1. Le parole sono importanti!

Cinesi? E se ascoltassimo invece di parlarne?

Di Fabio Nalin

Cina. Una parola che evoca per molti diffidenza, fastidio, a volte rabbia e ostilità, un Paese il cui nome è tradotto letteralmente con un quasi tolkeniano “Regno di Mezzo”, e che effettivamente per alcuni rappresenta una specie di Regno di Mordor, una landa temibile ed oscura da collocare in un lontano e poco definito Estremo Oriente.

Guerrieri di terra cotta.

Guerrieri di terra cotta. foto: kevinpoh

Cinesi. Un parola che spesso e volentieri viene accostata ad aggettivi del tipo: “silenziosi”, “irregolari”, “evasori”, “mafiosi”, “sporchi”, “maleducati”, “mangiacani”, “cattivi”, una parola alla quale si dà un’accezione tra il demenziale e il discriminatorio.

Negli ultimi anni la Cina fa sempre più parlare di sé, sono sempre di più i giornalisti e gli scrittori che scrivono di Cina, e c’è un interesse sempre crescente. Ma nonostante ciò, sulla Cina sappiamo ancora veramente poco. Fino a sei, sette anni fa a Torino era quasi impossibile vedere un cinese camminare per strada, a meno che non ci trovassimo a Porta Palazzo. In questi ultimi anni il numero dei cinesi nella nostra città è aumentato, e questi nuovi cittadini possono essere visti oramai anche nei luoghi normalmente frequentati dai torinesi, nelle vie dello shopping, al bowling, nei bar ecc. Ma nonostante ciò, sui cinesi sappiamo ancora veramente poco.

Perché?

La risposta istintiva sicuramente sarà “i cinesi non sono integrati, non parlano italiano, non c’è modo di comunicare”. Riguardo alla Cina, invece magari qualcuno argomenterà che tale giornalista famoso scrisse tale cosa a proposito di tale faccenda, e comincerà a snocciolare le peggio nefandezze del Regno di Mordor, pardon, di Mezzo.

Scrivo questo articolo perché credo sia giunto il momento di “alzare la mano”. Ma non tanto per dire la mia, quanto per ricordare che in Italia ci sono tanti ragazzi cinesi che alzano la mano e dicono: “vogliamo dire la nostra”. Tra questi ci sono i ragazzi di Associna, l’associazione nazionale di seconde generazioni cinesi, che su siti, blog e giornali cercano con tutte le loro forze di dare un’immagine diversa della Cina e dei cinesi, e contrastare la disinformazione. Malia Zheng, blogger de Il Tirreno, scrive articoli sempre molto interessanti dal suo punto di vista di ragazza cinese cresciuta a Prato. Ma la cosa che più mi sciocca è che ogni volta ci sia sempre uno stuolo di commentatori che contestano, talvolta anche in modo molto aggressivo, le opinioni della blogger.

E allora io mi rivolgo a questi commentatori: ma voi siete tutti esperti di Cina? Siete tutti dei sinologi? Tutti vogliono poter dire qualcosa sulla Cina e i cinesi, ma quando sono proprio loro, i cinesi, a parlarne, ecco che vogliamo tapparli la bocca. Perché dicono cose molto diverse da quelle che siamo abituati a sentire, e che vorremmo invece sentire. E se qualcuno può avere l’ardire di ribattere che le seconde generazioni cinesi in Italia non comprendono appieno gli sviluppi recenti della loro madrepatria, non essendovi cresciuti, riconosco che possa essere una valutazione sensata, ma c’è da puntualizzare che essi, pur essendo cresciuti all’estero, posseggono una sensibilità data dall’appartenenza allo stesso pool culturale, dall’educazione ricevuta e dalla mentalità ereditata dai genitori, che percepisce loro di avere gli strumenti per leggere e comprendere il loro Paese, sensibilità che a noi manca.

Un esempio tra i mille che si potrebbero fare: Malia, intervistata dopo una visita a Pechino, fu interpellata sulle impressioni di questo ritorno in Cina. Alla domanda relativa alla censura del governo, la blogger 2G rispose che “è difficile da capire, ma che anche questo si ricollega al senso di famiglia, perché il popolo cinese vede il governo come una sorta di genitore, che tutela il figlio da informazioni sbagliate o fuorvianti”. Al che, apriti Cielo, la sezione commenti si infuoco di commenti al vetriolo contro questa affermazione.

