1. Le parole sono importanti!

La lezione del vucumprà

Non mi piace riprendere i tormentoni stra-raccontati dalla stampa mainstream. E la storia di Rachid è stata per giorni un tormentone. L’hanno raccontata tutti, giornali, radio e tivu. Lo ha ricevuto e complimentato anche l’altra cenerentola preferita della stampa italiana: la ministra Kyenge. Ma questa, questa volta, la voglio proprio commentare. L’ultima azione di questo autonominato “vucumprà” mi ha scaldato il cuore. Una vera lezione di dignità umana. 

Rachid-venditore

Rachid il venditore ambulante. Foto: La Repubblica

La parola “vucumpra” è una di quelle considerate “parole sporche”, quelle da non usare nel raccontare il fenomeno migratorio che coinvolge tutto il mondo di oggi e anche l’Italia ovviamente. Ma la scelta dei vocaboli corretti e non corretti è una preoccupazione da intelletualoidi (non intellettuali che quello è una altra cosa, troppo complicata da definire e qui non abbiamo né spazio né tempo) come me, come la maggior parte delle persone che frequento e con le quali lavoro. Me ne sono accorto un giorno mentre facevo una intervista a un imprenditore di origine marocchina. Mi disse “Al mio arrivo in Italia, facevo il vucumprà”. Al che io: “il venditore ambulante?” E lui: “No no. Proprio il vucumprà!”

Mi ricordai allora di quello che diceva Frantz Fanon. Non è il nome che conta veramente, “negro”,“nero” o “di colore”. Ciò che conta è il valore che si da a un nome. L’atteggiamento che hai verso il portatore di tale nome. Se uno lo tratti da inferiore anche se usi una parola “corretta” non cambierà un granché. Mi ricordai che la parola “extracomunitario” fu scelta perché linguaggio amministrativo, freddo, neutro. Non cittadino della UE. Niente di più corretto. Poi la parola fu usata soltanto per raccontare fatti negativi: violenza, furti, stupri, incidenti stradali, “spaccio”, “invasioni”, chiasso, assistenzialismo, povertà… Nessuno la usò mai nei confronti di un cittadino statunitense, svizzero, giapponese o norvegese. Solo nei confronti degli extra UE poveri. E anche chi amministrativamente fa parte della UE da anni ma rimane povero, continua ad essere etichettato qualche volta con questo marchio. I ragazzini tra di loro si danno del “extracomunitario”. Una parola che ha finito per raccogliere in lei i concetti di poveraccio, sporco, ladro, violento, puzzolente, ignorante… e tanti altri. E extracomunitario passa dal corretto allo scorretto in meno di quattro cinque anni. Quello che capì da quella risposta era che se vivi una condizione così misera come quella, non stai a badare ai nomi e alle sfumature. Sei quello che sei e il tuo sogno è quello di uscire da quella condizione, non di cambiarne il nome.

La storia che voglio commentare parla quindi di una persona che pratica quella specie di attività che sta sul confine tra la vendita ambulante e la mendicità e che è solitamente chiamato in Italia un “Vucumprà”. Si chiama Rachid, Rachid Khadiri Abdelmoula, per la precisione. Ha 27 anni, nato a Khouribga e arrivato a Torino quando era bambino. Prima di lui, erano arrivati i suoi fratelli Abdul e Said. E anche loro, prima di lui, da sempre praticano la stessa attività.

Il mestiere è sempre lo stesso. Un cestino con un paio di cosette: accendini, fazzoletti di carta, qualche porta fortuna, qualche elastico o barretta per i capelli, delle spugne per la cucina… Cose che tutti usano, ma di cui nessuno ha veramente bisogno perché si trovano ovunque e a prezzi nettamente inferiori a quelli proposti dagli ambulanti. Ad entrare in gioco quindi non è la regola della domanda e dell’offerta. Ognuno ha la propria strategia per vendere o comunque incassare qualche spicciolo. “Ciao amico!”, “Ciao fratello!”, “Ehi, come va?” poi la proposta di vendita. “vuoi un accendino?”, “vuoi un pacchetto di fazzoletti?”, un portafortuna, un elefantino… qualsiasi cosa. Tu rispondi di no, che non ti interessa. Cerchi di svincolarti gentilmente. Ma quello ti si mette davanti e comincia a insistere. “guarda fratello, costa poco, è molto bello, vedi come funziona, dai te lo lascio per metà prezzo…” “Oggi faccio i saldi. Paghi uno prendi due!”

