Visioni del Maghreb

Visioni del Maghreb: l’identità ritrovata di I. Eberhardt

Di Sara Alianelli

Parte Seconda

Ritratto di Isabelle Eberhadt a Tunisi, 1897

Ritratto di Isabelle Eberhadt a Tunisi, 1897

È nell’ottica di una rottura radicale con l’occidente che va interpretata la “fuga” di Isabelle Eberhradt, che a differenza di molti suoi contemporanei in cerca di esotismo, pervade il suo essere profondo ed è di natura ontologica.

La scrittirce rifiuta l’Europa dell’età positivista e industriale, che molti scrittori dell’epoca criticavano e di cui si intuivano già i risvolti nell’evoluzione della cultura, sempre più materialista, disincantata, nichilista (è del 1899 L’age du néant, in cui ella fa una violenta requisitoria contro la “civilizzazione”). Allo stesso modo la valorizzazione che lei fa delle tradizioni popolari derivava dall’intuizione del rischio della scomparsa di culture ancestrali sotto l’effetto della modernità.

L’ opposizione Oriente/Occidente, sui cui spesso poggiano le sue rappresentazioni, può sicuramente risultare una costruzione riduttiva, tanto più che l’autrice fa silenzio sui cambiamenti e sull'”occidentalizzazione” che avveniva nelle società magrebine, ma questa netta contrapposizione derivava anche dal contesto storico coloniale dell’epoca.

Allorchè la questione dell’espansione occidentale non si poneva affatto, se non in seno ad alcune correnti politiche minori, la Eberhardt denunciò il sistema coloniale, la barbarie nel trattamento dei prigionieri (in A l’aube), l’iniquità del sistema giudiziario, estraneo ai costumi del posto, l’assurdità del “codice dell’indigenato”. In Fellah et Criminel raccontò di come la burocrazia espropriava i contadini per recuperare terreni da colonizzare, storie pubblicate nel 1903 sull’Akhbar; accusava grandi e piccoli capi, la brutalità dei soldati francesi e il disprezzo di molti coloni per le popolazioni locali. In Le Major un medico dell’esercito francese prende subito coscienza del fatto che lo scopo del sistema in vigore non fosse quello di migliorare la situazione bensì di manetenere lo status quo : “Non provocare nessun pensiero nell’indigeno, non ispirargli alcun desiderio, soprattutto nessuna speranza di una sorte migliore. Non soltanto non cercare di avvicinarlo ma, al contrario, allontanarlo, mantenerlo nell’ombra, in basso…“. In Sous le joug, di nuovo il razzismo viene denunciato, attraverso il soldato Abdelakader, il quale si chiede se possa esserci un’ intera razza riprovevole, verso la quale ci si senta in diritto di abdicare ai principi elaborati in secoli di sofferenza umana, e traendo la conclusione che, in questo clima tossico, fosse da temere la perdita morale, di una civiltà che, senza pietà per i deboli, senza fede nè ideali, si sarebbe divorata da sè, preannunciando le tematiche sviluppate sessant’anni più tardi da Franz Fanon e Aimé Césaire.

Venditore d'acqua (Sagga) a El Oued 1900

Venditore d’acqua (Sagga) a El Oued 1900

All’apartheid e al razzismo l’autrice oppose un'”assimilazione” al contrario : gli unici europei ai quali  si interessò furono alcuni legionari che insorsero contro il sistema, o alcuni coloni che si fusero nella società indigena. Senza velleità di dominio, lavorando con le persone del posto, alcuni si aprirono man mano alla loro cultura e alla loro lingua, come il muratore italiano Roberto Fraugi nella novella M’Tourni, il quale, emigrato dalla montagna piemontese e dalla miseria di una famiglia numerosa, finirà per acquistare la casa e il campo tanto agoniati non a Santa Reparata di Novara ma “sotto un altro cielo, in un’altra terra” convertendosi “senza esaltazione religosa ma con semplicità” all’Islam, e divenendo Mohammed Kasdallah. Non stupisce che l’autrice narri con dovizia di particolari  queste vite parallele alla sua.

L’Islam della Eberhardt, malgrado la sua conoscenza dottrinale, restò popolare e legato all’esperienza, ma ella lo abbracciò nei suoi principi essenziali, portando a compimento il suo percorso spirituale ed esistenziale. Accogliendo tutti i precetti della religone islamica, la scrittrice rifutò tuttavia la confusione tra il campo spirituale e il contesto sociale. Non è il velo che fa una donna musulmana, scriveva al suo amico tunisino Ali Abdul Wahab, non sono le apparenze che fanno il credente ma “ciascuna delle sue parole e dei suoi atti“. Insofferente alle regole delle società borghesi occidentali non poteva non esserlo alle rigidità delle società arabe, ma la sua fede, acquisita attraverso un percorso a volte arduo, fu scevra da ogni semplicistica adesione. Ella si schierava inoltre per un Islam moderno, che andava incontro alle sfide sociali a cui l’Algeria e la Tunisia si trovavano allora a confrontarsi.

Caffè moro a El Oued 1900

Caffè moro a El Oued 1900

Se ella trovò certamente nella Dar el Islam una nuova natura e identità, sembra tuttavia che il senso delle sue imprese stia in realtà nell’emancipazione da qualsiasi rigida costruzione identitaria. La sua libertà consistette nella volontà di seguire i suoi principi e divenire se stessa, nel “diritto all’erranza e al vagabondaggio”. Il sentimento dell’autrice si rivela attraverso il racconto Le Vagabond, un inno al viaggio, alla libertà di non avere identità : un viaggiatore lascia la vita  con la persona amata per ritornare nelle notti del deserto dove : “Dei nomadi armati di fucili agitarono  le loro lunghe stoffe bianche attorno alle fiamme chiare. Un cavallo legato nitrì. Un uomo steso a terra, la testa riversa, gli occhi chiusi, come in sogno, cantò una cantilena antica in cui la parola amore fa rima con la parola morte…poi tutto tacque nell’immensità muta (…) Ed egli si abbandonò alla dolcezza infinita di addormentarsi soli, sconosciuti fra gli uomini semplici e rudi, a contatto con la terra, la buona terra che culla, in un angolo di deserto che non aveva nome e dove egli non ritornerà mai più“.

Nomade del deserto del Souf, il telaio (davanti alla tenda ) El Oued 1901

Nomade del deserto del Souf, il telaio (davanti alla tenda ) El Oued 1901

One thought on “Visioni del Maghreb: l’identità ritrovata di I. Eberhardt

  1. Pingback: “Visioni del Maghreb” : l’Algeria allo specchio della pittura orientalista di Etienne Dinet | A.L.M.A.Blog

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...