Si da il caso però, cari i miei “esperti di Cina”, che questo sia un punto di vista condiviso dalla stragrande maggioranza dei cinesi, sia in patria che all’estero. La visione dello stato come una grande famiglia fu proposta da Confucio, che affermò che la famiglia deve funzionare come la società, per cui ad ogni membro il suo ruolo, e la società debba funzionare come una famiglia, al cui vertice sta l’imperatore, con il ruolo di “padre” di tutti i sudditi, i quali devono rispettarlo in quanto tale. Questo concetto permea la mentalità cinesi ancora oggi, ma non significa ovviamente che i cinesi condividano tutte le scelte del governo. Anche in famiglia è normale essere in disaccordo i propri genitori. Ma dopotutto, sono sempre i genitori. Allo stesso modo, il governo ha tante colpe e responsabilità, ma dopotutto, si tratta sempre del proprio governo. Inoltre, una cosa che fatichiamo a comprendere, i cinesi, a differenza di noi italiani, sono molto patriottici, e non si augurerebbero di certo una crisi di governo a casa loro.

Se davvero vogliamo capire la Cina e i cinesi, forse dovremmo cominciare a parlare di meno, e avere l’umiltà di ascoltare.

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8 thoughts on “Cinesi? E se ascoltassimo invece di parlarne?

  1. Bellissimo pezzo, davvero. Istruttivo non solo per capire i Cinesi in Italia, ma per un Italiano arrivato in Cina da poco e sempre piu’ annichilito dalla complessita’ di questa societa’.

    • Grazie del commento Luca, troppo buono! Il senso di annichilimento è una condizione che accomuna molti di coloro che approdano in Cina, ma è un paese che riserva tante opportunità stimolanti. Ti auguro una bella esperienza!

  2. Credo che in Italia si parli di Cina poco e male, e lo si fa facendo leva specialmente sul sensazionalismo, e concordo con te nel ritenere che sarebbe interessante dare la parola ai ragazzi g2 come Malia Zheng.
    In effetti mi piacerebbe leggere quell’intervista che citi, in cui la Zheng rispolvera l’associazione confuciana Stato-famiglia, per cui sembrerebbe utilizzare la censura per tutelare “il figlio da informazioni sbagliate o fuorvianti”. Si tratta di una giustificazione del fenomeno? (Non è una domanda retorica, vorrei capire cosa ne pensa la Zheng, potresti cortesemente linkarci l’articolo?)
    E tu cosa ne pensi? Se tu fossi il “figlio” ti piacerebbe esser tutelato da informazioni sbagliate o fuorvianti?
    Ad ogni modo credo che il discrimine in questa faccenda risieda nel fatto che in Cina non è Stato=famiglia, bensì Partito=Stato=famiglia. E tutta la faccenda del patriottismo cui accenni alla fine, non si tratta di amore per la patria, ma di amore per il partito che sta al governo, partito che il popolo cinese non ha il diritto di scegliersi, perché in Cina non esistono le elezioni dirette se non a livello locale (Assemblee di prefettura e di contea). Tra l’altro questa identificazione del Partito con lo Stato (sulla quale il PCC ha insistito molto per vedersi legittimato il proprio potere), non è vista di buon occhio da tutti i cinesi, e c’è stato (e c’è) più di qualcuno che si ribella a questa visione.Uno fra tutti, Hong Zhenkuai, che in un articolo apparso ad aprile 2010 sul “Nanfang Dushibao” (Canton) intitolato 爱国家不等于爱朝廷, “Amare il Paese non equivale ad amare la corte imperiale”, utilizza questa metafora riferendosi al PCC, sostenendo, giustamente a mio parere, che ogni forma di governo è limitata e transitoria, pertanto il PCC non può essere assimilato all’idea di nazione, e Stato e Partito devono essere due cose distinte.
    Insomma, secondo me la mentalità del popolo cinese è più complessa di quello che vorrebbe Confucio, e se io fossi la “figlia” col cavolo che vorrei essere tutelata da mamma-partito, e anzi chiederei loro di lasciare scegliere a me quando e se un’informazione è “sbagliata o fuorviante”.

