5. Letture d'altrove

“La Donna guerriera” il racconto di una Ho-Chi Kuei sospesa fra due mondi

Mentre vi state trastullando sulla spiaggia, girate il vostro telo e leggete l’etichetta. Scoprirete che il telo viene dalla Cina, i vostri occhiali da sole, le scarpe da ginnastica, pezzi del vostro Iphone, le posate con cui state mangiando e l’ombrellone che vi protegge dalla calura! Molto viene dalla Cina.

La Cina è forse il paese più presente negli altri paesi del mondo e allo stesso tempo il più ignoto. “La Donna Guerriera, memoria di una gioventù fra i fantasmi” è un libro che racconta due mondi: quello cinese, attraverso l’evocazione di storie e miti antichi, e quello della diaspora cinese negli Stati Uniti, focalizzando lo sguardo su una comunità ghettizzata e ghettizzante.

L’autrice cino-americana Maxine Hong Kingston “commette” una scrittura insolita che mischia l’autobiografico al mitologico, l’attualità alla storia e la psicologia all’indagine storica. “La Donna Guerriera, memoria di una gioventù fra i fantasmi” racconta Storie di donne bistrattate e in cerca di una condizione “archetipica”.

Noi ce lo siamo fatti raccontare da Serena De Marchi,  studentessa di lingua e letteratura cinese alla Sapienza di Roma, che in Cina ci è stata e dalla voce delle sue donne ha sentito le loro Storie.

A voi di leggere e di sapere qualcosa di più del paese che vi calza e vi veste.

Rabii El Gamrani

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Di Serena De Marchi

La scrittrice cino-americana Maxine Hong Kingston

La scrittrice cino-americana Maxine Hong Kingston

[Non dovrai dire a nessuno esordì mia madre,  ciò che sto per raccontarti. In Cina, tuo padre aveva una sorella che si uccise. Si gettò nel pozzo di casa. Noi diciamo che tuo padre ha solo fratelli perché è come se lei non fosse mai nata].

Una donna senza nome, condannata all’oblio, è il primo personaggio che ci viene raccontato nel romanzo di Maxine Hong Kingston : La donna guerriera – memorie di una gioventù tra i fantasmi.

Con la storia di questa zia, suicidatasi per compassione della bambina che portava in grembo, e che non era di suo marito, partito tempo prima per l’America, l’autrice ci presenta il mondo dal quale proviene ma in cui non è nata.

La donna guerriera è un romanzo autobiografico; è la storia di una ragazzina diventata poi donna. Maxine Hong Kingston è nata a Stockton, California, nel 1940, da genitori cinesi immigrati dalla Cina meridionale.

La critica è tuttora combattuta nel decidere a quale genere appartenga questo romanzo: è fiction? Non-fiction? Qualche studioso l’ha chiamata una fantasy autobiography: a mio parere la definizione più calzante, invece altri considerano La donna Guerriera uno dei testi sacri del femminismo e la Kingston una sua paladina. In verità lei stessa ammette che le cose stanno un po’ diversamente: “ Ma a me, queste lodi smodate nei confronti di mia figlia [La donna guerriera]e questa scortesia verso i miei figli [ le altre sue opere pubblicate, in particolare China Men] non piacciono, specie considerando che, col passar del tempo, la mia scrittura è migliorata, è diventata più saggia e più esperta”.

Questa è la storia della ricerca delle proprie radici, o della madre archetipica”, come l’autrice stessa ha avuto modo di dire; un percorso in cui si mescolano storie reali e leggende cinesi antiche, fuse assieme con le fantasie e le memorie dell’autrice da bambina.

"The women Warrior, Memoirs of a Girlhood Among Ghosts" Titolo originale dell'opera

“The women Warrior, Memoirs of a Girlhood Among Ghosts” Titolo originale dell’opera

L’America diventa un luogo popolato da fantasmi: il fantasma tassista, il fantasma professore, il fantasma panettiere… con questo termine la comunità cinese apostrofa tutti i non cinesi. Ed anche Maxine è un Ho-Chi Kuei, termine intraducibile che indica una condizione intermedia, di “simil fantasma”, né cinese né americana.

