Anche questa è Torino

Ripensando al Ramadan. A Torino

Porta Palazzo Girl, foto di Nad Dan

Porta Palazzo Girl, foto di Nad Dan

Di Elisabetta Libanore

Se uno dei significati della radice araba cui rimanda è ramida, cioè essere caldo, ardente, rovente, allora si può dire che quest’anno il Ramadan abbia reso in modo piuttosto esauriente tale accezione.

Ma invece di fermarci al mero aspetto esteriore del mese sacro alla religione islamica – aspetto che si risolve nella solita domanda: ‘capisco non mangiare, ma come fate a non bere con questo caldo?’-  proviamo a considerare il Ramadan come qualcosa che non investe la persona soltanto a livello fisico, bensì  in maniera più profonda ne coinvolge anche lo spirito.

Una specie di dimensione olistica, in cui particolare e universale coincidono: la pratica personale del digiuno, della preghiera e della condivisione ha in sé qualcosa di spirituale che si ricollega a un senso profondo di comunità. Di appartenenza.

È questo uno degli aspetti, proprio dell’islam in generale, che trovo molto affascinante: al di là di quale sia il dio in cui crediamo, mi piace questo senso di spiritualità diffusa, ormai dalle nostre parti un po’ perduta, o comunque annebbiata.

A prescindere dalla fede, possiamo considerare il Ramadan una sorta di introspezione che aiuti a ritrovare se stessi? Un percorso individuale. Un cammino di Santiago, mi è stato detto. In effetti, dimensione religiosa e fede a parte, esso viene vissuto in comunanza, prevede l’incontro con gli altri, la condivisione di cibi e di spazi, la fatica e la soddisfazione. Una prova con se stessi, anche. Una prova che in qualche modo porta a riflettere su di sé, a recuperare una dimensione più intima.

Ma come viene vissuto dai musulmani il Ramadan a Torino?

Ramadan Karim, calligrafia di Said B

Ramadan Karim, calligrafia di Said B

Tralasciando qualsiasi riflessione di tipo religioso, l’unica cosa che mi viene da pensare è quanto possa essere difficile vivere il Ramadan in un paese che non sia il proprio, dove la maggioranza religiosa è un’altra, le abitudini sono diverse, gli autoctoni non percepiscono il cambiamento e i ritmi rimangono quelli serrati di sempre.

Tutto ciò credo porti via con sé gran parte della dimensione spirituale di questo mese sacro e insieme anche dell’aspetto conviviale che lo caratterizza quando viene vissuto in un paese musulamano – per lo meno in prevalenza – dove durante il giorno si respira ovunque una certa atmosfera, dove è molto forte il momento della convivialità e dell’ospitalità – soprattutto nell’ora dell’iftar,  la rottura del digiuno al tramonto – e dove scandisce il tempo la voce del muezzin, dolce suono che alleggerisce al crepuscolo le lunghe ore ormai divenute meno roventi.

Ho vissuto un Ramadan in Yemen e uno in Siria e ciò che mi è rimasto piu impresso, soprattutto a Sanaa – complice l’affascinante architettura che già di per sé immerge in un’atmosfera quasi mistica – è proprio questa voce, fendente un silenzio pacato, una quiete che infonde serenità – mista talvolta a un’ansia leggera: il silenzio che assorda, ma lascia libero il respiro.

Sanaa by night

Sanaa by night

Credo che molto di tutto ciò manchi a chi vive il Ramadan a Torino.

E mentre in Tunisia o in Marocco i fattara – coloro che si proclamano liberi di non digiunare – faticano a trovare un bar o un ristorante aperti, a Torino è difficile trovarne di chiusi e sono anzi spesso gestiti da musulmani, i quali senza sosta anche durante il Ramadan soddisfano il palato di chi, addentando un panino arrotolato con ‘tutto tranne cipolla’, profanamente continua a domandarsi : ma come faranno a resistere tutto il giorno a contatto con cibo e bevande senza poterne godere?

È un po’ come chi è a dieta e lavora in una pasticceria. Sì, per qualcuno – non musulmano – il Ramadan è una specie di dieta: un po’ come essere vegani. Da un certo punto di vista, esso costituisce sì una purificazione del corpo, una sua rigenerazione ma, ribadiamolo, non si può ridurre a ciò soltanto, perché rientra in una dimensione più ampia che tocca il dominio della fede. E che riconduce ad  una spiritualità difficile da ricreare in un paese che non è il proprio.

È vero che i marocchini – alcuni di loro lo ammettono – sono in certa misura avantaggiati, perché a Torino rappresentano tra i musulmani la comunità più numerosa ed è quindi più facile per loro ritrovarsi immersi in un’atmosfera più familiare e sentire meno lo stacco con il loro paese d’origine, come in effetti  capita quotidianamente durante l’anno e soprattuto in certi quartieri .

Ma che dire a proposito di altre comunità musulmane presenti in città che non godono di tale primato numerico? Che dire ad esempio dei tunisini, dei sudanesi, dei senegalesi, o di etiopi ed eritrei?

Perchè poi in realtà succede che ogni comunità fuori dal proprio paese – così in tutto il mondo e non solo durante il Ramadan – tenda a rimanere in qualche modo isolata, a muoversi sempre all’interno di se stessa, senza troppo estendere i propri confini o aprire gli orizzonti ad altri mondi, a scapito degli auspicabili momenti di convivialità.

In questo senso, essa mantiene vive – e talvolta anzi rafforza – abitudini e tradizioni culturali, forse anche per recuperare la propria identità che, su terra straniera, è costretta in qualche modo ad essere smussata.  E così, nel caso del Ramadan ad esempio, le tavole si arrischiscono al tramonto dei più svariati menu, che si differenziano tra loro a seconda del paese cui appartengono: una calda zuppa energetica, piuttosto che involtini di carne e verdura, o ancora una sorta di polenta non molto dissimile da quella nostrana.

Tamer (Datteri)

Tamer

Ma, al di là delle divisioni geografiche e culturali – e culinarie – ciò che possiamo dire accomuni le diverse collettività musulmane è un messaggio di pace. E con la pace, l’ingrediente che più la rappresenta e che, come un rito, rompe ogni giorno per primo il digiuno: il dattero, dolce frutto foriero di benessere e serenità. Sia esso di buon auspicio per tutti noi – senza distinzioni di religioni e bandiere – nella ricerca della tanto auspicata armonia multiculturale.

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One thought on “Ripensando al Ramadan. A Torino

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