2. Memorando

Il sogno euro-ucraino I

Di Marina Sorina (prima puntata)

Uno dei miei sogni da immigrata era poter tornare indietro per lavoro. Non la classica rimpatriata dell’anno, ma un salto breve e indaffarato: i clienti hanno così tanto bisogno di te da pagare il volo, e già che ci sei, ti lasciano saltare sul treno e passare un giorno con i tuoi.

Euro Maidan a kiev. Foto: Шиманський Василь Wikimedia

Euro Maidan a kiev. Foto: Шиманський Василь Wikimedia

I sogni, si sa, quando si avverano non li godi più. Andare in Ucraina a novembre significa stare al freddo in un cantiere, mentre i marmisti di Valpantena misurano i muri fatti dai muratori di Zhitomir, dormire due notti in treno e in dodici ore visitare i genitori, i nonni e la sorella. È dura, ma lo fai senza dubitare, se al telefono ti dicono: “Vieni anche per un’ora, saremo felici”. Come bonus: rivoluzione in corso. Quella arancione l’avevo seguita da un comodo divano su uno schermo piatto tanto da far sembrare tutto una messa in scena. Questa invece, l’ho dovuta raccogliere in briciole, fra una misurazione dei bagni e un pranzo di cinque portate che faceva impallidire gli ospiti.

Ero già preparata: l’accordo di associazione con l’UE era stato cancellato giovedì 21 novembre, diventando subito un argomento di conversazione in FB. I miei amici erano tutti indignati: a Roma, Tel Aviv o a Berlino, andavano a protestare negli euromaidan (piazze europee). L’essenza della questione è la scelta fra due mali, una scelta che l’Ucraina è costretta a fare da secoli, a causa della propria posizione geografica. Scegliere la Russia o l’Europa? Uno dei miei amici di FB l’ha formulata così: se in una mano hai la merda e nell’altra il gelato, cosa scegli di mangiare? Il gelato, anche se è molto pericoloso: ti fa venire il mal di gola, ti carica lo stomaco di grassi, ed è zuccherato, stucchevole, eppure… Restando in Europa e affacciandomi tramite il filtro virtuale agli eventi non avevo dubbi: la Russia con la sua prepotenza vuole prevaricare sull’Ucraina, mentre l’Europa gentilmente offre la mano d’aiuto ma non vuole, non può insistere più di tanto. Per i russi gli ucraini sono degli schiavi fuggiaschi: il loro tentativo di cambiare padrone va punito in modo esemplare, onde scoraggiare altre defezioni.

La mia opinione sull’altezzosità della posizione russa è stata confermata un giorno prima della partenza, mentre lavoravo con un gruppo di tecnici russi. A pranzo si parlava, come sempre, dei massimi sistemi. Avevano menzionato le proteste in Ucraina. Secondo loro l’ucraina non si è associata perché è talmente povera che l’UE non l’ha voluto. Il ruolo di interprete non prevedeva la possibilità di far comizio, e nemmeno di lanciare le frecciatine avvelenate. Non potendo ribattere, mi limitavo ad ascoltare. Secondo gli ospiti russi, tutte le proteste ucraine sono una messa in scena, manifestano solo perché in piazza li offrono vodka e danaro. “Vi state sbagliando, i miei amici sono in piazza, loro sono sinceri, protestano contro la Russia,” – pensavo, e poi mi dicevo: aspetta di andarci, devi vedere prima di giudicare.

Infatti, era impossibile non vedere. Giovedì 28 eravamo a Kiev e la protesta era ovunque: nei titoli dei giornali, nella voce che usciva dall’autoradio. Nella quiete dei quartieri dormitorio che attraversavamo nella jeep del nostro cliente, notavo delle persone stanche che tornavano a casa con le strisce gialloblu attaccate al bavero del vecchio pellicciotto. Il mio campo d’azione era limitato al tragitto albergo – cantiere – ristorante, eppure la grande politica filtrava nel quotidiano. A colazione, la Tv onnipresente settata sui video musicali trasmetteva “Tu ama l’Ucraina” senza l’audio. Le immagini parlavano chiaramente: una giovane con la tradizionale corona di fiori offriva il seno nudo ai venti freddi; una donna anziana teneva un’esile candela e le lacrime scendevano sulle guance rugose; un prete si chinava furtivamente a raccogliere un orologio dalla terra; due ragazzi cercavano di baciarsi e venivano colpiti da una mazza da baseball. A pranzo, nel ristorante fuori città, trovo fra giornali gratuiti una rivista patinata intitolata: “Lituania: 10 anni in Ue. La storia di una scelta di successo”. È distribuita gratuitamente (da chi?) per mostrare quanto bene faccia entrare in UE. Stranamente, i ritratti dei pallidi coltivatori di erbe medicinali, delle campionesse di nuoto e dei bancari sorridenti che trovo all’interno della rivista non mi convincono più di tanto.

Finito il lavoro, i ragazzi italiani vogliono visitare le città. “Dove sono le belle donne?”, – scherzano, tanto per dire qualcosa di sicuro sul mio paese. Li porto sul vialone principale, lo stesso dove nell’anno domini 988 hanno portato a battesimo forzato i pagani. Khreschatik si apre con Piazza Indipendenza, luogo di manifestazioni, che trovo pieno solo a metà. A destra del viale si agita una folla sotto le bandiere nazionali ed europee. Una voce ormai rauca, ripresa dal coro, grida: “Ucraina è Europa!”. Dall’altro lato del viale, un centinaio di persone fra passanti e poliziotti sta a guardare. Tre adolescenti alle mie spalle parlano dei vari del più e del meno, poi passano al dunque: “tanto, in Europa non ci faranno mai andare, mica ci sarà la circolazione libera! Non avremo i loro stipendi da tremila euro al mese, anzi, , taglieranno gli stipendi agli insegnanti.” Due uomini maturi, invece, si scambiano frasi allusive, che dicono tutto o niente: “Sappiamo chi tira le fila dietro tutto questo! – Già, prevedo un gran imbroglio…”.

