2. Memorando

L’inverno ucraino

Stavo facendo la spesa quando è arrivato un sms da Mosca. “Spero che non sei a Kiev”, – mi scriveva un amico, – “resta lontana che lì si spara sul serio”. Lo sapevo già che qualcosa stava accadendo, perché i miei amici erano già in viaggio. Svetlana che aspettava l’assalto alla piazza ancora a dicembre, ora è tornata da Mosca perché stavolta sta succedendo. Per davvero, sul serio, alla grande, con spari, incendi e gente caduta sul campo. Simone, ricercatore di storia ucraina, ci sta partendo oggi da Torino. Anche Marina e Boris, amici musicisti di Kharkiv, entrambi ebrei, sono in piazza a Kiev. Ai tempi della rivoluzione arancione erano sposati da poco, e partecipare alle proteste era un’avventura giovanile che li ha avvicinati ancora di più. Nove anni e tre figli dopo sono tornati in piazza. Nella nostra città natale, a Kharkiv, c’è un Maydan locale, ma è solo una piccola isola nel mare dell’indifferenza.

And now my watch begins. Foto: Marina Sorina

And now my watch begins. Foto: Marina Sorina

Ma l’epicentro è a Kiev. Maydan in piazza Indipendenza è arrivato al punto di non-ritorno. Il battito di cuore, il battito ritmico con cui si riempie il silenzio fra le esplosioni di fuochi d’artificio, avanzati dopo le feste, segna la notte a Kiev. La piazza esplode non più di musica, applausi, canti e balli. Ora ci sono i petardi, gli spari, i flash delle esplosioni e i fuochi accesi. Si è arrivati alla violenza in piazza, con acqua gettata contro la gente alla temperatura di meno dieci gradi (cosa proibita fino a poco fa), lacrimogeni, granate e pallottole.

La violenza dilaga, strisciante, su tutte le strade del centro. Si scontrano i ragazzi delle periferie con le frange estreme dei difensori di Maydan. Non posso qui usare i termini ormai abituali di ‘destra’ e ‘sinistra’. Fra quelli che menano i pugni nel nome dell’Ucraina indipendente ed europea e la loro controparte non ci sono grandi differenze sociali: giovani, forti, pieni di rabbia e frustrazione. Con una differenza non indifferente: i difensori di Maydan combattono nel nome di un paese più democratico, aperto e moderno, che mantenga la propria identità culturale senza assoggettarsi ai potenti, contro la corruzione e le menzogne, mentre gli altri lo fanno per 20 euro al giorno di paga promessa.

Un’altra differenza è che gli ultimi sono protetti dalla legge: in sostanza sono i cani sciolti della polizia. Le forze d’ordine non riescono a essere ovunque; allora assoldano i ragazzi delle periferie delle città industrializzate dell’est, spesso giovanissimi, riuniti a volte nei vari circoli di pugilato o arti marziali e li trasportano a Kiev, per difendere il governo. Si fa il lavoro sporco con le loro mani, incluse le provocazioni di stampo antisemita. A cosa serve? A provocare Maydan, che è riuscito molto a lungo a rimanere pacifico e non degenerare nella guerriglia. A dimostrare ai benpensanti che la protesta contro un governo legittimo non può essere altro che violenta e sanguinaria. A giustificare qualunque violenza da parte del governo. Con chi si scontrano? Con le frange radicali del Maydan, che hanno aspettato ben due mesi, sperando in un dialogo e in una soluzione pacifica. Ora si lanciano in azioni di guerriglia urbana, con tanto di sostegno dagli ultras del calcio, catapulte per lanciare le Molotov e le riprese dei poliziotti avvolti dal fuoco, trasmesse dai canali ufficiali.

“- Gloria all’Ucraina! – Agli eroi la gloria!”. Questo grido di rito si associava in passato con i benderovcy, truppe di nazionalisti ucraini che collaboravano con i nazisti per liberare l’Ucraina occidentale dai comunisti ed ebrei. Da quando è iniziata la protesta, era diventato chiaro che gli eroi sono le persone in piazza, vecchi e giovani, che hanno sacrificato il quieto vivere nel nome della protesta civica. Da oggi, 22 gennaio 2014, uno degli eroi ha un nome e un volto.