    • Grazie del commento Serena! Hai sollevato tante questioni interessanti! Vediamo se riesco a rispondere ordinatamente a tutto.
      Malia Zheng in quella intervista da me citata ricordava una chiacchierata sul tema della censura con la sua professoressa della Tsinghua University di Pechino, dove la professoressa illustrava il concetto di cui sopra. Ecco il link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/14/cittadinanza-seconde-generazioni-di-ritorno-nella-terra-della-lega/499852/
      In questo caso si tratta di un’opinione a favore del fenomeno, anche se credo che il punto non sia tanto capire se si tratti di una giustificazione oppure di una accusa, quanto piuttosto cercare di capire per quale motivo la maggioranza della popolazione condivida lo status quo. Da sempre in Cina l’opinione personale conta molto meno dell’opinione “collettiva”, e nel sistema educativo tradizionale è premiato l’adattamento al gruppo piuttosto che l’iniziativa personale ed originale. E se abbiamo modo di confrontarci con dei cinesi a riguardo essi cercheranno pazientemente di spiegarci il fatto che loro vengono da una cultura diversa dalla nostra. Noi veniamo da secoli di filosofia occidentale dove la verità è vista come valore importantissimo da perseguire costantemente, mentre in Cina non è mai stato così. Per valutare l’importanza di una verità in Cina si valuta l’impatto che data verità potrà recare nella società. Se la rivelazione di questa verità andrà a minare l’armonia sociale, allora non va rivelata. Tanto che anche oggi vicende legate a questioni “sensibili” possono essere rivelate solo 50 anni dopo la data dell’accaduto. Infatti i dati ufficiali riguardo le vittime nel periodo del Grande Balzo, morte a causa di Mao Zedong, sono stati rivelati da poco. Quando oramai sono pochi ad interessarsene.
      Fai bene a ricordare la differenza tra Stato e Partito: spesso si finisce per confonderli. In Cina ci sono attualmente 8 partiti, certo, i restanti sette sono rilegati al ruolo di consiglieri del Partito a cui possono proporre riforme, e non possono essere eletti. Quando parli di patriottismo però non credo che i cinesi lo identifichino per forza con amore per il partito, anche se sicuramente quello è l’obiettivo del partito. Il Partito governa la Cina da poco più di 60 anni, ma la stragrande maggioranza dei cinesi, quando cerca di esprimere il significato del senso di patriottismo esordisce con: “La Cina è un Paese con 5000 anni di storia…”. Oggi i cinesi stanno assistendo al ritorno del proprio Paese al centro della scena mondiale, di ritorno si tratta, perché già durante la dinastia Song era l’economia più avanzata del pianeta, e questo fatto, dopo aver attraversato lunghi anni bui, gli riempie di orgoglio. Il Partito è stato bravo, e lo è tuttora, a cavalcare il senso nazionalista imperante dei cinesi, e a porsi come unico possibile garante dell’unità nazionale e del mantenimento della crescita economica per la scalata alla posizione di prima economia mondiale. Critiche a parte, il Partito è riuscito in questi anni nell’impresa di tenere unito un paese enorme dalla popolazione numerosa e a lanciarlo verso una crescita economica che solo ora sta rallentando, quando esperti ed economisti scommettevano sul fallimento. Ha creato un primato nella storia.
      Ma il Partito ha tante colpe, e i cinesi queste colpe le conoscono, come conoscono le mancanze della società. Capita spesso sentirli lamentarsi del governo, sempre più spesso. Spesso ne parlano anche con gli stranieri, più volte mi sono sentito dire “Voi in Italia avete la mafia, noi in Cina abbiamo il Partito…!”. Ma se invece è lo straniero ad elencare i problemi della Cina e le colpe del governo ecco gli sguardi farsi torvi ed ostili: perché non si può tollerare che uno straniero venga a dirci come dobbiamo fare. E’ una “perdita di faccia”. Eh sì, la Cina è complessa.
      Anche il Partito conoscere le sue colpe, e prova una certa insicurezza. Per questo deve controllare l’informazione per limitare l’informazione sovversiva. Ma fortunatamente per il Partito, la maggior parte dei cinesi è ancora impegnata ad inseguire l’arricchimento e lo stile di vita consumista, e poco importa loro se l’informazione sia controllata.
      E poi il Partito ha anche cercato di rispolverare Confucio e la sua dottrina, per cercare di legittimare ulteriormente il suo ruolo di “sovrano”. Ma la popolazione ha risposto per lo più con indifferenza.
      A proposito: “Zigong chiese: “Che cosa significa governare?”
      “Il Maestro rispose: “Significa vigilare perché il popolo abbia cibo ed armi a sufficienza, e assicurarsi la sua fiducia.
      Zigong chiese ancora: “E se si dovesse fare a meno di una di queste tre cose, quale sarebbe?”
      Il Maestro rispose “Sarebbero le armi”.
      L’altro chiese di nuovo: “E delle altre due, quale sarebbe?”
      Il Maestro disse: “Sarebbe il cibo. In ogni epoca gli uomini sono sempre stati soggetti alla morte. Ma un popolo privo di fiducia non è in grado di reggersi.” (Dialoghi, XII, 7)

      Molto attuale.

