1. Le parole sono importanti!

È il futuro, non ideologia.

Di Azeb Lucà Trombetta

Il 6 novembre del 2009 proponevo una riflessione mozione Cota per inserire nelle scuole delle classi ponte per i soli studenti stranieri.

A quattro anni esatti di distanza mi trovo a commentare una notizia (due tre righe) apparsa nei giorni scorsi su tutti i mezzi di informazione, soprattutto locali, di Bologna. Il Direttore scolastico di una “media” cittadina decide di far partire una sperimentazione molto particolare: una classe interamente composta da studenti di origine straniera, ragazzi – si specifica – da poco arrivati in Italia e quindi con grosse difficoltà linguistiche. Il dirigente, professor Emilio Porcaro, ha motivato così la decisione: “Una classe, appunto, di ragazzi stranieri che lavorano (lavorino?) soprattutto sull’apprendimento della lingua italiana e che appena abbiano raggiunto un buon livello di conoscenza possano essere smistati nelle altre classi della scuola media. Come è già avvenuto per due studentesse.”

Teacher and students. Foto: Seattle Municipal Archives

Teacher and students. Foto: Seattle Municipal Archives

In quattro anni pare che non molto sia cambiato.

Molte e diverse sono state le reazioni e provenienti dai vari ambienti. Politici, insegnanti, educatori, cittadini comuni. Il mio disappunto non è ideologico ma pratico. Anzi mi pongo solo una domanda: una classe di soli stranieri non creerà ulteriori disagi ai minori in questione ? Nel 2008, alcune società di linguisti italiani si erano già espresse sul tema e anche pubblicamente. Gli studiosi erano stati chiari. Bisogna continuare a inserire i cittadini stranieri nelle classi con gli alunni italiani. Appare evidente, secondo i linguisti, che oltre ad essere discriminatoria la separazione è poco funzionale all’obiettivo finale. Lo scambio e il confronto con alunni con un miglior grado di conoscenza della lingua aiuta l’apprendimento. Lo accelera, offrendo la spinta motivazionale. In fondo, la comunicazione non sta alla base dei rapporti umani?

È la logica, non l’ideologia.

Non siamo noi che viaggiamo in altre città e Paesi per imparare una nuova lingua? Non siamo noi che, quando lo facciamo, cerchiamo di non condividere l’alloggio con altri italiani proprio per favorire l’apprendimento di quella lingua?

È la logica, l’esperienza, non l’ideologia.

Ancora una semplice riflessione. Se fate un giro tra gli istituti professionali e tecnici di Bologna troverete classi anche quasi interamente composte da studenti di origine straniera. Per i corridoi ascolterete una babele di lingue, di parole straniere mixate – come vuole l’antica tradizione di una città storicamente cosmopolita – a termini e slang tipicamente locali.

Mi sono sempre chiesta: come mai stanno tutti qui?

Agli stranieri i licei non piacciono? Come mai tutti scelgono questo genere di percorso formativo?

Beh, quest’anno ho avuto modo di farmi un’idea, lavorando molto proprio nelle scuole medie, affiancando gli studenti di origine straniera nella preparazione dell’esame di terza, e poi nella scelta delle scuole superiori.

Ho assistito a cose bizzarre.

Avevo in classe ragazze e ragazzi perfettamente in grado di studiare da soli, seguire il percorso scolastico a fianco dei loro coetanei italiani. Questi giovani venivano presentati dai loro insegnanti come studenti con grosse carenze linguistiche, ma a sorpresa sapevano scrivere, leggere e far di conto come tutti gli altri. Le cose più interessanti accadevano quando chiedevo quale scuola superiore avrebbero scelto. Già, si sarebbero tutti iscritti a un istituto tecnico o a un professionale. Eppure, mi dicevano anche che nella vita avrebbero voluto diventare medici, insegnanti, avvocati.

Desideravano lavori che richiedono un percorso scolastico diverso da quello che avrebbero in realtà seguito, addirittura una scelta universitaria specifica. Lavori da “bianchi”.

Perché, dunque, gli istituti sono pieni di ragazzi stranieri e i licei sono praticamente “total white”? La risposta mi è arrivata sempre da loro, dagli studenti “stranieri”: “la prof ha detto a mia madre che sarebbe meglio mi iscrivesse a un tecnico o a un professionale, così faccio meno fatica”.

Ecco dove sta il problema. La fatica.

La fatica di un insegnate di essere insegnante, nei contesti economico-sociali di precarietà del nostro tempo.

La fatica di un direttore scolastico di cercare una soluzione per l’inserimento degli studenti stranieri nella sua scuola.

La fatica di madri e padri immigrati in Italia di pretendere per i propri figli la strada migliore e non quella più facile.

La fatica di uno studente che, per il solo fatto di essere un adolescente, non vuole faticare.

La fatica del sistema scolastico di avere l’ambizione di offrire l’eccellenza.

La fatica di una società di pretendere come proprio fondamento una cultura “alta”.

La fatica di un futuro che dovrebbe vedere tra le sue premesse un presente che registra un 9 % circa della popolazione straniera (a Bologna) composta di giovani. Tra loro, ben pochi compreranno un abito elegante per la proclamazione alla laurea.

La mia fatica sta nell’immaginare che di tutti i giovani che ho incontrato in questi anni, pochi di loro potranno curarmi una carie o la miopia, nessuno di loro mi aiuterà a compilare la dichiarazione dei redditi o insegnerà storia ai miei figli.

Faccio fatica a pensare al futuro senza tutto questo.

È il futuro, non l’ideologia.

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