Visioni del Maghreb

“Visioni del Maghreb”, Ultimo tè a Marrakesh un libro in cui viaggiare.

Toni Maraini

Toni Maraini

L’ho consigliato a chiunque mi abbia appena accennato di essere interessato ad una lettura seria sul Marocco. L’ho ripetuto a chiunque abbia avuto voglia di ascoltarmi, anche a forza di risultare ripetitivo. Ho sempre detto la stessa frase: “è il miglior libro che sia mai stato scritto sul Marocco da uno scrittore non marocchino”, anzi è molto meglio, molto più addentrato e profondo di tantissimi altri libri scritti da autori marocchini stessi.

E’ stata Sara Alianelli, l’altra anima di questa rubrica, a tirar fuori per prima la parola “Visioni*”, applicandola a Isabelle Ebrhardt,  io ho subito colto quella doppia concessione intrinseca  nel termine: il fatto di vedere realmente e quello di sognare o di immaginare.  Ed è esattamente questa la parola appropriata per descrivere il rapporto che Toni Maraini ha avuto con il Marocco e che magistralmente ha trasportato nel suo libro “Ultimo tè a Marrakesh”.

Una buona “ visione”, che sia realistica o fantasma, esige tempo, una certa preparazione e forse anche un pizzico di predisposizione. Toni (diminutivo di Antonella)  Maraini ha avuto a  disposizione tutto ciò.

Intanto ha avuto il tempo necessario per vedere bene il Marocco poiché ci ha vissuto per lunghi anni, ha insegnato nelle sue università, ha frequentato la sua gente e ha sposato uno dei suoi figli, il pittore Mohamed Melehi.  Essendo un’etnologa di formazione, poeta e storica dell’arte, era anche preparata ad avere quell’ incontro/visione. Quanto alla predisposizione, come poteva non averla lei, terzogenita di Fosco Maraini e di Topazia Alliata, figlia di un cosmopolitismo che da sempre ha contraddistinto la sua famiglia?!

Il primo enigma che si deve risolvere quando si legge “Ultimo tè a Marrakesh”  è quello di capire a quale genere appartenga: è una raccolta di racconti, un’autobiografia romanzata o un diario di viaggio?

Esiste un quaderno su cui la protagonista Agata, alter ego di Toni, annota le sue riflessioni. Ci sono dei racconti. Ci sono moltissimi accenni autobiografici.  E c’è chiaramente il viaggio, lo spostamento nel tempo e nello spazio.

Ma c’è soprattutto un dolce BAU.

Toni Maraini e Mohamed Melehi, Marocco 1969

Toni Maraini e Mohamed Melehi, Marocco 1969

Non conosco nessuna parola italiana che possa racchiudere i significati compresi nella parola araba BAU che significa confessione, svelamento , rivelazione. Ma con le stesse lettere si ottiene un’altra parola: BAHHA cioè raucedine. BAU dunque è confessare, svelare o rivelare con voce rauca, quando la raucedine è dovuta alla malinconia, alla commozione, al tenero sussurro e al pensiero bisbigliato e udito da pochi.

“Ultimo tè a Marrakesh” è un libro dissuadente ed invitante, eccone le prime righe: “Non visitate il Marocco. Se potete viaggiatevi. Ma non sarà facile raggiungerlo. Un archivio di immagini è stato costituito per costruire un paese virtuale nel quale ricevervi. Comparse sono state ingaggiate per depistarvi e farvi soggiornare altrove. Da decenni milioni di italiani effettuano spostamenti virtuali. Non sorprende che il più visitato paese del sud del Mediterraneo resti per loro a tutti gli effetti terra incognita, la più ignorata delle storie e delle culture, la più caricaturale e dubbia delle terre da loro visitate. Tutto è stato predisposto per ricevervi con effetti da trompe l’oeil che seducono e offrono brividi di repulsione. Ci sono paesi morti sotto questo peso di carta pesta. Il Marocco resiste; ma per quanto? Dipende anche da voi. Meno lo visitate, meglio sarà. Viaggiarvi è un’altra storia”