      Infine, per quanto riguarda cosa ne penso io, beh, ovviamente io preferisco scegliere da solo come informarmi, ma io sono italiano, questo è il sistema di valori con cui sono cresciuto. Ma per cercare di capire una realtà così diversa, con una cultura così complessa come quella cinese sarebbe troppo limitante osservare attraverso le nostre lenti. Bisogna staccarsi dai nostri “dogmi” culturali quanto basta per vedere le cose da un’altra prospettiva. Ma questo non significa diventare cinesi!

      Grazie per la chiacchierata, e scusa se mi sono dilungato un po!

      Ah, il link al blog di Malia Zheng: http://incontri-ravvicinati-livorno.blogautore.repubblica.it/

      • Caro Fabio,
        grazie per la risposta e per gli articoli!
        Non sono d’accordo su alcune cose che scrivi, ti rispondo per punti:
        1) dici: “credo che il punto non sia tanto capire se si tratti di una giustificazione oppure di una accusa, quanto piuttosto cercare di capire per quale motivo la maggioranza della popolazione condivida lo status quo”.
        Non credi che uno dei motivi per cui la maggioranza dei cinesi condivida lo status quo sia anche perché l’informazione che ricevono è manipolata/filtrata?

        2) Concordo sul valore che i cinesi attribuiscono alla collettività, ma quando dici “Noi veniamo da secoli di filosofia occidentale dove la verità è vista come valore importantissimo da perseguire costantemente, mentre in Cina non è mai stato così. Per valutare l’importanza di una verità in Cina si valuta l’impatto che data verità potrà recare nella società” mi sembra un po’ comodo. Io credo che la verità sia un valore assoluto, non solo occidentale. Chiaramente quello che hai espresso è un tuo pensiero, ma non è vero che per tutti i cinesi non è importante il valore della verità. Provalo a chiedere a Liu Xiaobo, Ding Zilin e tutte le madri di piazza Tiananmen, che ancora stanno aspettando, dopo quasi 25 anni, che la verità venga rivelata.

        3) “Infatti i dati ufficiali riguardo le vittime nel periodo del Grande Balzo, morte a causa di Mao Zedong, sono stati rivelati da poco”. Potresti riferire la fonte di questa notizia? Io sapevo che i dati sul Grande Balzo (così come su moltissime questioni di rilevanza socio-politica passate e attuali) non sono (e non saranno, almeno non a breve) dischiusi.

        4) “In Cina ci sono attualmente 8 partiti, certo, i restanti sette sono rilegati al ruolo di consiglieri del Partito a cui possono proporre riforme, e non possono essere eletti”. In realtà sono 8 partiti minori (cosiddetti democratici ma che hanno rilevanza quasi nulla all’interno del governo), più il Partito Comunista.

        5) “Quando parli di patriottismo però non credo che i cinesi lo identifichino per forza con amore per il partito,”
        Hai ragione, la nascita ed evoluzione del patriottismo in Cina (meglio: Nazionalismo) è una storia interessantissima, che passa dal suo convogliarsi in un sentimento antistraniero verso la fine dell’Ottocento, a quello anti-mancese verso la fine della dinastia Qing, ecc..ecc. (a tal proposito consiglio la lettura di “L’identità nazionale nel XXI secolo in Cina, Giappone, Corea, TIbet e Taiwan” a cura di Marina Miranda. Davvero interessante).
        In ogni caso, io credo, fino ad oggi il Partito è riuscito quasi impeccabilmente a mantenere quell’accordo implicito preso con il suo popolo (il rousseauiano “contratto sociale”) dalla fine degli anni 70 (dal periodo delle 4 modernizzazioni per intenderci) in poi: in sostanza il PCC si impegnava a condurre la Cina fuori dall’arretratezza economica e in cambio chiedeva ai suoi cittadini-sudditi completa fedeltà. Bene, fino ad ora ci sono riusciti, ma da qualche anno a questa parte la gente comincia a ribellarsi (Wukan per citarne una): il divario tra ricchi e poveri e tra costa orientale ed entroterra è sempre più grande, le condizioni dei lavoratori migranti sempre più precarie, l’inquinamento è insopportabile e la gente comincia a non starci più.

        6) “Ma fortunatamente per il Partito, la maggior parte dei cinesi è ancora impegnata ad inseguire l’arricchimento e lo stile di vita consumista, e poco importa loro se l’informazione sia controllata.”.
        Ecco, questa è una frase tanto vera quanto triste. La Cina è un paese con delle menti davvero brillanti e tuttavia tantissimi dei cinesi con cui mi è capitato di relazionarmi avevano come ideale/obiettivo della loro vita il raggiungimento della ricchezza, fare i soldi. E questo è davvero molto triste.

