Vite infrante sulle muraglie della fortezza Europa

Governo tombarolo

­Di Pina Piccolo

"Naufragio". Foto: Franciscobernalperez

“Naufragio”. Foto: Franciscobernalperez

Cercavo un appellativo o una metafora che potesse calzare l’iniquo operato del governo delle larghe intese in tutto l’iter degli annegamenti al largo di Lampedusa dal 3 ottobre fino alla celebrazione farsa dei funerali di Stato in absentia dei corpi degli oltre 300 annegati da respingimento (ossia giovani per lo più provenienti dal Corno d’Africa annegati a causa di leggi inique approvate da entrambe le compagini governative e che sono state oggetto di oltre 100 richiami per violazioni dei diritti umani da parte dei massimi organismi internazionali per i diritti umani). Mi sono venute in mente locuzioni bibliche del tipo “sepolcri imbiancati” per denunciarne l’ipocrisia ma alla fine ho dovuto coniare la neo-locuzione “governo tombarolo”. Per tombarolo, nel significato classico del termine, si intende un violatore di tombe, ladruncolo alla ricerca di tesori o di modesti averi che al malcapitato defunto i familiari avevano fatto indossare o messi al loro fianco per accompagnarli nel viaggio dell’aldilà. L’attività di addobbare la salma si può considerare un’attività consolatoria per chi restava nel senso che nel rito si riaffermava una certa “normalità” dello status del defunto, continuava a condividere interessi anche estetici con chi continuava invece a vivere. L’attività del tombarolo invece consisteva nella cinica, egoista raccolta dei frutti del rito.

Oggi ad Agrigento, dopo vari tentennamenti, il governo italiano, in tutte le sue compagini e colori di pelle, si presterà a un’ulteriore operazione di spogliazione dei morti, cioè cercheranno di spogliare nuovamente il corpo in absentia di oltre 300 giovani eritrei, somali e altri provenienti dal bacino mediterraneo di qualsiasi gioiello potessero ancora avere addosso. Nelle varie piazze di Italia nelle scorse settimane, si sono sentiti spesso i rappresentanti istituzionali locali rammaricarsi per il “tragico naufragio”, versare lacrime, forse anche sentite, per le vite spezzate. Ma come dice una canzone del cantautore lampedusano Giacomo Sferlazzo “Unnavi curpi u mari” (cioè il mare non ha colpe) se la barca in pericolo non è stata soccorsa da ben tre pescherecci per paura di ritorsioni da parte del sistema penale italiano. Non sono le forze della natura a respingere bensì precise forze politiche che hanno codificato sistemi iniqui per impedire la libera circolazione anche di persone in pericolo di vita, mentre si sforzano in ogni modo di fare leggi che consentano la libera circolazione di merci e capitali (questi ultimi senza controllo alcuno).

Nei media a grande diffusione si sono spese migliaia di parole e di righe di scrittura per fare ipotesi su scafisti, navi madre e non si è quasi mai sentito pronunciare il nome “Isaias Afewerki” il dittatore che in Eritrea impone il servizio militare a vita, che ha il maggior numero di giornalisti al mondo ospiti delle sue prigioni e i cui arsenali sono rimpinguati dalle armi provenienti dall’industria bellica del fiorente nord –est italiano. Il paese è stato definito dalle più importanti associazioni per i diritti umani una prigione a cielo aperto eppure a quasi a nessun giornalista viene la tentazione di fare un collegamento tra le condizioni politico-sociali economiche di quel paese e l’arrivo di tanti giovani in fuga. Non si è trovata traccia nella stampa italiana di un giornalismo d’indagine che si prenda la briga di investigare le committenze del governo eritreo per quanto riguarda industrie tessili e molti altri prodotti di imprenditori italiani. Né si è fatta alcuna illazione sul perché sia stato consentito a rappresentanti ed ufficiali eritrei di ispezionare e riconoscere le salme, proprio quelle di giovani provenienti da un paese per cui l’italia finisce per riconoscere lo status di rifugiato politico. Non si palesa nessuna contraddizione nel fatto che ai rappresentanti delle istituzioni eritree sia lecito curiosare tra i corpi dei morti e non ai parenti venuti con gran sacrificio da lontano per avere almeno la consolazione di dare l’ultimo saluto al proprio congiunto. Infatti nella fretta e furia del governo italiano di far sparire i corpi un gran numero di essi non sa neppure dove sia ubicata la tomba del proprio congiunto. E tutto questo per non parlare della sorte toccata ai sopravvissuti a cui sono state prese le impronte e che sono stati prontamente accusati del reato di clandestinità. Quindi paradossalmente per i morti si è prospettata la possibilità di garantire la cittadinanza mentre per i vivi si è proceduto a dare ben altra ospitalità nei famigerati centri di identificazione di espulsione.

