1. Le parole sono importanti!

Un risveglio a Veronetta

Di Marina Sorina

I

Il suono della sveglia del vicino che segna l’inizio della giornata per tutto il vicinato. Come nelle Cronache dei poveri amanti di Vasco Pratolini, mi sveglio a volte perché qualcuno lascia la sveglia suonare. Altre volte è il camion dell’immondizia, il bus, la gatta che esige la sua colazione. Oggi no: mi ha svegliato un uomo cha urlava a squarciagola giù in strada. Forse era una manifestazione? Allora perché senza megafono e con una voce sola? È passata una macchina della polizia, forse la manifestazione è dietro l’angolo? Mi sono vestita di corsa e in due minuti ero già per strada.

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Era da solo, di fronte al negozio di distributori automatici, giusto sotto le videocamere di sorveglianza che segnano l’ingresso del quartiere. Urlava frasi spezzate: “ho pagato le tasse fino a ieri… mio figlio… lavoro… Marocco… Venite vicino, parlatemi! Ho perso il lavoro, ora che devo fare? Ditemi voi, venite qui a dirmelo, e ditelo al mio figlio.”

La signora pachistana della casa di fronte stava all’angolo a fissarlo. La gente passava oltre, senza cambiare marciapiede. Per non stare lì impalata, sono entrata nella sartoria cinese dietro l’angolo. Il negozio era pieno di vestiti da rammendare. Ha sempre tanto lavoro, negli ultimi tempi. Una signora che stava ritirando le camicie stirate, mi ha subito apostrofata: “Chiudi bene la porta. Chi è quello che urla? Ho paura che entri qui.” Proprio in quel momento l’uomo ha smesso e se n’è andato, diventando solo un uomo come altri, che cammina lungo via XX Settembre. Uno di tanti, uno di noi. Uno di Veronetta.

II

veronetta004Un perfetto estraneo, capitato qui a caso, vedrebbe, oltre le muraglie antiche e giardini segreti, chiese con quadri di Veronese e tarsie di Fra Giovanni, un quartiere vivo e colorato, contaminato e resistente. Qui le mura scrostate, fra affreschi e graffiti, parlano di vita vissuta, delle feste di buon vicinato, di antifascismo e di amore.

Basterebbe avere uno sguardo limpido. Chi invece cerca degrado e pericolo, li vedrà ovunque. Questo sguardo offuscato guida le scelte di chi ha composto il reportage di TV7 trasmesso su RAI UNO il 20 di settembre, seguito tre giorni dopo dal commentato alla Tv locale, con interviste del sindaco a fare da contraltare. Ho visto solo il secondo: tre minuti di faziosità concentrata. La ripresa notturna con la camera a mano e la luce giallastra creano un’atmosfera angosciante. “I residenti indignati” passano e ripassano la stessa stradina stretta, che da sull’incrocio dove stanno negozi alimentari africani. Il marciapiede è stretto dai cassonetti, i negozi sono piccoli, i ragazzi che li frequentano stanno sempre fuori a far baccano. Tanto quanto i ragazzi di sinistra al del Pink o quelli di destra del Bar del Mastino. Se avessero allargato la ripresa, a sinistra e a destra, non avrebbero visto nulla di clamoroso. Un soldato fuori dalla lavanderia, gente alla fermata, studentesse in transito da un pub all’altro, un kebabbaro annoiato che esce a prendere un boccone d’aria.

Ma no, qui devono spaventarci, tirare in ballo la periferia di Nairobi e la bidonville del Sud Africa! Chissà se il giornalista ci è davvero stato, per poter paragonare. Esordisce, dicendo: “Questo che stiamo riprendendo è uno dei danni collaterali della crisi in corso. In un qualunque quartiere di semi-periferia urbana, naturale punto di scontro fra i residenti e gli emigrati, regolari e no.” Bugie e imprecisioni ad ogni passo! Veronetta è così almeno dai 15 anni, non c’entra la crisi recente: essere un luogo di passaggio ed incontro è la sua tradizionale indole. Non è semi-periferia, è un quartiere storico attaccatissimo al centro. Seguendo questo logica, dovremmo definire “periferia” anche Borgo Trento, la Manhattan di Verona. Forse si diventa semi-periferia non per l’ubicazione geografica, ma quando gli stranieri residenti osano fare qualche mestiere diverso da personale di servizio? Quel “naturale” di per sé varrebbe una denuncia per razzismo: è razzista chi concepisce il contatto fra origini diverse come causa automatica di uno scontro, dimenticando la storia della propria città, conquistata e popolata dalle etnie disparate dall’antichità e fino al Risorgimento. Per finire, la precisazione: “regolare o no”, come se lo status giuridico fosse talmente rilevante nella vita della comunità da riversarsi subito nei disordini stradali. Direbbe mai con la stessa enfasi: “qui vivono italiani, sposati o no”?

Questa è solo la prima frase. Il resto si svolge in maniera altalenante, fra le riprese di africani per strada e spezzoni di spettacolo teatrale “per l’integrazione” con le interviste di sindaco Tosi che si attribuisce il merito di “aver preso in carico il quartiere” e di averlo normalizzato. Chiudono in bellezza con la visione del piano di riqualificazione di una caserma, chiusa da anni.

Come dire: “il presente è disastroso ma dateci tempo e vi faremo qui delle residenze di lusso, ci ringrazierete per aver ripulito le vostre casette da sogno dalla marmaglia”. Gentrificazione, si chiama questo processo. L’hanno già fatto ad alto San Nazaro. Non a caso in queste manipolazioni mediatiche sono sempre tralasciate le vere borgate di Verona, dove gli immigrati sono numerosi. Sarà la solita speculazione edilizia, non posso giudicare.