Toni Maraini diffida dal consumo vorace del Marocco, dissuade dallo sciacallaggio turistico e consumistico della sua storia, della sua geografia e delle sue genti.  Sciacallaggio un po’ favorito dai marocchini stessi, un po’ provocato dalle pretese esotiche dei suoi visitatori. Il viaggio per lei diventa dunque non un mero desiderio di svago o di scoperta spedita, sicura ed accattivante, bensì un’immersione palindromica nella storia, nella socialità e nella cultura di un paese che si camuffa dietro rappresentazioni falsate, e che non si toglie certo facilmente i vari strati di luoghi comuni sotto il quale è stato, volontariamente o involontariamente, inumato, che ammicca sorridente a chi lo vuole attraversare senza sforzo alcuno di afferrarne le anime, e si mostra invece sfuggente e perfino ostile di fronte a chi è mosso da un reale desiderio di conoscenza e comprensione. Lo scrittore e linguista marocchino Abdelfettah Kilito mi confessò che prova una sensazione di fastidio quando sente uno straniero parlare bene l’arabo o il marocchino, ne ha scritto perfino un libro a proposito **, questa è la diffidenza con la quale è accolto chi straniero non vuole essere in Marocco, questo è lo scoglio da superare.

La biografia di Toni Maraini ci informa che è approdata in Marocco nel 1963 e vi ha vissuto fino al 1986. I “racconti” invece sono scritti fra il 1992 e 1999. E’ un’evocazione dunque marinata nella salsa del tempo, maturata con il senno del poi, misurata con quel distacco necessario alla comprensione e al disincanto. L’autrice si burla di coloro che sono affetti dalla frettolosità del dire: “Devo partire. L’esilio rafforza i ricordi, unico bagaglio del migrante. Sapevo che sarebbero stati necessari lunghi anni di iniziazione per guadagnarmi quel bagaglio, e avevo accettato il patto d’amicizia tacitamente preso sin dall’arrivo con questa terra d’approdo, divenuta mia casa. Mi fanno ridere oggi coloro che arrivano in fretta e in fretta ingurgitano e risputano tra pagine di libri senza peso. Non avevo avuto fretta, io. Chiedevo asilo nel cuore di un mondo. Chiedevo molto. Molto mi è stato dato; molto più di un asilo.”      

Essouira

Essaouira, Pierrot Men

Il tempo narrativo è un miscuglio di presente e passato, un BAU sussurrato al momento dell’addio. Agata si prepara per partire, per lasciare il Marocco e andare verso l’Italia, ma non utilizza mai il verbo “ritornare”. Non si ritorna da nessuna parte, il suo “è un destino d’esilio” e ancora perseverante nello smarrire le radici e le prospettive dichiara: “Coloro che si estraniano facendo una capatina fuori dall’Occidente quanto basta per tornare alle loro sicurezze e carriere non ne capiscono il senso tragico e liberatorio (della solitaria libertà). Soltanto chi è uscito veramente dal proprio continente, quale che sia, a qualsiasi latitudine egli appartenga, sa che vivrà ormai conteso tra universi e orizzonti, tra pensieri, ricordi e sensazioni contrastanti, talvolta inconciliabili. Anche una volta tornato indietro. Vivrà la tragedia del non appartenere più interamente a qualcosa. Intuirà di essere potenzialmente libero, ma le sponde gli offriranno ormai il gusto crudele dell’infinita distrazione delle cose. Sponde e continenti, patrie e dimore continuano ad esistere in sua assenza. Ovunque il mondo vibra, gli parla e gli sembra suo, ma non vi è più rassicurante frontiera – e gli altri lo trovano estraneo e sconosciuto; ignoto a tutti il suo cammino, sarà con pochi condiviso; perfino i luoghi amati lo dimenticheranno.”