Non faccio in tempo a scoprire, chi ha in mente: gli italiani si annoiano. Il mio cuore vuole attraversare il viale, le mie gambe invece salgono su per andare verso le chiese. Alle prime i ragazzi si lamentano dell’assenza delle famose belle donne, poi si lasciano incantare dal torpore dorato degli interni di Sant’Andrea. Di ritorno su Khreschatik, nel sottopassaggio osserviamo la frettolosa vendita di un oggetto che sembra avverare il desiderio di molti: la bandierina in cui il tridente (l’antico stemma dell’Ucraina) è circondato dalle stelline europee, che sembrano ora proteggerlo benevolmente, ora accerchiare in una morsa aggressiva, dipende dai punti di vista. Le bandierine vanno a ruba, insieme ai cappellini e alle sciarpe euro-ucraine, molto utili per passere la notte in piazza, visto che è arrivato il freddo invernale. Noi evitiamo la folla e passiamo la serata nei dintorni, in una birreria, a guardare Dinamo Kiev che perde la partita con una squadra belga.

Non posso manifestare, il lavoro e la famiglia mi trattengono, ma posso interrogare chiunque mi capiti vicino. Ne deriva una sfilza di opinioni contrastanti: l’Europa e/o la Russia non ci vogliono, nessuno ci vuole, non entreremo mai nell’Unione Europea perché non lo permetteranno gli Stati Uniti e/o la Russia. Vogliamo entrare più di ogni cosa, è la nostra salvezza. Non lo vogliamo, sarà la nostra rovina. Stiamo meglio per conto nostro. Solo su una cosa sono concordi: l’Ucraina forte non la vuole nessuno, nemmeno il governo ucraino. E l’Ucraina sarebbe già stata molto forte, se non fosse per – e qui le versioni divergono: governi criminali, macchinazioni americane, prepotenza russa o furberia dei vicini europei.

Prima delle opinioni, però, devo riportare i fatti. Il 28 di novembre 2013 l’Ucraina avrebbe dovuto firmare l’accordo di associazione e della zona di commercio libero durante un vertice a Vilnius. Questo accordo si stava preparando fin dal 2004, implementando vari accorgimenti richiesti dall’Europa: democratizzazione e stabilità del governo, riforma delle elezioni, integrazione economica e zone di libero commercio, sicurezza energetica, liberalizzazione dei visti e lotta alla migrazione clandestina. L’integrazione si avvicinava, avvallata anche dalle autorità religiose e dai rappresentanti di minoranze etiche, fino al 21 novembre, quando il Parlamento ha detto “No” all’UE. Il motivo è l’influenza russa: l’inattesa decisione è giunta dopo un incontro ufficioso fra Putin e Yanukovich. Niente di personale: è questione di commercio. Non si può rimanere seduti su due sedie. Se l’Ucraina entra come associata in Europa, non potrà far parte dell’Unione Doganale capeggiata dalla Russia. Se invece si associa all’Europa e abbandona la Russia, chiederà una compensazione per i guadagni mancati: 160 miliardi di euro.

Ricordiamoci che si parla solo di un accordo blando, analogo a quelli che hanno stipulato con l’Ue la Tunisia o l’Israele. L’associazione presuppone alcune agevolazioni commerciali, molti doveri e pochi diritti. Per gli analisti russi, l’opposizione europea all’integrazione euroasiatica è uno dei principali mezzi per la distruzione del potenziale di produzione e ricerca dell’Ucraina, costruito nei tempi dell’Urss e orientato da sempre verso la collaborazione con la Russia. Per gli ucraini invece, la Russia applica all’Ucraina la consolidata prassi di riscatto economico, già sperimentata in Moldavia e Georgia: ad es., in estate con un pretesto formale è stata vietata l’importazione dei dolciumi ucraini in Russia.

Il brusco arresto di euro-integrazione a molti non è andato giù. Non è bello vedere che in ogni momento può arrivare il “fratello maggiore” russo e fare voce grossa. Non è bello vedere svanire un sogno che, con tanti sforzi e decenni di attesa, forse, magari, chissà, avrebbe permesso a un semplice cittadino ucraino di poter visitare il cugino che lavora a Sestri Levanti o mandare i figli per un concorso di danza a Parigi, senza passare ore di umiliazioni in attesa del visto. La libertà di circolazione è la facoltà più ambita, più sognata dagli ucraini. Non vogliono scappare, non solo: vogliono sapere che volendo, possono andare ovunque, sentirsi parte di un continente in cui vivono. Però attenzione, l’accordo di associazione prevedeva l’abolizione dei visti, solo agevolazione del rilascio per alcune categorie di viaggiatori. L’asimmetria delle frontiere, aperte a qualunque europeo, businessmen o puttaniere che voglia entrare, e pressoché chiuse agli ucraini che vogliono uscire è una macchia nera nell’armonia dei valori europei, un ennesimo varco della fortezza Europa chiuso ai presunti poveracci. Perché gli ucraini, si suppone, a differenza dei russi o dei bielorussi, potrebbero anche decidere di non tornare, rimanendo in clandestinità come un sassolino nella scarpa dell’Europa.

segue domani

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3 thoughts on “Il sogno euro-ucraino I

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