2. Memorando

I giorni della Memoria

Esther Béjarano memoria olocausto

Esther Béjarano a Verona, 29 gennaio 2014

Ricordare è l’esercizio quotidiano, e per chi porta in sé la propria condizione di diversità, incisa nel cuore e nel corpo, non c’è bisogno di un giorno comandato per tornare con la mente allo sterminio delle categorie considerate non conformi dai nazisti e dai fascisti del passato. Eppure è un giorno utile per focalizzare l’attenzione di chi non la rivolge di solito al passato e per approfondire le conoscenze di chi non dimentica perché non può.

Si fa il possibile per evitare che la Giornata della Memoria diventi noiosa e formale. Per quanto riguarda la commemorazione dello sterminio degli ebrei, gli elementi che funzionano meglio sono tre: la musica, tradizionale o classica che sia, testimonianze personali, e lo spiazzamento: mettere un vagone della ferrovia in mezzo alla piazza, oppure darsi all’allegria e tirare in ballo l’umorismo che sdrammatizza e afferma la vitalità degli ebrei. Ieri all’Università di Verona abbiamo avuto una combinazione fortunata di tutti i tre elementi: Esther Béjarano, una ragazza di novant’anni. Scrivo “ragazza” senza ironia o forzatura, perché questa persona minuta e agile trasmette l’energia da far invidia ai giovani. La mattina era in Germania da qualche parte, la sera era a Verona, fra qualche giorno andrà a Ferrara. A parlare della Shoah, ma non solo. A cantare e anche un po’ a ballare, per raccontare la storia unica e far rivivere alcune canzoni che solo lei ha il diritto morale di cantare.

Le storie dei sopravvissuti per fortuna sono tante. La comunità ebraica di Verona ha l’onore di avere Bianca Schlesinger e Lucia Roditi Forneron, due signore ultraottantenni e ingambissime, che da bambine hanno vissuto le persecuzioni razziali, hanno vissuto nascoste in campagna, con le famiglie, sempre a rischio di essere scoperte e ammazzate, con la successiva fuga notturna attraverso le montagne verso la frontiera Svizzera. Entrambe hanno poi vissuto una vita regolare da signore borghese, una rimanendo a insegnando musica, l’altra andando a vivere in Israele, ma mantenendo comunque i contatti con l’Italia. La cosa particolare è che non si conoscevano fra loro fino a quando i documentaristi le avevano riunite in un film. In una città piccola come la nostra, dove gli ebrei al giorno d’oggi sono un centinaio in tutto, sembrerebbe impossibile. Eppure certi destini non s’incrociano mai, finche non interviene un fattore esterno che li mette di fronte una all’altra, rilevando somiglianze e differenze. Sono vite eccezionali nella loro normalità, persone che hanno potuto salvarsi grazie alle circostanze fortunate, certo, ma anche grazie al coraggio dei loro genitori e all’aiuto di chi ha scelto di rischiare per salvare degli estranei.

Nel caso di Esther, non sono solo le circostanze ad averla protetta, ma l’arte. Nasce in Germania in una famiglia di musicisti, che si sgretola intorno alla metà degli anni Trenta, con i figli che emigrano, per salvarsi, negli Stati Uniti, in Palestina, in Olanda. Anche Esther si prepara ad andar via, ma viene arrestata e internata ad Auschwitz, dove prima esegue lavori pesanti e insensati, portando blocchi di pietra da una parte del campo ad altro, e poi si salva perché viene arruolata nell’orchestra femminile del lager. L’orchestra non è un inutile orpello nella macchina di distruzione: serve a oleare gli ingranaggi, a segnare il passo delle colonne che tornano nelle baracche la sera o a tranquillizzare chi è appena sceso dal treno. La musica è insieme la salvezza e il tradimento, ed era in po’ più facile essere poi spostata in un campo di lavoro, presso la fabbrica Siemens, a confezionare gli interruttori per i sottomarini tedeschi, riuscendo a sabotarne qualcheduno ogni tanto. Il vero Olocausto cominciò però alla fine della guerra, quando la liberazione rende palese la vastità della devastazione, la perdita dei cari che si sperava di ritrovare vivi, e soprattutto un nuovo campo: stavolta in terra promessa, sotto il mandato britannico. Dieci anni dopo, di fronte alle nuove guerre, Esther con la famiglia ritorna in Germania e sceglie di stabilirsi ad Amburgo. Anche se per vivere sceglie di fare la commerciante, non dimentica il passato facendo parte attiva nelle associazioni delle vittime del nazismo, non dimentica l’arte continuando a suonare e a cantare, e non dimentica il presente, uscendo per strada a protestare contro i neonazi e a sostenere i migranti clandestini. Qualche anno fa è stata cooptata in un gruppo rap: mentre due ragazzotti, un turco e uno italiano, rappano testi impegnati, Esther inserisce le parti melodiche con la sua voce alta e vibrante, aggiungendo lo yiddish alle parole in tedesco, unendo le culture in apparenza incompatibili.