Agata era uscita dal termitaio Occidentale per smarrirsi dalle croniche, rozze, vane e cavernose certezze di una civiltà certo prolifica, ma eccessivamente sovreccitata  e rumorosa che pone se stessa al centro dell’universo. Un egocentrismo cieco che stigmatizza l’altro, lo confina nello spazio dell’indigeno, del primitivo o del post-moderno. Atteggiamento denunciato da Toni Maraini nelle sue varie sfaccettature: sia quando è espressione di colonialismo, sia quando è frutto di approcci altezzosi di intellettuali che in Marocco hanno soggiornato senza mai in verità conoscere il paese e la sua storia, è il caso di Paul Bowls, di W. Burroughs, di B. Gysin e di molti altri: “Arrivati tra gli anni Trenta e Cinquanta, non si erano accorti – né forse volevano saperlo – che in Marocco esistevano altre realtà. E nella zona internazionale di Tangeri, malgrado qualche viaggio in altre zone del Marocco, erano rimasti, ancorati a una visione approssimativa del paese, a una illusione scenografica. Non avevano preso la parola in difesa delle lunghe lotte per l’indipendenza. Erano assorbiti interamente dalle proprie avventure trasgressive e provocatorie verso il proprio ambiente. Reagivano dunque ad un mondo bigotto, ascetico e ipocrita. Tangeri offrì loro uno scenario ad ogni rottura polemica: Ma era pur sempre uno scenario, e il pubblico era quello europeo.”  

La pittrice Naive Chaibia Talal (1929-2004)

La pittrice Naive Chaibia Talal (1929-2004)

Agata-Toni Maraini torna a ritroso, non recide il Marocco dal flusso universale della Storia, lo afferra nell’ imprescrittibilità di essa. La Storia non conosce momenti di vuoto o di pausa, e nella transumanza e la rigenerazione dei saperi ogni civiltà alimenta l’altra. Quale centralità può vantare l’Occidente che  non sarebbe mai riuscito ad essere “moderno se non avesse innestato sul suo divenire – dal di fuori – algebra, logaritmi e scienze degli arabi, filosofia degli antichi, carta e polvere da sparo d’oriente, immense ricchezze dall’Americhe” ? Il discorso non è un mero esercizio nostalgico della distanza fra quello che “eravamo” e quello che siamo diventati”, bensì è una riflessione profonda e argomentata che Agata-Toni Maraini ingaggia insieme ad intellettuali marocchini citati con nomi e di cui il cognome è stato celato dietro iniziali abbrevianti. Bisogna conoscere il Marocco e la sua cultura per capire che Mohamed M , Mohamed A,  Mohamed C,  e Farid B non sono altri che i pittori M. Melehi, M. Attallah, M. Chabaa e F. Belkahia***, quattro artisti di quella avanguardia marocchina che s’impegnò fra gli anni 70 e 80 a dare vita ad un movimento artistico modernista e altrettanto attento alla cultura tradizionale, alla stratificazione storico-mitologica, al patrimonio artistico ed evocativo del passato.

Il pittore Farid Belkahia e la scrittrice Rajaa Benshemsi

Il pittore Farid Belkahia e la scrittrice Rajaa Benshemsi

Bisogna conoscere la storia del Marocco e dei suoi uomini e donne per svelare l’identità dei tanti personaggi incontrati più realmente che oniricamente da Toni Maraini: Rajaa B è la scrittrice R. Benshemsi, Fatima M è la sociologa F. Mernissi, Mustafa N è il poeta M. El Naisabury, Halima F è la storica H. Farahat, Abdelkader L è il regista A. Laktaa, Haim Z è lo storico dell’ebraismo marocchino H. Zaafarani, Edmnond A è lo scrittore E. Amran El Maleh, Sion S è l’attivista S. Assidon, Abdellah Z.Z è il psichiatra A. Ziouziou,   Abellah L è l’accademico A. Laaroui, Chaibia T è la pittrice naif C. Talal, ect ect.

Sono tanti gli intellettuali, gli scrittori, i pittori e i registi che Maraini**** cita e con i quali si intrattiene in lunghe discussioni e analisi sul senso della storia, sul confine fra modernità e tradizione, sull’arte e la letteratura, sulla mitologia, sul destino comune dell’umanità, sui problemi del Marocco e le aspirazioni della sua gente.

Ne viene fuori un ritratto appassionante di un paese complesso, conscio delle sue potenzialità e problematiche, radicato nella sua storia e aperto a ciò che avviene nel mondo.