Si possono in un certo senso anche scusare i sindaci, gli assessori, rappresentanti dell’italiano medio al cui “ruolo” (per usare una parola di cui ci si riempie molto la bocca in Italia) non compete la conoscenza approfondita di politica estera, ma ai massimi rappresentanti del governo italiano questo compete e come. Eppure, in questo strano rito funebre domani, dove saranno assenti i corpi degli annegati da respingimento, domani accanto alle massime rappresentanze del governo italiano siederanno non i genitori e gli amati delle persone annegate ma i rappresentanti del governo eritreo, cioè gli aguzzini dalle due sponde. In un discorso classico delle migrazioni queste “istituzioni” rappresenterebbero le forze di “push” e “pull” (cioè le forze che “spingono” a lasciare un paese e le forze che “attraggono” verso un altro paese) solo che nel caso, dell’Italia e della sua ex colonia Eritrea perfino queste incombenze sono svolte con una grande doppiezza per cui il paese che teoricamente dovrebbe “attirare” è quello che in realtà respinge (e adesso si munisce perfino di droni per farlo con maggiore efficienza) e il paese che spinge è quello che attraverso tutta una serie di sotterfugi ci guadagna dall’esodo di massa dei suoi giovani “attirando” dentro le sue casse parte dei loro magri guadagni(le ambasciate eritree dotate in tutto il mondo di una fittissima rete di informatori esigono una tassa mensile del 2 per cento sugli introiti dai loro connazionali anche se sono fuggiti all’estero come rifugiati politici).

Quindi oggi i tombaroli nostrani e quelli del regime di Afewerki pure in assenza delle salme, dopo aver creato le condizioni che hanno portato alla morte di oltre 300 persone che cercavano la vita, procederanno con le belle parole a spogliare la parte più fulgida della loro impresa. Cioè, le “istituzioni” ben lontano dal prodigarsi in un atto di cambiamento, cercheranno con una narrazione pietistica di trafugare la narrazione di fiducia nel futuro, di progetto di realizzare le proprie aspirazioni che era insita nella fuga delle persone annegate. Il loro corpo in fuga da e in arrivo a rappresentava la possibilità di una diversa narrazione, troncata appunto non dalla natura ma dalle leggi inique degli esseri umani. La maggior parte di loro, attraverso sacrifici di intere famiglie, era alla ricerca di un posto in cui la vita non fosse compressa dai voleri e dagli interessi di un regime (un desiderio di cambiamento di condiviso da milioni di giovani in tutto il Nord Africa e Medio Oriente , appunto quelli che in altre nazioni si trovano protagonisti di rivolte e rivoluzioni). Domani credo che il miglior tributo che possiamo dare alle loro speranze nel futuro è di spegnere il canale sulla dissacrazioni dei tombaroli governativi, di unirci ai fratelli e alle sorelle eritrei che venerdì prossimo organizzeranno una manifestazione a Montecitorio per far rivivere la narrazione alternativa. Ed impegnarci perché questa storia non venga dimenticata appena spente le luci dei riflettori, non solo perché quella storia merita di vivere ma anche perché non è poi una storia tanto diversa dalla nostra, è la ricerca di una diversa narrazione di quelle che possono essere le nostre vite, il nostro presente e il nostro futuro.

