4. Espressioni

Il sogno euro-ucraino VI: in giro con Svetlana

I. 13 dicembre

C’eravamo conosciute sei anni fa a Mosca, poi lei è partita per Berlino a studiare la fotografia, e mai avremmo immaginato di incontrarci a Kiev. Ci ha aiutate Facebook: mentre mi stavo preparando per il viaggio a Kiev ho notato che Svetlana stava pubblicando foto dal Majdan. Ci siamo date l’appuntamento e lei mi ha fatto da guida nell’intricato groviglio di tende e barricate. Era arrivata ancora domenica, pensava di fermarsi un giorno. Tutto il suo bagaglio era uno zaino con il portatile dentro. È rimasta in piazza praticamente tre notti, senza dormire o quasi, in attesa degli eventi, e ha assistito alla carica accaduta martedì notte. Credeva di ripartire il giorno dopo, ma ha perso il treno. Sembra molto contenta per questo disguido.

MArina e Svetlana sulla Piazza dell'Indipendenza

MArina e Svetlana sulla Piazza dell’Indipendenza

Mi ha fatto conoscere la geografia del Majdan: il municipio occupato con una lunga coda di gente davanti, le tende delle varie regioni, le cucine, il palco. Si muoveva agevolmente, fotografando, rapida e attenta. Abbiamo visitato la prima tenda piazzata su Majdan tre settimane prima, quasi un’anziana minuta e celebre in mezzo a tanti tendoni grandi e grossi. Abbiamo osservato lo scarico della legna dal camioncino e il trasporto delle botti da carburante vuote. Abbiamo seguito l’intervento di un prete che discettava della libertà come valore sovrano alle leggi e poi visitato l’angolo degli studenti con la mensa riservata a loro.

Cercavo di capire che cosa mi ricorda questa brulicante scampagnata, piena di gente che nella vita normale non si sarebbe mai incontrata, credenti e atei, giovani e vecchi venuti dall’Est e dall’Ovest. Dov’è che ho incontrato di recente questo misto di attesa, speranza e coraggio? I giovani con gli scudi di compensato che fanno ridere e piangere insieme, i pali di legno che sporgono dalle barricate, passaggi sotterranei della metro, i trucchi antichi come spargere l’acqua sul selciato per renderlo scivoloso e impedire ai nemici di avvicinarsi. Per difendere l’edifico occupati del Municipio hanno versato dell’acqua sui poliziotti. C’era molto degli assedi medievali, mancavano solo i cavalli e la pece bollente. Poi mi sono ricordata: Majdan come il campo dei “wildlings” guidati da Mance Rider, che ha riunito tutti i popoli più bizzarri del nord per abbattere il muro di ghiaccio che li separava dal Westeros. Per chi non sa di cosa stia parlando: Game of thrones, parte quinta. Per loro poi è finita male, ma non è detto che andrà così anche nella realtà: un piccolo esercito di tribù che non hanno nulla da perdere può sconfiggere l’impossibile.

C’era anche la controparte. Mi ci ha portato Svetlana, che per svolgere il suo incarico doveva per forza riprendere anche quel che succede nella parte governativa. Abbiamo visitato via Bankovskaja, che porta all’edificio dell’Amministrazione del Presidente. L’abbiamo trovata vuota, con una fila di poliziotti in tenuta antisommossa: era difficile avere paura di loro, visto che gli scudi erano pieni di scritte scherzose e patriottiche. Le ragazze che curiosavano facevano occhi dolci ai soldati e quelli ricambiavano con un sorriso trattenuto, senza muoversi di un passo. La situazione qui era ben diversa il primo di gennaio, quando Berkut ha caricato e malmenato i manifestanti. Reagivano a un tentativo di spezzare la difesa con un buldozer, portato vicino allo sbarramento. I due che l’hanno guidato erano scesi e si sono messi in ginocchio di fronte ai soldati.

