1. Le parole sono importanti!

Ritratto migrante

Adel Jabbar*

Migranti dall'America Central. Foto: Peter Haden

Migranti dall’America Centrale. Foto: Peter Haden

Chi sono gli stranieri, gli altri, gli immigrati o migranti, persone che spesso vengono considerate in maniera univoca, come una massa internamente omogenea, anziché quali soggetti distinti, individui con un’identità specifica, che si trovano a vivere in una condizione di estrema complessità.

Il mondo di questi soggetti è innanzi tutto un mondo “scosso”, poiché i loro riferimenti identitari diventano, sempre più complessi e sospesi fra il contesto di origine e il luogo di arrivo. Si tratta dunque di una strategia identitaria costretta ad attraversare un processo di profonda trasformazione. Lo straniero intraprende in effetti un percorso di ricomposizione della propria identità. Durante questo percorso gli universi simbolici originari si rielaborano alla luce delle nuove condizioni materiali, sociali e culturali, dando luogo ad un’identità soggettiva che necessariamente va oltre il passato e il presente.
Dal punto di vista sociale, è evidente che la permanenza nella realtà ospitante richiede allo straniero di percorrere un secondo processo di socializzazione, o forse, meglio, di cittadinizzazione, ossia di progressiva acquisizione e interiorizzazione degli elementi socioculturali, relazionali, economici e istituzionali che caratterizzano la società di arrivo.
Pur non volendo in alcun modo fissare automatismi nel processo di inserimento, che è certamente condizionato da numerose variabili che qui non stiamo a considerare, possiamo comunque osservare in questa società la compresenza di diversi stadi di cittadinizzazione degli stranieri. Se gli ultimi arrivati si trovano nella condizione di rispondere in primo luogo ai propri bisogni fondamentali, altri hanno già superato questo momento e, soprattutto coloro che si sono oramai inseriti nella sfera socioeconomica e produttiva, sono spesso entrati in una fase di mediazione con il territorio e le sue diverse articolazioni. A prescindere dal periodo di permanenza, è comunque inevitabile per lo straniero prendere quanto prima contatto con la nuova dimensione, sia per poter soddisfare i propri bisogni fondamentali, sia per rispondere ad altre esigenze, meno pressanti e immediate ma che ogni individuo porta dentro di sé, come la ricerca di comunicazione, di relazioni e di scambio, di riconoscimento, di opportunità economiche e sociali. In particolare, l’ambito delle istituzioni territoriali rappresenta, almeno in riferimento ad alcuni settori, una tappa quasi obbligata per i cittadini immigrati, così come fondamentale è l’ambiente informale delle relazioni sociali. I contatti a diversi livelli con la società di arrivo rispondono dunque ai diversi bisogni dei cittadini immigrati, i quali, a loro volta, rispondono comunque a determinati bisogni della società che li accoglie, primo fra tutti il fabbisogno di manodopera per coprire specifiche mansioni lavorative.
D’altro canto, il processo di cittadinizzazione, processo che inevitabilmente si innesca e progredisce (eccezioni a parte), non è certo privo di ripercussioni proprio sulla società di arrivo, che è a sua volta portata a ridefinire i propri meccanismi, e quindi a porre in atto dei cambiamenti. Non solo cambiamenti strutturali e materiali, ma anche trasformazioni socioculturali, ridefinizioni concettuali, revisioni della realtà e dei suoi confini, in senso lato. Con la sua sola presenza, infatti, lo straniero, attraversando i confini statuali avvicina i molteplici modelli culturali.
La rappresentazione dell’immigrato
La figura del migrante probabilmente inquieta proprio perché carica di simboli destabilizzanti. Egli rappresenta un’entità insieme soggettiva e collettiva, che mette in discussione i confini, rendendoli permeabili alle “contaminazioni”. Grazie a questo costante e duplice riferimento culturale e al progressivo processo di adattamento e aggiustamento identitario, lo straniero diventa anche artefice di innovazione culturale, in rapporto sia al contesto d’origine sia alla società di arrivo. La rappresentazione sociale degli immigrati nell’opinione pubblica gravita principalmente intorno a due visioni, solo apparentemente opposte. La prima, a connotazione positiva, poggia su tutta unaserie di ricerche, di dati, di realtà direttamente coinvolte, e porta ad una concezione dell’immigrato come intruso funzionale: funzionale all’economia, al lavoro, ad una società sempre più anziana che abbisogna di risorse giovani e attive. La seconda, a connotazione «negativa» o “sicuritaria”, si basa principalmente sulla diffusione di notizie allarmistiche riguardanti episodi di criminalità, di devianza, e che concernono in definitiva una piccola minoranza di questa realtà, per quanto, come ben sappiamo, sia proprio tale rappresentazione talvolta a prevalere nell’opinione pubblica.
Pur con i dovuti distinguo, entrambe le visioni tendono in realtà a convergere, poiché, a ben vedere, l’orientamento sottostante non appare in nessun caso rivolto al cambiamento e alla modificazione degli atteggiamenti. La seconda per ovvi motivi, la prima perché adotta una visione strumentale che trascura le varie sfaccettature della presenza degli immigrati e il bisogno di riconoscimento quanto soggettività complessa.
In conclusione, diventa necessario e urgente – in questo momento storico dove le trasformazioni in atto vanno a modificare le concezioni stesse di stato e di società – riflettere sulle categorie fondanti il concetto di cittadinanza, per costruire una prospettiva pluralistica e dialettica che sappia coniugare universalità dei diritti e riconoscimento delle identità soggettive e culturali. L’immigrazione rappresenta uno stimolo a ragionare su tali questioni e quindi a progettare il cambiamento. In tale contesto elaborare un intervento di mediazione socioculturale diventa uno strumento essenziale per garantire le pari opportunità nel confronto e per evitare di incorrere nel rischio dell’etnicizzazione – la semplificazione e la banalizzazione in chiave folcloristica di questioni complesse, come l’immigrazione e l’intercultura – che rafforzando gli stereotipi ostacola e snatura qualsiasi progetto di
interazione, di convivenza e di partecipazione.
*Adel Jabbar, sociologo dei processi migratori e relazioni transculturali(studiores@tin.it)

Advertisements

3 thoughts on “Ritratto migrante

  1. Pingback: Ritratto migrante | Antropologia e sviluppo

  2. Pingback: Ritratto migrante | Orybal's weblog

  3. Forse si dimentica in questo articolo (scusa le parole povere di un agricoltore) l’effetto invasivo della presenza dell’immigrato, che per una grande parte ultimamente (non parlo degli anni passati ma di oggi) non si adatta alla nostra cultura e pretende di avere più diritti senza averseli meritati.
    P.S. Articolo interessante.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...