        7) “Infine, per quanto riguarda cosa ne penso io, beh, ovviamente io preferisco scegliere da solo come informarmi, ma io sono italiano, questo è il sistema di valori con cui sono cresciuto”.
        Interessante. Anche Malia Zheng è cresciuta in Italia, eppure in una famiglia cinese. Quindi diciamo che la sua identità attinge sia dal mondo cinese che da quello italiano-occidentale. e tuttavia tutta la storia dello Stato=famiglia, quella metafora lei dice che l’ha trovata “poetica”. Dice “Come la censura dei film porno ai bambini. Allo stesso modo, a livello umano, lo stato vuole dare un modello, con l’obiettivo di crescere delle persone valide e tenaci. Io sono una che, in rete, legge e scrive tutto ciò che vuole, ma devo dire che questa cosa l’ho trovata molto poetica”. Dunque la censura è poetica però lei alla fine legge quello che le pare. Bah. Non riesco a capire quale “lente” abbia indossato (quella cinese o quella italiana) per dare quest’affermazione. Per quel che mi riguarda, le persone valide e tenaci (le persone che possiedono senso critico) si “fanno” con la cultura, con lo studio, con la curiosità, non con l’indottrinamento e la censura.
        Certo, io non sono cinese e non sarò mai in grado di vedere la Cina con gli occhi di un cinese, non posso far altro che usare i miei. Ma ti prego non dirmi che i miei sono “dogmi culturali”. è chiaro che come i cinesi hanno Confucio, e il Buddhismo, e compagnia bella, anche noi occidentali (e italiani in particolare) facciamo i conti con qualche retaggio culturale davvero pesantuccio (mi riferisco al cristianesimo): la Chiesa che si intromette negli affari dello Stato, tutti quei pipponi sul peccato originale, il senso di colpa, il sesso che è peccato pure quello, l’inferiorità della donna e via discorrendo. Io ci sono cresciuta in quest’ambiente, tutti noi ci siamo immersi, volenti o nolenti. Però non mi esimo dal criticare quello che credo vada criticato e di impegnarmi per cambiare quel che credo vada cambiato. Senza censure, senza dogmi, in onestà.
        Credo che per capire e giudicare una realtà complessa come quella cinese occorra innanzitutto tanto studio. E poi tanto studio. E infine senso critico. L’ho detto dello studio? 🙂
        Ultima cosa: io ci spero davvero nelle seconde generazioni, sono una voce troppo importante e troppo trascurata. Toccherà a loro fare i conti con la loro storia, magari un giorno gli archivi statali verranno aperti (magari!) e conosceremo tante cose della Cina che ora sono segrete. Ecco, io spero che allora i futuri storici, analisti, economisti, politologi cinesi avranno studiato abbastanza, avranno maturato abbastanza senso critico da prendere le decisioni giuste, per il loro paese innanzitutto, e per il mondo intero.

  3. Ciao Fabio.
    Sono riuscito a leggere l’articolo solo adesso, molto interessante, e più o meno capisco il punto di vista dei “genitori”.
    Un messeto fa ho visto il film “Io sono Li”, non so se l’hai visto, e infatti in quella storia mi pare si intuiva questo punto di vista, che da italiano non riuscivo a capire e ad accettare.
    Purtroppo non ho mai avuto l’occasione di conoscere bene e parlare con un cinese, e anche alle Feste multietniche che organizziamo è sempre difficile contattarli e ancor di più farli partecipare.

  4. Ciao,io sono una ragazza cinese e vivo in Italia da anni. Ultimamente sto iniziando a notare quello che si chiama ‘discriminazione'(?)
    Beh,io la vedo semplicemente come un pregiudizio di un popolo che non conoscete del tutto.
    Mi sembra assurdo giudicare un popolo per quelle persone che hai visto in solo e soltanto certi contesti.
    E lo ammetto che i cinesi vissuti in Cina ed emigrati in Italia hanno comportamenti grezzi e grossolani,un modo di reagire completamente diverso dagli occidentali. Ma non per questo si può dire che i cinesi sono tutti così. Siamo in crescita,e speriamo anche mentalmente,vedo troppa gente che giudica senza sapere. E ovvio che ci sono contrasti tra ‘cinesi’ e occidentali.
    Troppa gente se ne frega,del modo di comportarsi in pubblico,in un certo senso l’educazione,il linguaggio. Ecco. Quello non lo sopporto nemmeno io.
    Ora dire ‘cinesi’,sembra quasi un sostantivo negativo come falso,ladri ma no. Non è così che dovete giudicare una persona,non capireste,e semplicemente una realtà diversa.

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