testa ai piedi che guardavano con sguardi minacciosi chiunque non fosse diretto verso la moschea.

«Non oso immaginare cosa avrebbero fatto se, a quella epoca, il primo giorno di Ramadhan, avessero visto qualcuno intento a desinare in pubblico oppure se qualcuno avesse osato stappare una bottiglia di vino in loro presenza…», pensò il vecchio esule tra sé e sé.

Ma tutto ciò era solo un triste ricordo. Algeri era ormai una città serena, colta e aperta al mondo.

alger03I suoi luoghi di culto non erano più luoghi di odio e di chiusura mentale, da tempo. La fede era ritornata un fatto personale e nessuno più pensa a tenere la barba lunga o vestire il qamis, il gilbab o il niqab3 per costrizione o per mimetismo sociale. Qualcuno lo fa ancora ma solante per sé e non cerca di imporre niente a nessuno.

La città bianca è diventata madre di tutti, credenti e non credenti, musulmani e non musulmani, berberi e arabi, algerini di origine o di adozione. Le librerie fioriscono ovunque, grandi, luminose e piene di libri belli e interessanti.

Gli intellettuali e gli artisti algerini hanno smesso da tempo di fuggire alla ricerca della salvezza altrove. Sono ormai benvenuti nella loro terra qualche sia la loro opinione.

Associazioni, movimenti, raduni e collettivi di ogni genere animano le serate della città con ogni tipo di attività culturale.

I giovani, oggi, amano la loro città e non guardano più, come una volta, le navi in uscita dal porto come se fossero le uniche vie verso la felicità.

«Scommetto che non sanno nemmeno più il significato di una parola come “harraga”!»

Il solo rievocare quella parola riempì Rakim di tristezza. Il ricordo di quei milioni di giovani morti in viaggi di fortuna o finiti senza dimora fissa in quell’Occidente che pensavano fosse la loro terra promessa lo tormentava ancora. «Che tempi tristi…»

Ormai i giovani africani non dovevano più attraversare deserti e mari al pericolo della propria vita per finire schiavi nelle piantagioni di ortaggi e di frutta del sud Europa.

Il mondo ricco aveva finalmente capito che il pianeta era uno e che saccheggiare le terre povere per mantenersi sulla via dello spreco e dell’egoismo era solo il modo più veloce e sicuro di uccidere il pianeta stesso sul quale si viveva tutti quanti.

L’economia e la finanza erano diventate questioni politiche regolate da istanze democratiche. La salvaguardia della qualità della vita era finalmente stata ammessa come unità di misura dell’efficienza dei programmi e non solo più la produzione e i benefici finanziari a profitto di una piccola minoranza.

Cibo, sanità, scuola e libertà di pensiero e di espressione erano diventati valori universali inalienabili.

E da quando le risorse naturali del continente erano controllate da autorità che mettevano l’interesse pubblico e l’ambiente prima di ogni altra considerazione, le guerre fomentate dalle multinazionali erano cessate e con loro la fame, la paura e la miseria.

L’Africa aveva ancora molto ritardo da colmare. Quello dell’acqua, ad esempio, era rimasto, a causa delle politiche sbagliate del passato, un grande problema da gestire. Ma i giovani avevano speranza e preferivano restare nei propri paesi a cercare soluzioni collettive, piuttosto che partire all’avventura in cerca della fortuna individuale.

La fine della guerra fredda è stata un disastro per il suo paese. I più alti comandi dell’esercito erano entrati in contrasto con alcuni settori dell’ex partito unico del Fronte di Liberazione Nazionale(FLN). Per prendere il potere, i generali si erano alleati con la vecchia potenza coloniale, la Francia. Invece per tentare di mantenerlo, alcuni vecchi dinosauri del partito si erano alleati con i nuovi movimenti integralisti e con il loro sponsor naturale: gli Stati Uniti. Risultato: 15 lunghi anni di guerra civile. Mezzo milione di morti. Un paese messo a ferro e a fuoco da due mostri sanguinari, l’uno più spietato dell’altro.

