2. Memorando

Gli arabi oggi – a che punto siamo

Via Khalid Said, Alessandria d'Egitto.

Via Khalid Said, Alessandria d’Egitto.

Sono ormai tre anni che le società dei paesi arabi attraversano una delicata e complicata fase di transizione. Le varie rivolte, che in diverse realtà sono ancora in atto, hanno evidenziato una serie di aspetti, fra cui i seguenti:
1. La necessità di cambiamento sentita da larghe fasce della popolazione.
2. La molteplicità di orientamenti ideologici e di visioni del mondo anche all’interno della galassia dei movimenti che fanno esplicito riferimento all’Islam.
3. La mancanza di una vera leadership rappresentativa di un progetto politico egemone.
4. La debolezza e in taluni casi l’assenza di corpi intermedi all’interno della società in grado di svolgere un ruolo di rappresentanza e di mediazione.
5. L’organizzazione sociale in molti casi è ancora legata a riferimenti clanistici, tribali e confessionali.
All’interno di questo quadro agiscono diverse forze tese a conquistare un proprio spazio e affermare le proprie ragioni. In particolare nella situazione attuale ci sono due schieramenti contrapposti. Uno rivendica una visione della politica e della società che fa esplicito riferimento all’Islam, l’altra è l’espressione di un’elite ristretta che ha legami di convenienza con la casta militare. In questa fase di transizione il primo schieramento riesce ad avere un cospicuo riscontro elettorale lontano tuttavia dal costituire una larga maggioranza della società. L’altro schieramento invece riesce ad affermarsi solo con l’uso della forza come ha evidenziato il caso egiziano. Quindi siamo in presenza di una forte contraddizione che consiste nel fatto che entrambi gli schieramenti non sono effettivamente convinti delle pratiche democratiche. Gli uni vorrebbero utilizzare il mezzo democratico per affermare una visione distante dalla concezione di democrazia come è stato concepita nel pensiero
liberale. Ciò si è visto sempre nel caso egiziano dopo l’affermazione attraverso le elezioni della Fratellanza Musulmana, la quale ha interpretato la propria relativa vittoria, quale mandato pressoché esclusivo per la definizione del nuovo assetto dello stato egiziano senza costruire delle vere alleanze con altre parti politiche e sociali. L’esempio concreto che ha evidenziato ciò è il pronunciamento del presidente egiziano Mursi nel novembre del 2012, al fine di rendere i decreti presidenziali inoppugnabili.
D’altro canto, sempre in Egitto a luglio del 2013, le forze opposte non hanno trovato altro mezzo che il golpe per imporsi sulla scena politica. Oltretutto, questa compagine variegata guidata dall’esercito che va da alcuni gruppi Salafiti vicini all’Arabia Saudita fino a gruppi liberali, panarabisti e ad alcune frange della sinistra, si è resa responsabile di una forte repressione nei confronti di chi manifestava il proprio dissenso rispetto alla modalità con cui l’esercitò insieme ai suoi alleati ha di fatto annullato il risultato delle urne.
Non siamo qui a sentenziare chi abbia le ragioni o i torti maggiori, bensì intendiamo fondamentalmente richiamare l’attenzione sul fatto che quasi tutte le forze politiche presenti nello scenario manifestano una notevole carenza di formazione e di cultura democratiche. Su questo punto si dovrebbe riflettere approfonditamente al fine di individuare dei percorsi per comprendere meglio le dinamiche all’interno della società araba e quindi trovare delle modalità più effettive per ricostruire dei corpi intermedi capaci di diffondere una vera cultura di cittadinanza e di partecipazione che vadano oltre le appartenenze primarie quali clan familiari, tribù e identità confessionali.

Piazza Mohammed Bouazizi, Sidi Bouzid, Tunisia

Piazza Mohammed Bouazizi, Sidi Bouzid, Tunisia

Fino a qui abbiamo tentato di descrivere alcuni tratti delle dinamiche interne alle realtà del mondo arabo. Ora volgeremo brevemente lo sguardo sugli aspetti geopolitici che contribuiscono a determinare la natura dell’evoluzione nei paesi in questione.
Innanzitutto non si può non tenere conto dell’intesa tra la Federazione Russa e gli Stati Uniti riguardante la situazione siriana. Essa prevede, tra le altre cose, la convocazione diun vertice, “Ginevra 2”, che avrebbe come obiettivo la soluzione politica del conflitto in atto. Certamente questa ipotesi suscita molta perplessità e tanti dubbi tra gli altri attori, quali l’Arabia Saudita, la Turchia e il Qatar, oltre che tra una parte consistente della variegata opposizione siriana stessa. Questa perplessità deriva dal fatto che non vi è chiarezza riguardo al ruolo del presidente Bashar Al-Assad nella fase di transizione e al futuro del regime siriano.
Lo scenario siriano non è l’unico che rimane aperto a tutte le eventualità. Ce ne sono numerosi altri quali l’Egitto, la Libia e lo Yemen, per citarne alcuni, nei quali permane una situazione fluida e con forte conflittualità.
In questo panorama, la Tunisia desta una certa speranza e ottimismo, in quanto è l’unico caso nel quale sembra ci sia una transizione a conflittualità di intensità decisamente più bassa. Ciò avviene anche grazie al senso di responsabilità di alcune forze politiche e in particolare alla presenza di corpi intermedi quali il movimento sindacale dei lavoratori e i movimenti per i diritti umani che in questa fase hanno giocato e continuano a giocare un ruolo propositivo e di mediazione importante.
In fine crediamo che nel mondo arabo si sia aperto finalmente uno spazio per un dibattito in cui sono protagonisti soggetti che rappresentano svariati orientamenti. Ciò è una novità assoluta che inaugura un percorso irreversibile di cambiamenti e di innovazione, che tuttavia restano legati e dipenderanno dai giochi della geopolitica internazionale.

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