Infatti, quando canta, ogni tanto fa dei gesti tipici da rapper provetto, che si mescolano con naturalezza con altri più graziosi. Sapere imparare qualcosa sulla soglia dei novant’anni, già da sola questa capacità merita ammirazione, ma non è l’unica. Il brio con cui si muoveva sulla scena, non dico ancheggiando, ma comunque seguendo con tutto il corpo l’andamento delle melodie, l’accurata articolazione delle parole per lei straniere, l’armonia fra la voce, lo sguardo e l’intonazione, tutto questo ti faceva intuire che questa donna nel suo piccolo è stata una grande artista. Ha eseguito pochi brani, ma ciascuno era come un capitolo della sua vita: Dire Gelt, allegra lamentela di un immigrato sulle difficoltà di pagare l’affitto scritta negli USA dagli ebrei dell’Est, un impasto di yiddish e russo; Du hast Glück bei den Frauen, Bel Ami, la canzonetta tedesca alla moda con cui ha passato “il casting” per far parte dell’orchestra nel campo di concentramento, salvandosi dalla morte; un rifacimento di Sinij platocek, una canzone sovietica dei tempi della guerra, rifatta dalle compagne di prigionie russofone. In originale c’era una ragazza con un modesto scialle blu sulle spalle, che aspetta pazientemente il soldato che combatte per la libertà della patria sovietica; nella loro versione lo scialle era rosso, tinto di sangue, e la pazienza era molto poca: incitavano il soldato liberatore a correre e a volare più veloce che poteva, per venirle a salvare dall’annientamento. Questa era la canzone veramente unica, che poche persone conoscevano all’ora e probabilmente solo lei ricorda al giorno d’oggi. Invece tutta la sala cantava Dona dona dona, una canzone resa celebre da Joan Baez, originariamente scritta in yiddish, un inno alla libertà. La mia preferita è invece Zogt Nicht Keinmol, che in yiddish significa “non dire mai” ed è la canzone scritta nel ghetto di Vilnius dopo le notizie dell’insurrezione del ghetto di Varsavia. Lei l’ha cantato in yiddish, ma avrei potuto seguirla anche in russo, ripetendo le parole di mia nonna. Solo che nella mia infanzia non si cantava dei partigiani ebrei con la pistola in mano che affrontano l’alba, ma di una bella contadina che all’alba viene a salutare il suo cosacco amato che parte per la guerra. I cosacchi, quelli che pochi decenni prima trucidavano gli ebrei, erano celebrati dalla bella voce vellutata di Leonid Utesov, un ebreo di Odessa.

Certo, la voce di Esther non è più la stessa di una volta, l’età non si può cancellare, e il fulcro del suo fascino diventa la tenerezza, l’umanità che traspare anche nei limiti ristretti di un’occasione ufficiale come questa. L’umanità dei piccoli dettagli: l’aver chiesto di accendere la luce in sala, per vedere i volti di chi è venuto ad ascoltarla; il suo essere minuta e leggera, come se il tempo non le pesasse per nulla sulle spalle; lo sguardo attento, le parole misurate, il sorriso amaro – tutto questo faceva di lei quella nonna ideale, che avrei voluto aggiungere ai miei bravissimi nonni reali.

Aveva mostrato anche una pazienza non comune quando, dopo il concerto si è accomodata pazientemente in un angolino, sovrastata dalla folla, a segnare il nome sul libro che racconta la sua vita, scritto da una giornalista torinese. Si vedeva che la mano le faceva male per lo sforzo di scrivere rapidamente, ogni tanto se la massaggiava e andava avanti. Perché questa è l’unica strada che ha seguito nel suo lungo cammino: andare sempre avanti nonostante tutto.

29 gennaio 2014

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...