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5 thoughts on “Governo tombarolo

  1. “… Glen Ford recently pointed out that the U.S. has pushed for renewed sanctions on Eritrea, one of only four countries on the African continent that have refused to work directly with the U.S. military command, Africom. By 2013, the U.S. plans to have a new 3000-soldier-strong roving unit of rangers, housed in safe spaces in Africom friendly nations, available for dramatic strikes anywhere on the continent….”

    http://socialistaction.org/2012/10/join-fall-protests-against-war-repression/

    Io non so molto dell’Eritrea, i miei amici eritrei che tanto avevano lottato negli anni ’80 per l’attuale governo mandando tutto quello che potevano a sostegno della rivoluzione ora sono delusi da Afwerky.

    Ma sarebbe necessario studiare davvero cosa sta succedendo e a causa di chi, viste le mega menzogne raccontate mescolate a mezze verità raccontate ad esempio sulla Libia, sulla Siria e del completo silenzio su Oman.

    E vorrei aggiungere uno spezzone di dialogo a cui ho assistito a una cena fra un’amica di origine eritrea e un ragazzo eritreo arrivato di recente.
    Lei gli ha chiesto: “…. le comunità si aiutano fra loro?”, Lui ha risposto: ” Quali comunità, non esistono più le comunità. Il popolo è diviso fra chi è contro il governo e chi non è contro, così le comunità sono totalmente divise.”.

    Il governo eritreo non è un buon governo, lo dicono tutti. Ma un’ opposizione che distrugge onore, rispetto e l’aiuto reciproco fra le comunità a naso non preannuncia niente di meglio, anzi.

  2. Grazie del commento Vale. Queste parole non le ho scritte basandomi solo su quanto è accaduto adesso. Seguo la situazione dell’Eritrea, Etiopia e Somalia dai lontani giorni dell’ELF a dellEPLF e tendo a non farmi troppo influenzare da quelle analisi che partono soprattutto da principi geo-poltici. Infatti in base a quel tipo di analisi, propinato qui in Italia da giornaliste “embedded” come Marinella Correggia si è arrivati a una situazione in cui per due anni il movimento progressista italiano ha voltato le spalle alla Siria e alle forze genuine di liberazione che esistevano e a malapena esistono ancora. Mi preme che lo stesso atteggiamento non prevalga per la situazione in Eritrea ma a giudicare da come sono andati oggi i funerali e dalla difficoltà di molti nel movimento a rompere con il PD e le sue politiche temo che vedremo un replay.

  3. Il presidente dell’Eritrea e il presidente dell’Etiopia sono cugini di seconda e il primo non vuole che i ragazzi scappino dal paese perché con i suoi miseri 3 milioni di abitanti teme che suo cugino lo invada con il suo numeroso popolo, cosa che potrebbe tranquillamente accadere anche se gli etiopi entrassero in fila indiana completamente disarmati e con le bandierine della pace. E in nome di questa assurdità Afewerki sevizia il suo popolo. No non è amato, anche perché si è preso l’eritrea perché nonn faceva parte dei clan che poteva ambire alla carica massima.

    Nemmeno Assad non è amato, ma quando il popolo ha visto che siamo arrivati noi, occidentali e del golfo lo ha preferito di gran lunga e questo la dice lunga su chi siamo noi e cosa siamo andati a fare.

    Infatti prima della “rivoluzione dei pro-capitalisti occidentalie&golfo”, super intellettuale s’intende, Assad aveva un 45% di preferenze.

    Oggi il grande mostro truculento Assad ha il 75% delle preferenze del popolo siriano.
    L’angelo di Obama invece dice di avere il 40% ma nessuno ci crede più che ne abbia proprio.
    Letta ancora meno.
    E i dittatori del golfo non ne prenderebbero mezzo: si potrebbero spartire il golfo tra cugini come hanno fatto quelli in Etiopia e Eritrea.

    Marinella Correggia a mio modesto parere, assieme al popolo siriano hanno dato una grande lezione di dignità al mondo intero.

    Il fascismo che abbiamo conosciuto e creduto morto ne era solo la preistoria, quello che è andato a invadere la Siria ne è una mostruosa prova.

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