Si dice che fra i manifestanti c’erano i provocatori, portati poco prima con un camion in questa zona; altre fonti danno la colpa dello scontro alle frange di estrema destra. Comunque sia, la carica è stata velocemente dispersa dalle forze speciali Berkut. I soldati correvano nella stessa direzione, pestando e menando le persone cadute. Ciascuno di loro, passando, si ferma per menare la persona distesa per terra, a volte lo fanno in tre o quattro, con i manganelli e gli scarponi. È difficile non pensare a un branco di ratti che si avventano su un topo ferito. Il proverbio russo “non si mena chi è caduto” qui non valeva molto, e nemmeno il segno universale di resa – le mani alzate sopra la testa non ti salvava dalle botte.

Nove persone sono state arrestate, uomini presi a caso dalla folla dei curiosi che assistevano alla mischia, di età e provenienze diverse – dal manager di un gruppo rock al giovane architetto. Sono stati menati, trascinati di peso dentro la zona protetta, lasciati per ore a faccia in giù sulla terra gelata. Senza passare per l’ospedale, sono stati portati in prigione, e qualche giorno dopo in tribunale, senza che un avvocato d’ufficio potesse avvicinarli. Il 3 di dicembre sono stati condannati a due mesi di reclusione e in attesa di giudizio, con l’accusa di violazione dell’ordine pubblico, punita con reclusione da 5 а 8 anni. Persone che non si conoscevano prima erano accusate di aver premeditato insieme un’azione sovversiva. Il tribunale non ha avuto dubbi sulla loro colpevolezza, nemmeno di fronte all’evidenza dei video, che mostravano la loro estraneità all’aggressione. Fra loro c’erano anche un giornalista, accusato di aver menato un poliziotto, cosa impossibile visto che reggeva la macchina fotografica con entrambe le mani, e un medico che si era chinato a prestare il primo soccorso ed è stato accusato di avere con sé dei liquidi potenzialmente trasformabili in esplosivi. Le famiglie degli arrestati erano disperate, non sapendo nulla del loro destino, poi hanno assistito alla farsa del tribunale. I nomi e le foto dei giudici sono sui volantini distribuiti in piazza. Dieci giorni dopo il processo, due si sono riconosciuti colpevoli e hanno pagato una multa, quattro sono in libertà vigilata, due agli arresti domiciliari e uno ancora dentro. Sono le vittime più conosciute, ma non sono gli unici. Visto che con la forza non ci riescono, provano con piccoli fastidi (macchine bruciate, gomme tagliate), oppure coi metodi legali: licenziamenti, arresti, avvisi di comparizione.

Svetlana deve andare avanti: per lei la via Bankovskaja è troppo tranquilla. Vuole controllare cosa succede nel parco lungo il Dnepr. Per arrivarci attraversiamo varie strade bloccate dai camion e dai bus che, incastrati fra gli edifici e spesso con il motore acceso, bloccano il passaggio. Basta avere pazienza: qualche strada più in là un passaggio si trova. Quando arriviamo al parco, ho la sensazione di essere precipitata su un pianeta sconosciuto. La prima associazione: Mordor. Poi vengono in mente i racconti di Shalamov, reminiscenze dei tempi del Gulag. Nel buio spezzato solo dalle fiamme dei falò, vedo diverse centinaia degli uomini, tutti fra i venti e quarant’anni, tutti vestiti di nero. Alcuni sono dentro un ampio recinto di ferro, pieno di tendoni, altri in piedi fuori dal recinto. Alle prime pensavo fossero in coda per entrare, poi ho notato che non si muovono. Stavano ritti in piedi in una colonna per tre, un po’ disfatta. Si capiva che stanno lì da tanto tempo. Non tenevano borse o zaini, solo qualche sacchetto con le provviste qua e là. Erano immobili, come se ci fosse una catena invisibile che li obbliga a rimanerci, come dei carcerati in attesa di traduzione. Tutto intorno fra gli alberi erano appoggiate grandi tende ancora da sistemare. Abbiamo costeggiato l’accampamento, Svetlana continuava a scattare ignorando gli sguardi ostili, mentre io osservavo le cucine da campo militari e ascoltavo i loro discorsi, dove ogni seconda parola era una parolaccia. No ci voleva molto per capire di chi si tratta: ragazzi delle zone orientali industrializzate, – Doneck, Kharkiv, Zaporižžja, – reclutati per combattere la gente del Majdan. L’unico punto di luce vicino a loro: un banchetto con le icone e le candele e una donna inginocchiata. Sta protestando contro l’introduzione del passaporto biometrico con una veglia di preghiera 24 ore su 24. Una delle condizioni di associazione con l’UE, questo nuovo passaporto è considerato dai cristiani ortodossi come una sorta di campo di concentramento elettronico che apre la strada all’Anticristo.