Due decenni di guerre, massacri, sabotaggi, saccheggi delle terre e delle risorse naturali del paese l’hanno messo in ginocchio.

algerQuando Rakim decise di partire, e lasciare i tanto amati monti della Cabilia per l’Italia, era la fine degli anni 90. Anche se il peggio era già passato, la guerra non era del tutto finita e il dopo guerra si annunciava già più distruttivo delle ore più calde del conflitto stesso. Il paese era tornato 20 anni indietro sul fronte della cultura, delle libertà e della pluralità politica e culturale.

La fine del conflitto avvenne quando fu trovato un accordo tra le varie potenze interne ed esterne.

Ogni barone dell’esercito o del partito aveva preso l’esclusività su un settore ben preciso dell’economia: zucchero, caffè, elettro-domestici, agricoltura, pesca, traffico di droga, traffico di antichità, legno, ferro, informatica, telecomunicazioni… Ognuno aveva la sua riserva di caccia e nessuno doveva invadere il terreno dell’altro. Tra loro erano nemici intimi. Ma se c’era qualche intruso o chi si illudeva di poter cambiare le regole, si mettevano tutti insieme per farlo fuori.

Le nazioni estere si sono spartite il bottino principale: gli idrocarburi. La parte del leone andò alle compagnie americane, in particolare quelle di proprietà dei Bush e dei Cheney, il resto fu distribuito a pioggia su le “Grandi Sorelle” e le loro varie società annesse . La Francia si tenne, insieme all’Italia, i posti di primi fornitori esteri di beni di consumo e di attrezzature varie. E così vissero tutti felici e contenti tranne il popolo algerino.

Dalla sua indipendenza nel 1962, con la presa di potere da parte dei militari venuti dalle frontiere, il paese è sempre vissuto in dittatura. All’eccezione dei 3 anni che hanno seguito le sommosse popolari del 1988, fino all’arresto del processo democratico nel 1992, con la ripresa del potere da parte dell’esercito, dicendo che voleva salvare il paese e la democrazia (sì sì proprio così: la democrazia!) dal mostro integralista … Quel mostro che avevano creato loro stessi qualche anno prima. Il paese tranne che in quei pochi anni è sempre vissuto in dittatura.

Ma il Colonnello Houari Boumedienne, che regnò dalla metà degli anni 60 fino al 1979 aveva instaurato un sistema dittatoriale molto raffinato. Allontanandosi dalla tradizione “nasseriana”4 dalla quale proveniva, egli mise in atto tutta una serie di leggi e di provvedimenti per evitare il culto della persona e la personalizzazione del potere.

La stampa era solo statale ma lasciava delle piccole valvole di sfogo. Nella strada la gente poteva parlare liberamente. Le spie erano numerose come in ogni regime, ma non perseguitavano la gente per ogni parola detta in pubblico. Si occupavano dei più pericolosi, dei pesci grossi. Chi dava veramente fastidio non veniva arrestato ma spesso si suicidava all’improvviso o subiva qualche incidente stradale o di aereo (come del resto succede nelle più vecchie tradizioni democratiche).

I partiti dell’opposizione erano costretti alla clandestinità ma erano tollerati. Infiltrati, manipolati, tenuti sotto controllo continuo ma… mai decimati. Non c’erano deportazioni di massa. La macchina della repressione era molto selettiva.

Fu in quella epoca che furono veramente gettate le basi per la costruzione del paese. Scuole, università, ospedali, infrastrutture di base… Industrializzazione. In 20 anni il paese cambio volto.

Dopo la sua morte nel 1979 e la sua sostituzione da parte del colonnello Chadli Benjedid, gli spazi di espressione del dissenso aumentavano e si restringevano secondo gli umori dei clan al potere. Fino a quando nel 1988 delle sommosse popolari, indotte dall’interno del regime stesso, misero fine al sistema socialista (che era il bersaglio principale della nuova classe regnante) e al partito unico diventato pesante e obsoleto per gestire la nuova fase. Nel 1989 fu dato il via al multipartitismo.

Fu una vera festa, molto simile all’euforia che ha seguito la caduta dei dittatori in Egitto e in Tunisia negli anni 2010. Il popolo algerino pensava di essere finalmente uscito dal tunnel. Non sapeva che era solo per un po’. Solo il tempo di tuffarsi in un tunnel ancora più lungo ancora più buio.

alger04Alla fine della guerra civile che, dal 1992 fino al 2004, immerse il paese in un vero bagno di sangue, arrivò al potere un lugubre personaggio sotto l’influenza del quale il paese fece 40 anni indietro in materia di cultura politica.