Quella di Agata è una vita vissuta anche fra la gente comune, donne e uomini del popolo che essa frequenta quotidianamente, ospite nelle loro case, compagna delle loro feste, confidente dei loro segreti, ascolta con partecipazione e curiosità le storie di La Rhimo, di Habiba, Di Giniwwin, di La Kbira, di Aicha. Persone semplici che nella la loro disinvolta normalità mettono in crisi tutte le teorie sulla modernità, sul fanatismo religioso, sulla tentazione di omologazione di un paese che lo si vuole o moderno o tradizionale, senza mai avere il dubbio che ciò che è moderno ora non lo è più un momento dopo, senza mai pensare che spesso anche nella tradizione ci sono effusioni di modernità, alle quali la modernità stessa a volte stenta ad arrivare.

La valle di Ait Bouguemez

La valle di Ait Bu Ghemmez

Quello di Toni Maraini è un viaggio fisico e mentale nelle geografie del Marocco, da Tangeri a Casablanca, da Asilah a Marrakesh, da Rabat a Fez fino alle zone più remote di Thamusida e Ait Bu Ghemmez, passando per Azemmur, El Jadida, Essouira e tanti altri luoghi. Paesaggi urbani e rurali, quartieri periferici, musei e gallerie, Santuari e moschee, piazze e baie, giardini e parchi, souq e Caffè, uno spostamento continuo che indaga non con gli occhi freddi dell’etnografa o dell’antropologa le realtà molteplici del paese, ma che si appassiona con curiosità e senso analitico alle testimonianze artistiche, musicali, linguistiche,  archeologiche, comportamentali di un patrimonio e di una storia che svelano la verità del destino comune dell’umanità. Tracce fenice, mauritaniche, romane, arabe, andaluse, berbere, orientali, occidentali, ebraiche, pagane, cristiane, danze estatiche, riti dionisiaci, ricette culinarie ancestrali, pietre nascoste, tatuaggi atavici…tutto diventa per l’occhio curioso e esperto di Toni Maraini un’occasione per interrogarsi su molte tematiche dall’attualità scottante, ora polemizzando con l’Occidente sulle sue responsabilità storiche e attuali sia riguardo al colonialismo, sia riguardo alla fortezza dietro la quale si è asserragliato, trasformando il mare di mezzo in un enorme cimitero: “sarebbe antidemocratico accusare capiufficio, casalinghe, commesse e pensionati di voler viaggiare e conoscere il mondo. Ne hanno diritto, anche allorquando il diritto inverso – per l’umanità comune del resto del mondo – non è tutelato. Il viaggio è educativa iniziazione soltanto per alcune nazioni ricche del mondo. Alle altre, non è permesso programmare quelle pacifiche, distraenti vacanze di gruppo o in famiglia, quei soggiorni di studio formativi, quei tours d’Occidente, quel curiosare divagante notoriamente utile per lo spirito, quegli arditi espatri e esperienze di lavoro sui quali tante e tanti hanno scritto sino a tempi non lontani e che hanno arricchito il nostro e gli atri mondi. Le frontiere si sono chiuse; l’unico attraversatore è, per tutti, catalogato, “immigrante”. È stato individuato, modellato, precotto e consumato.” O ancora “ Asserragliato (l’occidente) entro le sue mura, rivolto a schermi che mostrano il mondo da così vicino da perdere il senso delle proporzioni e del campo prospettico, lo percepirà deformato e grottesco; lo consumerà nel miglior modo possibile: per la propria sopravvivenza, economica e edonistica. Dividerà la terra in zone, riserve e protettorati, trasformando gli altri, secondo le circostanze in complici, cospiratori o sudditi. Come Mida, quello che tocca viene trasformato, non in oro ma in qualcosa che fa implodere equilibri millenari, scardinando popoli trasformati in affabulanti “etnie”. L’occidente è un mondo di voyeurs in competizione per spartirsi l’osso”. 