II. 14-15 dicembre

Sabato eravamo tornate nel parco di nuovo. Decine di tende erano alzate fra gli alberi, ma erano vuote. Svetlana si è avvicinata per guardare e ha notato la totale assenza di coperte o sacchi a pelo. I ragazzi erano di nuovo intorno ai fuochi o allineati in lunghe file in piedi. Ho notato che alcuni di loro leggevano un volantino bianco. Curiosa, mi sono avvicinata e ne ho ricevuto uno in regalo. Era un messaggio arrivato dal Majdan, che spiegava ai fratelli che il Majdan non combatte per l’Europa o per i leader dell’opposizione, ma per un’Ucraina più giusta e vivibile.

Avrei voluto sapere cosa ne pensavano questi ragazzi dall’aria cupa, ma di nuovo l’intuito di Svetlana è scattato e mi ha trascinato di corsa indietro verso Khreschatik. Siamo passate per la deserta piazza Europea, luogo della manifestazione e pro-governativa, condotta in russo per un pubblico di impiegati statali e pensionati radunati dalle zone russofone del paese. Ho fatto in tempo a vedere gli ultimi partecipanti dell’anti-Majdan salire su un vecchio bus. Gli amici che ci sono passati prima mi hanno raccontato che la gente era così annoiata che si mettevano a giocare a calcio con le lattine vuote, e che gli oratori parlavano in russo, cercando di convincere il pubblico che l’associazione con l’Europa porterà l’Ucraina al livello degli anni Novanta.

La piazza era circondata da tutti i lati dalla polizia con gli sbarramenti di metallo. Si poteva solo entrare, ma non uscire. In una zona c’era il palco, in un’altra le cucine da campo. Per avere il diritto di spostarti verso la cucina prima dovevi fare un certo periodo di tempo in piedi. Fra gli intervenuti c’era anche il premier, Mykola Azarov, che ha affermato che per cancellare il regime di visti l’Europa chiede all’Ucraina di legalizzare i matrimoni fra gli omosessuali. Un discorso menzognero in ogni sua parte, ma di sicura presa sul pubblico. C’era anche l’intrattenimento musicale: “Pesniary”, un gruppo melodico bielorusso, che ha vissuto i suoi momenti gloria negli anni ‘70.

Alcuni comunque si sono tirati fuori, togliendosi subito i distintivi del partito delle Regioni e andando a scaldarsi con il tè gratuito in piazza dell’Indipendenza. Avrei voluto vedere l’anti-Majdan con i miei occhi, ma alle otto di sera era tutto finito. Non c’era nemmeno il cordone della polizia, solo le lunghe file di bagni chimici e un piccolo bulldozer che lisciava il selciato. Ho letto poi nei giornali che i figuranti della manifestazione governativa erano stati attirati con la promessa di due giorni di “lavoro”, vitto e alloggio incluso, invece sono stati portati a casa in anticipo e pagati la metà del compenso pattuito.

Siamo entrate giusto pochi istanti prima del concerto e ho vissuto una scena incredibilmente toccante, quando dal palco hanno proposto ai manifestanti di fare luce coi telefonini o con le torce, e si è alzata una costellazione luminosa al grido di “Gloria alla nazione!” Poi è partito il concerto di Okean Elzy, un gruppo rock amatissimo e impegnato. Tutti intorno a me cantavano in coro, e mi dispiaceva di non conoscere le parole.

Svetlana si è tuffata nel mezzo della folla per scattare vicino al palco. Non me la sono sentita di seguirla, e mi sono ritirata sul ponticello che sovrasta la piazza. Lì mi aspettavano gli amici, e a concerto finito siamo andate a scaldarsi nel centro commerciale “Globus” che esce sulla piazza. Nel caffe c’erano larghi divani su cui sonnecchiavano gli uomini robusti con i nastri gialloblù legati al bavero. Noi ci siamo sistemate in mezzo con due teiere e un dolce da condividere. Al tavolo c’erano ragazzi delle zone russofone dell’Ucraina: Lugansk, Kharkiv, Zaporižžja, Doneck, Yalta, più un ragazzo nato a San Pietroburgo, a dimostrazione della mendacità della retorica governativa. C’erano due buddisti, tre organizzatori di eventi musicali, un suonatore di cornamusa. Hanno raccontato che vengono al Majdan ogni giorno, appena ne hanno la possibilità. Abbiamo aspettato Svetlana, e poi via tutti insieme, a continuare le discussioni in un loft dipinto di bianco nei dintorni di Khreschatik.