Nel testo sono frequenti i richiami al mito e alla tradizione cinese, ma questi vengono modificati e reinterpretati dalla Kingston, che li fa propri, costruendo un mondo dove ci si perde, dove si fa fatica a distinguere il confine tra realtà e invenzione, e dove è difficile riconoscere un posto e chiamarlo “casa”.

Figura importante di questo romanzo è Orchidea Coraggiosa, la madre dell’autrice, personaggio complesso e a tratti inquietante. È lei la cantastorie per eccellenza, ed attraverso il racconto cerca di evocare la “sua Cina” e trasmetterla alla figlia.

Il rapporto con questa madre è intricato e difficile. Quello che Orchidea Coraggiosa vorrebbe dalla figlia contrasta moltissimo con quello che, invece, la società americana si aspetta da lei.

Quando, al ritorno da scuola, la piccola Maxine annuncia di aver preso tutti “dieci”, la madre risponde raccontandole “ la storia vera di una ragazza che salvò il suo villaggio”.

I successi personali di Maxine non giovano alla comunità, e vengono considerati poca cosa nella cultura cinese.

“Non riuscivo a capire quale fosse il mio villaggio. Ed era importante che realizzassi qualcosa di bello e grandioso, altrimenti, quando saremmo tornati in Cina, i miei mi avrebbero venduta; in Cina avevano tante maniere per sistemare una bambina che mangiava a quattro palmenti e si faceva prendere da attacchi di nervi. Una pagella di tutti dieci non è commestibile”.

L’autrice dunque, a modo suo, rielabora queste storie raccontate, che tuttavia non comprende fino in fondo, e che fanno tanta fatica ad incastrarsi con la sua vita americana.

Emblematica è la storia Fa Mulan, l’eroina che prenderà il posto del padre nell’esercito di contadini che marcia verso la capitale per detronizzare l’imperatore e vendicherà il suo villaggio, per anni preda dei soprusi di un barone corrotto.

”Incideremo la vendetta sulla tua schiena” disse mio padre. “Scriveremo i nostri nomi e i giuramenti”. Con questo rito Fa Mulan inizia il suo viaggio. L’eroina e la  Kingston non sono poi così diverse: ciò che accomuna le due donne sono proprio le parole che si portano dietro.

Hua Mulan è una delle mitologie più conosciute della cultura cinese

Hua Mulan, la guerriera-tessitrice è una delle mitologie più conosciute della cultura cinese

In cinese “vendetta” si traduce con due ideogrammi che significano “denunciare un crimine” e “denunciare a cinque famiglie”. “Vendetta dunque, è la denuncia: non la decapitazione né lo sventramento, ma le parole. E di parole io ne ho così tante – anche di “gialle” e “a mandorla” – che la mia pelle non basta per tutte”.

Le parole, e quindi la scrittura, diventano un mezzo di denuncia, ma anche un mezzo di autoaffermazione e di presa di coscienza di sé.

Nelle note a fine romanzo, l’autrice scrive: […] Fa Mulan era una tessitrice. Il suo canto inizia col suono proveniente da spola e telaio: “jik jik jik”, “tessi tessi tessi”. Mi piace il fatto che tessitura e testo abbiano origine dalla stessa radice.

Da un punto di vista linguistico, è interessante l’analisi che l’autrice ci propone rispetto al pronome  “io”:

“Non riuscivo a capire I,  cioè il pronome io. In cinese, io è composto da sette tratti, un vero groviglio. Come poteva essere che l’ I americano, che senza dubbio porta un cappello come quello cinese, contasse solo tre tratti, e che quello centrale fosse così dritto?” 

Comparando l’”io” cinese e l’”io” americano, la Kingston indica non solo la differenza tra due sistemi linguistici, ma piuttosto, le diverse costruzioni dell’ “Io” e dunque dell’identità. L’ “I” americano si erge ritto sul foglio, ed è sempre scritto maiuscolo (qualcuno potrebbe riconoscervi un simbolo fallico). Etimologicamente in cinese, l’ideogramma ,  rappresenta “l’annodare una bandiera o uno stemma in cima ad un’antica arma”. In un certo senso, anche qui viene suggerita la predominanza maschile: in tempi antichi, infatti, i duchi e i signori innalzavano i propri stemmi (ognuno aveva un motivo grafico diverso) per affermare il proprio dominio sul territorio

In queste rivendicazioni di esistenza le donne sono completamente ignorate.

Ed è per riscattare quest’oblio che la Kingston scrive.

Le sue storie di donne, compresa la storia di se stessa, sono un tentativo di rivalsa del mondo femminile sul sistema millenario del patriarcato, che più che mai in Cina ha esercitato (e continua ad esercitare) il suo potere violento e mortifero. Un sistema che celebra il figlio maschio e denigra le femmine, che l’autrice-bambina non comprende e rifiuta categoricamente: [ Quando mia madre, o mio padre, o uno dei loro compaesani immigrati diceva: “Nutrire una bambina è come nutrire una gazza”, io mi buttavo per terra e urlavo così forte da non riuscire a parlare. Non riuscivo a fermarmi. ]

Questo rifiuto di accondiscendere ai valori sessisti della sua cultura di origine saranno una delle cause del suo sentirsi inadeguata rispetto al posto in cui vive. Ma sono anche uno sprone alla ribellione: [Mi rifiutavo di cucinare. Quando dovevo lavare i piatti ne rompevo sempre uno o due. “Ragazzaccia” urlava mia madre e questo, a volte, invece di farmi piangere mi faceva gongolare.]

La Kingston, come Fa Mulan, combatte per denunciare un crimine: quello contro le donne, appunto. Tuttavia, mentre la famosa eroina lo fa con la spada e l’armatura, la nostra autrice lo fa con la scrittura.

In questo modo  il lettore  viene messo a conoscenza della condizione femminile in Cina,  così terribile per certi aspetti, e ancora decisamente attualissima.

Anche oggi, da qualche parte in Cina, soprattutto quella rurale, le bambine vengono “sistemate”[1], perché non volute, poiché quando nasce un figlio maschio è una benedizione, ma una femmina, quando nasce una femmina è una disgrazia.

Nel 2012 mi trovavo a Pechino per frequentare l’università,  e quasi per caso,  mi sono ritrovaAnkata a fare volontariato nel “lesbian center” della capitale.

È lì che sono entrata davvero in contatto con le donne cinesi, e con  le loro storie.

Donne giovani e adulte, lesbiche, bisessuali, transessuali, o semplicemente donne confuse. Ognuna di queste donne mi ha lasciato una testimonianza di sé: Tudou mi ha trasmesso il desiderio di cambiamento; Qiudi mi ha raccontato con una dignità estrema delle sue sorelle vendute;  Anka e Mallisa sono la testimonianza vivente di come le cose possono cambiare, se lo si vuole.

Tante piccole storie, antiche e nuove. Le parole come fili tessono l’ordito dell’esistenza e definiscono l’appartenenza a qualcosa o qualcuno. La Cina o l’America, il presente o il passato, la realtà o la fantasia.

Nello scrivere queste storie, la Kingston traduce in parole un’esperienza interculturale, e attribuisce al termine dispregiativo di Ho-Chi Kuei una nuova identità ibrida e finalmente positiva.

Noi lettori, dal canto nostro, facciamo esperienza di questo bellissimo mondo lontano ma al tempo stesso sempre più vicino, e passo dopo passo i suoi segreti ci fanno meno paura e i suoi misteri ci diventano meno oscuri.


[1]    In cinese si utilizza il verbo volutamente ambiguo “sistemare” quando ci si riferisce allo “sbarazzarsi” delle neonate non volute. In un libro uscito nel 2011, la giornalista radiofonica Xinran ha raccolto tutta una serie di interviste che ha condotto negli anni, in giro per la Cina, alle madri che abbandonano le bambine. Il libro si chiama Le figlie perdute della Cina, ed è un’indagine psicologica molto profonda e sorprendente, che scava nella vita di queste donne che per ristrettezze economiche e una legge sul controllo delle nascite, è costretta ad abbandonare le proprie figlie. Lo consiglio vivamente a chi volesse approfondire questo argomento.

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La donna Guerriera, Maxine Hong Kingston

Traduzione: Claudia Valeria Letizia

Edizione E/0, 1995

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