Si chiamava Sergej Nigoyan, abitava in un villaggio nei dintorni di Dnepropetrovsk ed è di etnia armena, a riprova del fatto che Maydan non è solo Occidentale e non è solo nazionalista ucraino. È stato ucciso oggi in via Grushevskij. Aveva 21 anni, sposato con prole. È arrivato in piazza l’11 dicembre, dopo la carica notturna, ed è rimasto fino a stamattina. Era venuto per conto suo, non faceva parte di nessun partito o gruppo. Nato in Ucraina, era patriota dell’Armenia, girava spesso con la bandiera della sua nazione. Teneva la guardia su una delle barricate. Si faceva notare, con la sua barba nera e gli occhi orientali. Molte persone hanno parlato, bevuto un te, scaldato le mani al fuoco insieme a lui. L’avevano anche ripreso mentre leggeva una poesia di Taras Shevchenko, poeta nazionale ucraino, dedicata al Caucaso. Sergej è stato sparato da un tiratore scelto.

Si parla di altri tre morti: uno spinto giù dal portico, ma pare che si era ripreso; l’altro sparato con una pistola ed è rimasto secco. Si chiamava Myhailo Zhiznevskij, era un bielorusso. Altri due morti sono stati trovati in un bosco fuori città, coi segni di tortura. Tanti sono i resoconti e bisogna vedere quanti di loro sono veri. Ma è un dato oggettivo che sono numerosi i feriti. Vengono curati in una stazione di pronto soccorso autogestita e improvvisata a due passi della barricata dello scontro. I medici testimoniano numerose ferite alle mani e agli occhi. Le mani sono amputate per colpa delle granate che cercano di ributtare dietro alle barricate. La gente perde la vita a causa delle pallottole di gomma sparate dalla polizia e ufficialmente proibite in Ucraina, che i chirurgi estraevano dalle ferite. La gente preferisce rivolgersi a questa clinica improvvisata, dove i medici lavorano come volontari, perché dagli ospedali i poliziotti portano via in prigione i feriti che avevano scelto di fidarsi del pronto soccorso. In alcuni ospedali sono arrivati gli attivisti, per impedire questa deportazione, ma non ci sono persone sufficienti per tenere la guardia tutta la notte.

Oltre ai presenti in piazza, vanno ricordati anche i settanta arrestati fra i sostenitori del movimento, fermi in attesa del giudizio, e altre vittime della giustizia zelante. Arrestati durante gli scontri, vengono spogliati fino alla cintola, portati fuori città nei camion, nei campi e malmenati. Chiaramente, ogni documento, cellulare, macchina fotografica gli vengono tolti. Siamo a meno dieci gradi con neve durante il giorno, e di notte le temperature scendono a 20-24 gradi sotto zero. Con questo procedimento, risparmiano le pallottole.

Ormai ogni gesto anche il più normale è visto con sospetto. Un giornalista è arrestato perché stava… comprando benzina. Era evidente che l’avrebbe usata per la protesta! Infatti, era destinata al generatore che permette la trasmissione in diretta per la sua stazione Tv. Si è beccato la condanna di due mesi di detenzione, il giorno stesso dell’arresto. Ancora più aneddotico e triste l’episodio di una ragazza che arrivando a Kiev si mette sulle spalle la bandiera nazionale, a mo’ di mantello, come fanno molti manifestanti in questa stagione fredda. In stazione, è fermata dalla polizia con l’unica accusa di… indossare la bandiera nazionale! Per fortuna questa ragazza era preparata, aveva segnato il numero di telefono di un avvocato da chiamare in questi casi e si è liberata solo dopo qualche ora di attesa. E se non avesse chiamato quel numero e protestato attivamente?

Ci sono delle vittime anche fra i poliziotti: più di cento in ospedale con traumi cranici e ustioni. Il premier Mykola Azarov li ha ringraziati tutti sulla sua pagina FB. Lui stesso aveva permesso l’uso delle granate, e non ha avuto esitazioni di partire il 22 di gennaio alla volta del forum economico di Davos, dove gli organizzatori hanno avuto la decenza di fare un minuto di silenzio per commemorare i morti in Ucraina. Un atto alquanto ambiguo, visto che accettano di ascoltare la persona che ha scatenato, insieme al presidente e ai partiti di maggioranza, questa accelerazione degli scontri. La violenza è stata sganciata dalle leggi restrittive, ridicole e pericolose, votate il 16 di gennaio: un pugno in faccia a chi sperava in una soluzione ragionevole e pacifica.