Alle tre di notte stavamo tornando a casa in una Mini colorata e con la miglior musica techno della stagione. La ragazza al volante stava giusto spiegando come mai si trasferisce a Barcellona, quando un poliziotto della stradale ci ha fermati. Cercava di convincere la proprietaria della macchina che era una violazione del codice non partire subito allo scattare del verde, citando come prova una video-registrazione. La scena sapeva di surreale, e la ragazza gli ha risposto a picche, in modo duro ma senza alzare il tono. Dopo cinque minuti di conversazione assurda ci ha lasciati andare. Evidentemente sperava di trovarci tutti ubriachi, con quella musica e a quell’ora di notte avremmo potuto essere una facile fonte di tangente da mettersi in tasca. Nessuno l’ha detto, ma sono certa che tutti l’abbiamo pensato: un motivo in più per tornare in piazza.

Una volta a casa, Svetlana ha controllato per l’ultima volta che in piazza non stia succedendo nulla, ha messo in una tasca sicura il sacchettino con le schede di memoria piene di foto, e si è addormentata finalmente per terra. La mattina dopo era partita in direzione di Mosca.

Ho cercato ancora di entrare in piazza, ma, visto che era domenica, c’era troppa ressa. Una venditrice di bandierine mi ha sconsigliato di provarci, dicendo che sarebbe impossibile uscire. Non volevo perdere il volo a causa dell’affollamento non mi piaceva, e mi sono limitata a girare nei dintorni, raccogliendo le ultime impressioni. Il volo era tranquillo, e non ero l’unica ad avere il nastro o la bandierina attaccata sui bagagli.

A Bergamo ci aspettava il solito ingorgo: due poliziotti per tre voli, corsia preferenziale per gli italiani e gli comunitari, un solo sportello per noialtri. C’erano alcune particolarità: nel nostro aereo c’era una cinquantina di bambini. Pensavo fossero una classe in gita, ma poi ho notato che erano dii età diversa e senza insegnanti o genitori. All’arrivo la situazione si è chiarita: erano i cosiddetti “bambini di Chernobyl”, gli orfani che venivano per passare una vacanza nelle famiglie italiane. Altri bambini erano invece in braccio ai genitori, piangevano, vista la stanchezza del viaggio. Ero fra i primi in coda, i bambini lontani dietro di noi. È stata una cosa spontanea, farli andare avanti. Fra le famiglie che hanno fatto varco nella folla su nostro invito, c’era anche una signora dell’Azerbaijan, e anche se poi ha fatto passare, oltre al bimbo piccolo, la madre, il fratello e il marito, le donne ucraine in attesa hanno continuato a sorridere. Era naturale aiutare chi è più debole, non importa se del tuo paese o meno.

Al ritorno continuavo a ripensare Majdan, questa vasta e organizzatissima macchina del dissenso. È possibile che la gente si sia organizzata così bene in così poco tempo? Siamo sicuri che non è tutta una sceneggiata, come afferma mio nonno e alcune fonti russe. Le persone che rimangono a seguire gli eventi nel calduccio delle loro case, sono convinte che sia tutto pagato e preparato altrove. Sarà vero? La risposta la daranno gli storici, ma ho deciso che a me in fondo non importa. Anche se la scintilla fosse stata gettata apposta, cadeva sulla paglia secca e si è propagata in modo che nessuno potrebbe controllare o manipolare. Se non ci fossero le fondamenta, l’indignazione si sarebbe spenta in giro di pochi giorni, com’è accaduto per le proteste di piazza Bolotnaja in Russia. Da quando è stata piantata quella prima piccola tenda, sono passati 27 giorni. Majdan è sempre più forte, più partecipato, più vivo.

Marina, 17 dicembre 2013

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