2. Memorando

Un giro di piazza per lo spettro dell’antisemitismo

Primo Levi lo sapeva. L’antisemitismo torna sempre, e assume una forma diversa ogni volta. Di solito è segnale di una crisi economica e sociale che con gli ebrei non c’entra, ma ha bisogno di una figura di riferimento a cui dare le colpe delle proprie mancanze. Avviene anche nei paesi come l’Italia, dove gli ebrei sono una minoranza, tanto più in un paese come l’Ucraina, dove nonostante lo sterminio e l’emigrazione di massa degli anni ’90, gli ebrei sono numerosi. Basta leggere la lista degli uomini più ricchi e/o influenti del paese, per rendersene conto: gli ebrei sono una presenza costante, assieme agli armeni, tatari, azeri, georgiani, moldavi, a riprova della vocazione multietnica del paese.

La stessa varietà di etnie la ritroviamo anche su Maydan. Ci sono persone di provenienza non uniforme: ho visto scritte in italiano inneggianti all’amicizia fra il popolo marocchino e quello ucraino, ho visto bandiere di tanti stati del mondo, grandi e piccole. Com’è naturale per un arcobaleno, ci sono anche le tinte più cupe: l’ala radicale, il settore destro, con le loro bandiere rosso-nere. A chi li guarda da fuori, con le loro fiaccolate e croci dalla forma sinistramente contorta, viene difficile non pensare al fascismo. Questo permette di scatenare, – o cercare di scatenare, – l’allarme antisemitismo, indispensabile per evocare i vecchi incubi, mai scomparsi dai cuori di chi ha vissuto l’Olocausto, dei loro figli e nipoti. In un paese dove i diritti umani in generale vengono sistematicamente violati dagli stessi organi preposti alla loro salvaguardia, è difficile sentirsi protetti. Visto che gli ebrei spesso fanno parte dell’intellighenzia creativa e del management economica, bloccare la loro partecipazione nella protesta significa privare quest’ultima del sostegno di un gruppo non numeroso, ma incisivo.

Maydan bandiera di Israele

La bandiera di Israele in segno di solidarietà, Maydan, Kiev, dicembre 2013 (с) M. Sorina

Ultimamente, il punto focale delle discussioni riguardanti la protesta in corso si è spostato dai maltrattamenti subiti dagli attivisti e dai programmi politici per il futuro alla questione dell’antisemitismo. Spaventare fa parte della guerra d’informazione: fra l’intellighenzia ebraica vengono fatti circolare articoli allarmanti, si ingigantisce ogni episodio di antisemitismo. Ad esempio, degli ignoti hanno seguito e menato due ragazzi ortodossi che andavano a pregare in una delle sinagoghe di Kiev (dettaglio curioso, uno di loro si è convertito al giudaismo da poco). Questo è un fatto sufficiente per accusare i partecipanti di Maydan di antisemitismo. Va trascurato che gli aggressori non avevano nessun segno distintivo e che per l’aggressione non è stata scelta una sinagoga vicina alla piazza, ma una più distante. Se le aggressioni fossero perpetuate da manifestanti radicali, l’avrebbero rivendicata, facendone un punto d’onore, e avrebbero scelto la sinagoga più vicina al Maydan. Ancora più semplicemente, volendo menare un ebreo sarebbe più facile trovarne uno in piazza, piuttosto che seguire a notte tardi gli uomini che escono dalla sinagoga. A mio avviso (opinione condivisa anche da chi segue la situazione da Kiev), si trattava di provocazioni governative, fatte così, tanto per gettare legna sul fuoco, senza grande convinzione e in totale impunità, proprio per aizzare gli ebrei contro i manifestanti.

Nonostante queste intimidazioni e le voci che circolano sul “panico nella comunità ebraica”, “famiglie degli ebrei evacuate”, basta andare in piazza per appurare che fra i difensori di Maydan di ebrei ce ne sono. A dicembre ho visto con i miei occhi la bandiera d’Israele sulle spalle di una signora. Mi ha spiegato che era ebrea a metà, e che voleva in questo modo rappresentare gli ebrei emigrati che sostengono il Maydan a distanza. Questa era solo una singolo episodio, ma anche fra i vertici di Maydan ci sono degli ebrei. Uno di loro era fra quelli che hanno ripreso Ukrainskij dom e hanno assicurato l’uscita dei duecento allievi poliziotti assediati dentro. È stato proprio lui a portare fuori lo stendardo ufficiale del presidente, esibito a modo di trofeo sul palco di Maydan, come si faceva una volta con le bandiere naziste durante la parata della Vittoria a Mosca.

Questo personaggio, citato senza nome per evitare eventuali ripercussioni, è stato raccontato da un giornalista israeliano, Shimon Briman. Lo stesso giornalista aveva segnalato un episodio antisemita accaduto su Maydan qualche decina di giorni prima, di per sé insignificante, ma caratteristico per sviscerare la costruzione del “caso”. Un abitante di Kiev, ebreo, decide di andare su Maydan a dare una mano. Mentre aspetta il suo turno per registrarsi, parla con i presenti. Fra loro ci sono degli ultra-nazionalisti del partito “Svoboda” che gli domandano, se per caso è un giudeo. Il ragazzo risponde: “è un problema?” Gli dicono di sì e lui se ne torna, offeso, a casa. Sua moglie ne scrive nel proprio blog, e il fatto sarebbe finito lì. Ho pensato che forse era un blog famoso e seguito, l’ho cercato, ma non si trova. Briman invece l’ha trovato, e ha esposto il caso come la prova inconfutabile dell’antisemitismo dilagante.

Fermiamoci un attimo. Il ragazzo se n’è andato prima di essere registrato, e l’affronto non l’ha subito dai responsabili, ma dagli uomini che giravano intorno e non rappresentano la maggioranza. Una cosa del genere sarebbe sufficiente per un articolo? Infatti, il giornalista deve irrobustire la propria argomentazione, e allora trova un argomento: i leader del Maydan non si sono ancora scusati per le varie uscite antisemitiche, accadute qua e là durante la protesta. Come mai non hanno mollato tutto e non hanno posto delle scuse ufficiali alla comunità ebraica mondiale? