Visioni del Maghreb

Visioni del Maghreb : l’identità ritrovata di Isabelle Eberhardt

Di Sara Alianelli *

Parte Prima.

Morite prima di morire. (Jallal Eddine Al Rumi)

Furono ore felici,  ore di contemplazione e di pace, di rinnovamento del mio essere, di estasi e di  ebrezza quelle che passai seduta, sotto questo travestimento, su un banco di pietra all’ombra fresca di questa bella Zaouïa tranquilla. Furono ore di voluttà reale e intensa, di giovinezza e di vita!”

(La Zaouïa, Isabelle Eberhardt).

Isabelle Ebrhardt all'età di 18 anni

Isabelle Ebrhardt all’età di 18 anni

Più spesso di quanto non si creda, negli interstizi della Storia, uomini e donne, marginali rispetto alle idee e agli avvenimenti della loro epoca, concepiscono modi di vivere e di pensare che superano i limiti del loro tempo, le mentalità, le mode sociali che la cultura ufficiale tende ad imporre.

Al di là di tutti gli schemi, essi offrono una diversa chiave di lettura della realtà, sicuramente più autentica, ed a posteriori lasciano il sentimento che, in fondo, nessun razzismo, nessun pregiudizio, possono davvero giustificarsi facendo appello al “clima dell’epoca” se non abdicando all’intelligenza e alla coscienza individuale.

Così, a fine Ottocento, mentre “grandi” studiosi cercavano di giustificare su basi scientifiche  il predominio politico ed economico di una razza considerata superiore, mentre l’Europa matteva in atto nei territori assogettati le forme più brutali di oppressione e schiavitù, mentre nuove nazioni nascevano e già reclamavano il loro diritto a conquistarne altre, una giovane donna, apatride ed esule, contravvenendo a tutte le regole sociali dell’epoca, visse un’esperienza  rara e inusuale, tanto più fuori dalla norma in quanto, nell’Europa della “belle époque”, la donna contendeva al colonizzato il primato della mancanza di qualsiasi riconoscimento dei diritti fondamentali.

Nata nel 1877 a Ginevra, da un’aristocratica russa e da padre ignoto, adottata dal suo precettore, un esule russo anarchico, alla morte di entrambi i genitori Isabelle Eberhardt lasciò quelle che definiva “le agitazioni sterili dell’Europa moderna” per viaggiare in Tunisia e in Algeria, ai confini col deserto del Sahara. Per sette anni, questa scrittrice, percorse il cuore del Maghreb, condividendo la vita quotidiana delle popolazioni locali, dei beduini del deserto, di marabouts (santi dell’Islam) e cheikh (maestri spirituali), di galeotti, prostitute e legionari, offrendoci uno scorcio di quel mondo scomparso in un’opera di duemila pagine che costituiscono una testimonianza unica.

I suoi racconti, tra cronaca e finzione, oltrepassano la categoria di “letteratura di viaggio”, e fanno di lei una dei rari autori capaci di abbracciare nel profondo una cultura “altra” ed esprimersi dal suo interno. Il Maghreb si intrecciò con la vita di Isabelle, ella lo elesse a sua patria adottiva, il “nido” tanto agoniato dove decise di stabilirsi, dove sposò il sottufficiale spahi Slimène Ehnni, dove sua madre era sepolta (Annaba), e dove lei stessa morì nella violenta inondazione di un fiume a Aïn Sefra, a soli ventisette anni.

Una vita breve, intensa e travagliata, quella di una donna  divenuta quasi personaggio leggendario, e sulla cui vicenda biografica molto è stato detto ed anche costruito.  Poliglotta, apprese anche l’arabo e il berbero, studiò il Corano, peregrinò  in luoghi dove molti suoi  contemporanei non si sarebbero mai avventurati, cavalcando le piste desertiche sotto l’identità maschile del taleb (studioso) Mahmoud Saadi, un travestimento che gli permise di conoscere vagabondi del deserto ed eruditi, e soprattutto di essere considerato uno di loro e riconosciuto in quanto appartenente alla prestigiosa confraternita sufi dei Kandria.

Radicale e provocatrice, nel 1895 esordì sulla Nouvelle Revue Moderne con Infernalia, quasi una scena di necrofilìa, e Visione del Moghreb, un saggio su questa terra di cui aveva sentito raccontare  ma che non aveva mai visto. E già si firmava con uno peseudonimo maschile, Nicolas Podolinsky, “marinaio dello zar”. Personaggio a metà tra il visionario Rimbaud e la spregiudicata George Sand.

Alcune sue novelle apparvero a partire dal 1902 in varie riviste francesi e algerine, fra cui l’Akhbar di Algeri, per il quale lavorò come corrispondente nella regione del sud di Orano e collaborò come inviata di guerra assistendo a molti episodi delle lotte coloniali.

Il suo primo viaggio in Tunisia, nel 1897, che segna un momento importante nella metamorfosi esistenziale della Eberhardt, ispirò Heures de Tunis e Un automne dan le Sahel tunisien : impressioni e appunti di viaggio, descrizioni della vita negli accampamenti in cui ella comincia a vivere con truppe indigene e tribù locali. E una novella : Le Roman du Turco, tragica storia d’amore tra un arsitocratico tunisno e una cortigiana algerina, a metà tra il racconto popolare e il mito,  in un’ atmosfera onirica ma ricca, com’è solito nelle opere della Eberhardt, di dettagli del decoro arabo-musulmano, sensuali e mistici.

Donne di Bou Saada, Algeria

Donne di Bou Saada, Algeria

Seppur con una certa idealizzazione, la scrittrice comincia a radicarsi in questo mondo tanto immaginato, facendo emergere impressioni di meraviglia ed empatia, da cui é abolita ogni distanza critica. In qualche pagina è svelata l’essenza dei luoghi, l’intimità con le situazioni e gli esseri che incontra e in cui si identifica : i suoi personaggi non sono soltanto “l’altro” ma anche il suo specchio, compagni con i quali condividere i misteri e la fragilità dell’esistenza.

Se il soggiorno in Tunisia rievocò a lungo in lei la nostalgia delle prime sensazioni dell’inizio di una nuova vita, la sua rivelazione fu l’ Algeria, in particolare il Souf, nel quale decise di installarsi, senza rinunciare a viaggiare nel resto di questo paese “risplendende e triste”. Ed è allora che nascono alcuni tra i più delicati e penetranti ritratti di persone e paesaggi.

Quelli di Zoh’r et Yasmina, mendicanti figlie della Casbah di Algeri, dove si intrecciano bellezza e carnalità, fame e miseria, nascoste dietro gli eterni silenzi di Yasmina; oppure i paesaggi infuocati di Bou Saâda, dove adornate di colori vivi, due vecchie prostitute contemplano la città come idoli dimenticati, finchè la vita non si consuma in una di loro, senza agonia,  in Pleures d’Amandiers. Per le prostitute e le cortigiane delle sue storie si tratta dell’unico modo di sfuggire alla povertà o al controllo della società. Il loro destino non è tuttavia molto diverso da quello delle donne abbandonate, o costrette al matrimonio. Di Meriema, Taalith o Achura, la protagonista del Portrait de l’Ouled Naïl, figura classica dell’immaginario coloniale cui l’autrice dà una dimensione umana, la Eberhardt sembra averne incontrate diverse, ma mai parla del suo rapporto con esse, mai ella giudica. **

Due figure ritornano spesso nei suoi racconti, quella del  legionario, di cui si narra nel romanzo rimasto incompiuto Trimardeur, probabilmente ispirato alla vita di suo fratello Augustin che fu arruolato nella Legione straniera, e Rakhil, un’ebrea innamorata di un musulmano, predestinata ad una vita piena di vicessitudini ma breve. Numerose sono le storie di amori misti Oriente-Occidente, che oltrepassano i pregiudizi di “razza” ma che, riprovati da entrambe le culture, sono spesso votate al dramma. Così come tutte le relazioni che trasgrediscono regole sociali e tradizioni : al di là di qualsiasi banale interpretazione orientalista, l’autrice descrive il peso dell’autorità patriarcale in una società che, sotto la sua bellezza, si dimostra rigida, dominata dalle convenzioni, dai codici sociali e dalle proibizioni.