Il primo livello è quello dell’umorismo. C’è chi cede alla simpatia. Come per dire: mi hai strappato un sorriso, allora, tiè! Ecco il tuo eurino e dammi qua quest’ennesimo accendino. Qualcun altro continua a resistere. “No grazie. Veramente. Ti ho detto che non ne ho bisogno.” E allora qui scatta il secondo livello: la pietà. “Dai fratello! Oggi non ho proprio lavorato. Dammi qualcosa per mangiare.” E lì cominciano i guai. Ti chiedi se credere o non credere. Sarai poi vero che non ha lavorato? Ma quanto avrà guadagnato questo qua oggi? Sicuramente poco. E se lo mando via e che non ha mangiato per davvero? Ma non posso dare a tutti quelli che chiedono in giro. Ho già dato a quello e a quell’altra. Anche io non è che navigo nell’oro. Quanto posso essere fermo, senza essere duro? Spietato? Devo dire che questa parte mi ha sempre un po’ dato fastidio dei “venditori di cianfrusaglie”(altro termine dispregiativo). Quando dalla vendita cadono nella mendicità. Non mi infastidisce il mendicante. E guardo sempre con gratitudine l’ambulante che se ne va dopo due o tre rifiuti senza dirmi “dammi qualcosa per mangiare”. Mi piace quando i ruoli sono definiti. E’ quella figura borderline che non mi sta a genio, per non so quale motivo, sicuramente irrazionale.

Sarà per quello che mi ha infastidito tutto il baccano creato dai media italiani prima quando Said, il fratello maggiore, ha ottenuto la cittadinanza e poi ancora di più all’occasione della laurea di Rachid. Mi ha sempre dato fastidio quel rapporto paternalistico che ha la nomenclatura torinese nei confronti dei tre fratelli. Mi ricordo che un direttore di uno dei giornali più letti in città, in un dibattito pubblico, dopo aver difeso la linea razzista della sua cronaca locale e dopo aver buttato fango su lavavetri e venditori ambulanti, aveva detto: “ tutti tranne Said e Abdul. Non toccatemi Said e Abdul! Loro fanno parte della città. Non riesco più a immaginare il centro di Torino senza di loro”. È questo usarli come mascotte del salotto buono di Torino che mi ha sempre infastidito in questa storia. Quella paca sulla spalla e la monetina data a Abdul o Said per mettere la coscienza apposto e continuare tranquillamente con pratiche, con un sistema, che sono di fatto classisti e razzisti.

Said Abdelmoula.

Said Abdelmoula. Foto: Repubblica.

Bisogna dire che i fratelli Abdelmoula, in qualche modo, ci hanno sempre trovato il loro conto in questo rapporto. Il fastidio è un problema solo mio. Loro hanno scelto il centro della Torino bene come zona di lavoro. Sin dall’inizio, Said scelse una strategia di “marketing” vincente. Abborda la gente in dialetto piemontese. “Bondì”, “Ciau, cun che ta stai?”, “Ehilà mè amis, cata ‘n fassolèt?”, “bon-a sèira”, “it saluto”… L’effetto in una città popolata in maggioranza da cittadini di origine meridionale e dove il piemontese rimane “privilegio”, quasi codice di riconoscimento, di quella minoranza potente e influente di “piemunteis” che abitano il centro città, è subito molto forte. La simpatia naturale dei tre fratelli, la loro faccia tonda e sorridente, i loro modi gentili e scherzosi nello stesso tempo, contribuiscono molto a far crescere la loro fama. Molto presto diventano “amici” anche di molti potenti della città. Negli anni 90’, prima di prendere la licenza, per togliere a uno di loro una multa per vendita abusiva, interviene niente meno che Domenico Carpanini, allora vice sindaco della città. Quando prende la cittadinanza, Said dice di avere (o aver avuto) un ottimo rapporto con tutti i sindaci di Torino: “Castellani, Chiamparino… Meno Fassino.” Ma se con l’attuale sindaco si vede meno, non è di certo colpa dell’ambulante. Chi l’ha mai visto, il Fassino, a Torino? Ma va bin parej, questa è un’altra storia. Alla cerimonia di giuramento per la cittadinanza di Said, la sala era piena zeppa. Stampa, politici locali, amministratori e funzionari, medici e avvocati… A celebrare la cerimonia è la consigliera comunale Lucia Centillo, che, addirittura,  “gli ha consegnato il documento di cittadinanza(…) dopo aver letto in suo onore una poesia del Marocco” scrive La Repubblica.