Un’amica romana in visita dai parenti a Kharkiv scrive alle ore 19 che tira l’aria da coprifuoco. Lei sta nella zona tranquilla del paese, ma ha un buon intuito: in parte il coprifuoco è già realtà, non solo sospetto. Il patrimonio dei deputati che sostengono l’opposizione viene pignorato, e fra loro c’è anche Arsen Avakov, imprenditore armeno, una delle persone più ricche ed influenti del paese. Le forze d’ordine hanno diritto di bloccare circolazione dei mezzi sulle strade e l’accesso delle persone alle zone in cui c’è sospetto di violazione dell’ordine pubblico. Questo è un ordine ufficiale, pubblicato sul sito governativo. E non è solo teoria. È stato ordinato chiudere oggi i negozi e gli uffici in centro. Verso sera, le stazioni metrò adiacenti alla piazza vengono chiuse al pubblico. Interi quartieri rimangono senza internet. La gente si scambia i consigli su come entrare su un sito se viene oscurato e in FB si cambia lo userpic con un quadrato nero con la striscia gialloblu.

Avrei voluto rimanere tutto il giorno attaccata allo schermo a guardare la diretta dalla piazza. Perché è meglio – o peggio – di qualunque serial più crudele, per la varietà delle emozioni che suscita, per l’epicità degli scontri e la concreta minuzia dei traumi subiti, psicologici e fisici. Riesco a seguire un pezzo nel pomeriggio. Alle ore 16 un uomo con il casco e la sciarpa grida al microfono: “La piazza Europea è nostra! I poliziotti sono dietro le macchine bruciate, gloria a tutti i ragazzi che hanno liberato la piazza!” Le macchine bruciano, qualche sassata di controllo, il fuoco è alimentato dagli pneumatici e il vento tira verso i poliziotti. Altri cinque minuti, e dall’altra parte della barriera bruciante arriva il getto d’acqua che spazza via i manifestanti, che si allontanano di qualche metro. Le nubi nere coprono la visuale. La vittoria è molto mutevole.

Sul palco non si parla più continuamente, come nelle settimane precedenti, ma solo ogni tanto, e ogni parola ha un suo peso. Una ragazza vestita in modo anonimo – poi capisco che è figlia di Julia Timoshenko – legge un messaggio della mamma. Lei chiede ai militari di non sparare, perché nessun stipendio, nessun benessere vale il sangue degli innocenti, poi passa a chiedere ai politici esteri di non stare a guardare. Il messaggio è di Julia Timoshenko, ma molte donne ucraine firmerebbero queste righe. Un’oretta dopo, parla il rappresentante del clero, invitando tutti a sostenere la protesta, di pregare per lo stato ucraino, a prescindere da posizioni politiche e appartenenze ai partiti. Il rappresentante della chiesa invita a pregare e  rifiutare estremismo e separatismo, lo chiede direttamente a Yanukovich, in quanto cristiano, visto che è lui che ha i pieni poteri, di prendersi la sua responsabilità e di ricordarsi le parole di Gesù sulla pace: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”. Gli chiedono di non usare la forza. Vedremo. Intanto devo andare a insegnare.

Mi perdo l’attacco delle forze speciali alle ore 20 e l’ora in cui pian pianino li ributtano indietro. In compenso, di notte nessuno mi può staccare dalla diretta. Si danno i consigli: mettere del cartone sotto i piedi, per non congelarsi, spalmarli con una certa crema. Arrivano sms di sostegno: a leggerli dal palco è una famosa cantante, Ruslana, vincitrice di Eursong di qualche anno fa. Lei ironizza su quelli che se ne restano a casa e si dà il benvenuto a chi ha dormito un paio d’ore e sta tornando in piazza. I reporter lasciano la piazza pe un quarto d’ora, ti fanno entrare negli ospedali alla ricerca dei feriti, ti fanno assistere a una direttissima svolta sul palco di Maydan. Un ragazzo che ha lanciato un sasso contro la vetrina di Nike sul territorio del perimetro, viene portato sotto gli occhi di tutti, con i dati anagrafici resi pubblici, svergognato e consegnato ai preti. “Che la polizia prenda nota: non è uno di noi!” – grida il manifestante, passaporto del malcapitato in mano. All’una puntualmente, anzi, con quattro minuti di ritardo, si canta l’inno. Mi arriva una voce sola, debole, anziana. E poi si continua con il battito.

È ora che la gente capisca: non è più una protesta particolarmente lunga. È una fase della rivoluzione che si sperava di evitare. La fase di guerra civile. La fase di sangue, che non si può nascondere con il coprifuoco e oscurare con la censura. Perché ci sono le persone che partono dall’Italia e dalla Russia per andare a vedere, a testimoniare, a trasmettere. Perché qualcun altro sarà riuscito a procurarsi la benzina, e la diretta continua.

Almeno per stanotte.

22-23 gennaio 2014

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