All’eccezione dei baffetti, sembrava forgiato su misura nello stampo dei peggiori politici di quelli anni: Bush, Putin, Berlusconi, Sarcozi… Piccolo di statura, narcisistico, presuntuoso, bugiardo e privo di ogni principio o scrupolo… Una vera macchina da potere come nemmeno Machiavelli avrebbe immaginato.

“Boutef”, era il nomignolo con cui lo chiamava il popolo, beneficiò di un contesto molto favorevole. Subito dopo il suo arrivo, il petrolio, che negli anni novanta aveva toccato i minimi storici, cominciò a salire in modo incredibile. In certi anni toccò il prezzo record dei 200 dollari a barile. La banca centrale chiuse tutti i suoi debiti esteri e le casse dello stato rimanevano colme di petrodollari.

Invece di approfittarne per modernizzare il paese, migliorare la qualità dell’educazione, della sanità e per iniziare qualche programma economico per il rilancio del lavoro e l’uscita dalla dipendenza dai prodotti d’importazione, il nostro ometto usò le casse dello stato come se fossero sue personali, per la promozione della sua immagine, per le sue eterne campagne elettorali (anche se le gare erano sempre truccate a suo favore), per comprare i vari dinosauri del potere civile e militare, per le sue operazioni di vetrina e per buttare sabbia negli occhi della piccola gente distribuendo a tappetto prestiti agevolati, effimeri progetti economici e beni di consumo…

Il paese fu militarizzato ancora più che durante gli anni più violenti della guerra. Tutte le strade erano presidiate dall’esercito con armi da guerra e blindati.

Il culto della persona bandito da boumedienne fu reintrodotto con forza e fu portato ai livelli della vicina Tunisia all’epoca di Benali.

Gli Islamisti posero le armi in cambio anche per loro di una buona fetta della torta. Avevano anche il controllo di alcuni settori dell’economia. E si arricchirono tantissimo. Per tenere buona la loro base impaziente di instaurare la “legge di Dio” esercitavano pressioni sia sulla politica che sulla società.

Ne venne fuori un sistema sociale in cui era permesso tutto quello che faceva veramente male alla società: corruzione, traffici di ogni genere, prostituzione (se nascosta), violenza, inquinamento, vendita di prodotti nocivi…

Invece veniva perseguitata ogni forma di libertà di pensiero, ogni forma di non conformismo. Se uno beveva in pubblico, non rispettava il digiuno del Ramadhan o se una donna vestiva o si comportava in modo considerato immorale allora poteva scattare la violenza più assurda.

alger02Era tutto questo che, in quelli anni, faceva che Rakim ci andasse molto di rado nel suo paese e solo per brevissimi periodi.

«Giusto il tempo di guarire la nostalgia con una dose non troppo grande di disgusto» diceva all’epoca, a chi chiedeva la ragione dei suoi brevi soggiorni in “terra patria”.

Rimase lontano, cambiò vita e si distaccò quasi del tutto da quelle terre, da quella gente, che continuava però ad amare profondamente.

Non aveva visto arrivare i cambiamenti. Era troppo impegnato nel paese d’adozione per accorgersi dei profondi cambiamenti che stavano avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo.

Dopo la morte dei genitori, ebbe ancora meno ragioni e voglia e cominciò ad andarci ancora più di rado. Sempre più distaccato, sempre più lontano, sempre più straniero. Fino a quel giorno.

Quel giorno, era nella primavera del 2039. Ci andò per non si sa più quale ragione. Forse solo così per andarci, per vedere un po’ i vecchi amici. Quel giorno, camminando per strada, avvertì una strana sensazione. Si accorse che era arrivato teso come sempre. Pronto a cogliere ogni difetto e con esso rafforzare il suo disgusto e allargare il distacco. Invece non avvertì nessuna sensazione negativa.

Sentì come se il suo sguardo severo fosse del tutto fuori luogo in quel ambiente rilassato e sorridente che regnava ad Algeri.