Scuola nel deserto a El Oued dove soggiornò Isabelle Eberhardt

Scuola nel deserto a El Oued dove soggiornò Isabelle Eberhardt

Amore e passione sono dimensioni fondamentali per la scrittrice che, attraverso le sue avventure, è alla ricerca di un sentimento assoluto e trascendente che la condurrà al misticismo dei marabouts delle Zaouïa (scuole delle confraternite religiose) del Sud. Al di là degli amori impossibili e clandestini, il “folle amore” diventa, ne La Derouisca, quello di madre Kheira che erra di contrada in contrada seguendo “i sentieri di Dio“, di giorno come di notte, insensibile ormai alle passioni umane. La novella fa parte degli scritti maturati dopo il suo soggiorno a El Oued, la città dalle mille cupole, “arcaica e senza età“, dove l’irrequietezza della Eberhardt troverà la pace. Negli scritti di Au Pays des sables, nell’immensità del deserto aspro e silenzioso, dove ogni vita è relativizzata, tra i riflessi delle aurore e le “apoteosi delle sere”, i luoghi dischiudono i loro segreti ed ogni riflesso ed ogni ombra diventano familiari alla scrittrice.

Il popolo, i contadini, i nomadi del deserto, coloro che subivano la violenza e l’arbitrarietà dell’amministrazione coloniale, e che l’Europa definiva “indigènes”  incolti e da “civilizzare”, sono i protagonisti delle sue storie. Ad essi andrà sempre la sua preferenza e fra di essi troverà il suo posto : “Il pastore beduino, illetterato e incosciente, che loda Dio di fronte agli splendidi orizzonti del deserto, e che lo loda ancora di fronte alla morte, è ben superiore allo pseudo-intellettuale, che accumula frasi su frasi per denigrare un mondo di cui non comprende il senso, e per insultare il Dolore, questo sublime e benevolo educatore delle anime“. Una negazione di ciò che allora, l’occidente scientista, si vantava di aver prodotto : il pensiero raziocinante, che la Eberhardt rimetteva in causa, sovvertendo l’asse del pensiero occidentale cartesiano: “E l’uomo che pensa non è più in grado di credere o negare” scriveva nel 1898 in Silhouettes d’Afrique.

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*Sara Alianelli è laureata in Storia, Lucana di origine, vive fra Parigi e Roma e si occupa di tematiche legate alla storia e alle attualità culturali e poltiche nel mondo arabo.

**Non esiste un’edizione originale delle opere della Eberhardt, pubblicate solo dopo la sua morte. Parte dei suoi manoscritti, oggi conservati negli “Archives d’outre-mer” a Aix-en -Provence, furono ritrovati, stranamente intatti, soto la melma che aveva sepolto l’autrice. Essi vennero pubblicati, insieme ad altri già apparsi sui giornali, ad opera di Victor Barucard. Ma quest’ultimo intervenne su molti testi, snaturandone il contenuto.
Solo in epoca recente si è avuta un’edizione completa di tutte le opere della Eberhardt (appunti di viaggio, novelle, romanzi). In italiano sono state pubblicate le seguenti opere  : Nel paese delle sabbie (Ibis); La via del deserto. 2 voll. (Ibis) ; Sette anni nella vita di una donna. Lettere e diari (Guanda) ; Scritti sulla sabbia (Mursia);Voglia d’Oriente (Bompiani).

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2 thoughts on “Visioni del Maghreb : l’identità ritrovata di Isabelle Eberhardt

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