I fratelli Abdelmoula

I fratelli Abdelmoula, durante la cerimonia di Laurea di Rachid. Foto: Repubblica.

Quando Rachid, il più piccolo si è laureato in Ingegneria al Politecnico di Torino, qualche settimana fa, è stato un vero evento. Giornali, Tv, siti internet, radio… Tutti ne hanno parlato. La ministra Kyenge ci ha tenuto a complimentarsi con lui di persona. Mancava solo Napolitano per completare il quadro. E a me, tutto ciò, continuava a dare fastidio. La celebrazione di questa figura di immigrato, che negativa sicuramente non è ma non è nemmeno da erigere a monumento rappresentativo dei 5 milioni di cittadini di origine straniera in Italia, continua a stare sui ‘cosiddetti’. Non è un caso se di questa figura dell’immigrato buono buono, anche la Lega è molto contenta. Il capogruppo del Caroccio, in consiglio comunale chiede persino a Fassino di consegnare il sigillo cittadino a questo giovane marocchino “simbolo della buona integrazione“. Leggendo quella notizia ho capito l’origine del prurito che mi infastidiva ogni volta che sentivo qualcuno della Torino bene raccontare con benevolenza dei”fratelli vucumprà che parlano piemonteis”.

Ma devo dire che con la sua ultima uscita, Rachid, il più giovane, ha messo un balsamo su tutti quei fastidi e mi ha riempito il cuore di gioia. La storia del ‘vucumprà’ ingegnere è giunta alle orecchie dei responsabili dell’Endemol, la ditta che produce, tra altri programmi più o meno penosi, anche Il Grande Fratello. Lo hanno chiamato per proporgli di partecipare al “reality” più famoso del mondo. Lui, con la consueta cortesia, ha detto: no, grazie. L’hanno richiamato e tartassato di chiamate e di proposte. Ma nulla da fare. Alla fin, decide di rendere pubblico il suo rifiuto attraverso una lettera pubblicata da La stampa. «gli assegni con tanti zeri fanno gola a chiunque. Figuriamoci a me, «marocchino» per 16 anni, passati a chiedere l’elemosina nelle vie di Torino…», dice in un passaggio. «I miei valori sono altrove. Non mi riconosco neanche un po’ in una trasmissione che non trovo seria ed educativa.» prosegue un po’ più avanti. Un vero manifesto della dignità umana in queste poche parole. Sì, siamo poveri. Si, andiamo in giro a chiedere l’elemosina. Qualcuno/a di noi rubacchia pure, di qua di là. Qualcuno/a vende persino il proprio corpo… Ma l’anima… L’anima, io, non ve la vendo. I valori, la dignità nemmeno. che bellezza… Rachid santo subito!

Mi sa che la prossima volta che ci vediamo in centro ti compro quel portafortuna brasiliano che tuo fratello cerca di rifilarmi da dieci anni.

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2 thoughts on “La lezione del vucumprà

    • Credo anche io che se non va altrove non potrà mai progettare i palazzi dei suoi sogni. Ma almeno questo lo rende uguale a la maggiora parte dei ragazzi della città. Purtroppo. MA questa è una storia che racconteremo un altro giorno.

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