III

Oltre alle parole prevenute e il caos visivo, che cos’è che mi irrita in questo breve video? Inquadrano un residente, un italiano alto e panciuto, che afferma di aver paura di passare davanti a dei ragazzi. A me sembra un po’ da vigliacchi. Non è un plotone di esecuzione! Se non li tocchi, non ti toccheranno. Gironzolano con la birra in mano, come ragazzi di fronte a qualunque altro bar che fanno bacano, si spintonano, fischiano alle donne. Se sono bianchi, l’uomo veronese li guarda con benevolenza, ricordandosi magari i bei tempi passati. Se sono diversi, scatta un altro criterio di valutazione.

Foto: Marina Sorina

Foto: Marina Sorina

Loris nel suo blog cercava di confrontare la percezione di sicurezza qui a Veronetta con il suo non sentire alcun pericolo. Ipotizzava: non ho paura perché sono maschio adulto caucasico, forse per una femmina minorenne sarà diverso? Non posso parlare per una timida fanciulla bianca, posso permettermi un giudizio dal mio punto di vista (donna adulta bianca semitica residente cittadina straniera ecc.): non ho paura nemmeno io. Considerare un apprezzamento alla stregua di una molestia mi pare esagerato. Se non ti garba, tira dritto senza ascoltare. Un complemento non ti ammazza, anzi, a volte tira su di morale. Mettiamo che il fischio sia accompagnato da parole offensive. Sì, sarebbe brutto. Tanto quanto un’offesa ricevuta dal tuo capufficio o una bestemmia del passante che ti urta. Loro buttano una bottiglia vuota sotto i tuoi piedi? Brutto, ma non lo fanno anche i tifosi dopo la partita? Disturba il rumore delle festicciole all’aperto? Giusto, anch’io soffro perché ho un centro sociale sotto casa e se si riversano in strada non si dorme. In questi casi tiro tardi o scendo da loro. La signora anziana di fronte non potrebbe, e mi dispiace. Ma è all’una, quando chiudono i bar del centro, che comincia il vero trambusto che ti sveglia. Alticci e agitati, gli studenti tornano a casa, urlando, litigano, cantano. In metà casi sono anglofoni, si sente che hanno una buona pronuncia. “Sono solo ragazzi”, – obietterebbero i “razzisti per autodifesa”, – “cosa vuoi che sia!” Due pesi e due misure, ecco cos’è. Una cosa che il cristianesimo vieta, se non mi sbaglio.

IV

Foto: Marina Sorina

Foto: Marina Sorina

Nel contro-reportage della Tv locale, Tosi dice con la sua solita calma: “Oggi è un quartiere controllato, presidiato, lo dimostrano anche le ultime operazioni fatte dalle forze di ordine insieme alla nostra polizia municipale, e quindi la qualità della vita oggi è definitivamente migliorata”. Non so se le pattuglie di polizia che passano la sera a passo lento (e non mi lasciano dormire) abbiano cambiato qualcosa. Queste misure di sicurezza sono state introdotte sei anni fa, se fossero efficaci il risultato si sarebbe già visto. Eppure si parla ancora di paura, tanto che la commissione per la sicurezza del Comune che deve deliberare su come migliorare la Veronetta ha paura di riunirsi. Si sentono minacciati. Chissà se i criminali di Veronetta sono così addentro le peripezie comunali da essere al corrente delle sedute per venire a minacciare chi cerca di combatterli?

Stranamente il combattimento parte subito dopo i reportage – o è il reportage da fare annuncio all’operazione? Fatto sta che il 20 va in onda e il 22 fanno una retata nel quartiere e trovano la droga. Dove? In uno dei negozi africani che già conoscete. 15 dosi di marijuana nascoste dietro uno scaffale. Denunciata a piede libero la proprietaria con l’accusa di spaccio. Ho conosciuto sua figlia qualche anno fa, una ragazza bella e tosta. Diceva che quel negozio era la loro, che la mamma lavorava lì tutto il giorno perché la sorella più grande potesse andare all’Università. Starà a chi di mestiere stabilire, se queste dosi erano nascoste con il consenso della signora o meno.

Continuo a non avere paura. Diranno: “Forse hai avuto fortuna? Altrove a Veronetta ci saranno stati omicidi, accoltellamenti, furti…” Beh, se ci fossero stati, l’avrei saputo dalle locandine del giornale. Non è come nella mia città natale, dove gli omicidi capitano a decine ogni giorno e nessuno ci fa caso. In provincia tutto è amplificato. Posso raccontare la casistica dei miei 6 anni qui. A marzo un ragazzo si era sistemato sulle scale a fumare qualcosa di strano. Fuori pioveva. È stato lì un po’, poi se n’è andato. Una notte ho visto uomini menarsi per strada. La polizia è arrivata subito, visto che la centrale è a due passi (e poi Guardia di finanza, la Questura, tutti qui vicini). Di recente, sotto il portico vicino a casa mia aveva alloggiato per diversi giorni una barbona. A volte si agitava e cominciava a spogliarsi, passando vicino alle macchine in transito. Sempre sotto il portico dove aveva sistemato il suo cartone, sta una videocamera di sorveglianza. Non so se i poliziotti la guardavano dormire. Di sicuro lei era un pericolo solo per se stessa.

Eh già. Devo aggiungere alla lista dei misfatti il disturbatore della quiete di stamattina. L’uomo che gridava la sua rabbia, che cercava di dialogare con il quartiere intero. Chiedeva di essere ascoltato, chiedeva giustizia. Io l’ho sentito.

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