Gli venne quasi da chiedere se era veramente nella città di Algeri. Si sapeva distratto ma non fino a sbagliare aereo. Nessun dubbio: era Algeri.

È da quel momento che ricominciò a riallacciare legami sempre più stretti con questa terra così bella.

Quando il medico gli annunciò l’entità del male che stringeva i suoi intestini e le poche probabilità che aveva di sconfiggerlo, egli decise di non seguire nessuna cura intensiva. Era sempre stato del parere che la vita doveva essere vissuta soltanto se valeva la pena. Allungarsi la vita al massimo non era mai stato il suo obiettivo. Ma adesso che stava per compiere 80 anni, accanirsi con le cure intensive gli sembrava addirittura osceno.

«Ho sempre accettato la mia mortalità. Non è a 80 primavere che comincerò ad aggrapparmi disperatamente alla vita.»

Si ricordò quando, giovane e in ottima salute, guardava con stupore chi per malattia o per vecchiaia trovava difficoltà a compiere gesti che per lui sembravano di assoluta banalità: salire una scala, alzarsi da una sedia, sollevare piccoli pesi…

Oggi toccava a lui. Il dolore alle articolazioni apparso verso i 50 anni, cominciò pian piano ad aumentare fino a stabilizzarsi e diventare un compagno fedele. Le distanze che poteva percorrere si accorciavano anno dopo anno. Il suo grande corpo si piegò poco a poco e faceva sempre più fatica a reggere il proprio peso. Le dita delle mani e dei piedi cominciarono a diventare tutte storte per effetto dell’artrosi provocata dall’umidità della città in cui viveva. La sua vista diventò sempre più debole. Ci vollero vari interventi per riportarla ad un livello accettabile.

«È ora di andare a riposare, va! Cosa dovrei salvare con le cure intensive? L’anima?». Sorrise a questa idea, lui che non aveva mai creduto all’esistenza dell’anima.

Prima di partire da Torino aveva predisposto tutto per il suo funerale. Aveva scelto di farsi cremare e aveva affidato ad alcuni suoi amici il compito di spargere le sue ceneri sul Po’. Prima aveva pensato al mare, ma poi si è ricordato che tutti i fiumi alla fine vanno al mare. Così semplificò il compito ai sui fidati amici che anche loro avevano i loro anni.

«Io me ne vado, Algeri. È finito il mio tempo. Ma il tuo sta appena cominciando. Mi raccomando, continua così… continua a vivere. A vivere per davvero. Continua a sorridere. Ama i tuoi figli e fatti amare da loro.

Io lascio questa vita, senza timori né rimorsi. Tu, invece, aggrappati alla vita. Non ti affidare mai più alla cultura della morte.»

alger05Rakim continuava a guardare la baia di Algeri sognando ad occhi chiusi. Fu riportato verso la realtà dal rumore di una lite tra due automobilisti sotto il suo balcone.

Era vero che era il primo giorno di Ramadhan ma era l’11 agosto del 2010 e Algeri era lì davanti ai suoi piedi con il suo rumore, la sua sporcizia e la sua ipocrisia. Non era cambiato niente. Era solo un sogno.

Triste di ritrovarsi nell’amara realtà, Rakim rientrò e chiuse la porta del balcone giusto in tempo per vedere la vicina di destra che lo salutava con un largo sorriso mentre svuotava un piatto pieno di resti direttamente dal suo balcone su quello che una volta fu un giardinetto ma che ora era diventato una vera discarica.

***Fine***

1. In arabo dialettale algerino: La meraviglia.

2. La Mitidja (Mitigia) è la pianura intorno alla Città di Algeri. Ottima terra per la produzione di agrumi.

3. Qamis: Tunica lunga per uomini di colore bianco o griggio. Gilbab: Lungo pezzo di stoffa nero o griggio che copre la donna dalla testa ai piedi. Niqab: Velo nero che copre tutto o parte del viso della donna.

4. Cioè riferita a Gamal Abd Ennasser, conosicuto come Nasser. Il primo ufficiale nazionalista arabo che prese il potere in Egitto nel 1952

Racconto pubblicato in due parti il primo é uscito  il 24 agosto 2010 sul blog Divaga-azioni: http://karim-metref.over-blog.org/article-sogno-di-un-mattino-di-ramadan-1-55897870.html

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