Grottes d'Hercules, Tangeri

Grottes d’Hercules, Tangeri

Ora immergendosi in evocazioni intimistiche che narrano la sua storia: “Partire a sei anni e sapere che la nave ti conduce inesorabilmente via, significa che vi sono luoghi che si chiudono, mondi che finiscono, e terre che vengono inghiottite dalle acque (…) Quel luogo era il Giappone, e il mondo che finiva era quello della mia nascita (…)E mentre la distanza dalla sponda si faceva sempre più grande soverchiando di dolore e paura il corpo infantile, sorelle e genitori – che in prigionia, durante la guerra, avevano costituito una vera famiglia – si preparavano a un destino diverso dal mio. La famiglia, da lì a poco, si sarebbe dispersa. E da allora, l’avrei a lungo sentita in qualche modo, e malgrado l’affetto, estranea; non tanto perché considerata vagamente responsabile di un distacco che nessuno aveva trovato le parole giuste per spiegare, ma perché di ritorno in Italia, si era sentita a casa mentre io questa sensazione  non l’ho mai potuta avere.”

“Ultimo tè a Marrakesh” non è un libro facile sia per il linguaggio aulico che per la ricchezza dei rimandi storici, culturali ed artistici. Lungo i quattordici “racconti” che lo compongono Toni Maraini indaga, assieme a gente comune e alla intellighenzia marocchina, le trasformazioni avvenute , e che tutt’ ora avvengono, nelle due sponde. Lo fa dall’alto della sua sospensione fra le due rive.

Ed è forse questa GHORBA (estraneità) che avvolge le confessioni di Agata-Toni Maraini a creare quell’ atmosfera malinconica e contagiosa di cui è intriso il libro , dando così alla “Visione” dell’autrice una complessità e una raffinatezza struggenti.

Non leggete questo libro. Se potete viaggiatevi.

_______________________________________________________________________________________________

* Così abbiamo avvertito la necessità di creare una rubrica con il nome “Visioni del Maghreb”, rendendosi conto che molti scrittori, intellettuali, pittori, antropologi , etnologi e politici d’Occidente in vari periodi storici, passati e attuali, hanno legato il loro destino e le loro opere al Maghreb. Ma il Maghreb può essere anche un luogo simbolico, un punto indefinito nell’Atlante del mondo che lungo la Storia è stato oggetto di stigmatizzazione o di appassionato interesse.

** Abdelfattah Kilito: Tu non parlerai la mia lingua, Casa editrice Mesogea, 2002

*** I quattro artisti sono stati i precursori di quel movimento artistico che ha gettato le base moderne della pittura  e delle arti plastiche in Marocco, attraverso “L’exposition-manifeste” organizzata nel 1969 in Piazza di Jamaa El Fna a Marrakesh.

**** Toni Maraini è stata autrice di molti libri e articoli sulle arti in Marocco e in particolar modo sulla pittura. Citiamo a titolo di esempio: “La Peinture de Ahmed Cherkaoui” insieme ad altri scrittori marocchina,  Casablanca 1976. “I Sogni di Atlante, Aedi, saltimbanchi, poetesse e musicanti nella tradizione di spettacolo popolare del Maghreb”, Alberobello 2007. ” Écrits sur l’Art, Choix de Textes, Maroc 1967-1989″,  Casablanca 1990….

Toni Marini                                                                                                                          ultimo te_G

Ultimo tè a Marrakesh

Edizione Lavoro, 2000

Annunci

3 thoughts on ““Visioni del Maghreb”, Ultimo tè a Marrakesh un libro in cui viaggiare.

  1. Mi sono imbattuta per caso in questo sito e nel testo di Rabii El Gamrani; una sorpresa! lo ringrazio moltissimo per quanto scrive, e analizza e spiega, e per ,la sentita e dotta attenzione data a un libro passato sotto silenzio (con qualche eccezione) dagli addetti ai lavori italiani e da quanti pretendono parlare di un (vero) Maghreb cui l’Italia volta le spalle o conosce male… Grazie, e buon lavoro alla vostra équipe.Toni Maraini

  2. Grazie Cara Toni per l’attenzione prestata all’articolo….è stata una lettura molto importante per me che ho cercato di condividere con i nostri lettori, e dai feedback che ho ricevuto credo d’essere riuscito a suscitare un certo interesse per il libro (chiaramente era questo l’obiettivo) al quale auguro una lunga vita attiva e tanti lettori.
    Un caro saluto

  3. confermo appieno, ottimo articolo per un libro meraviglioso che meriterebbe di essere conosciuto molto ma molto di più

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...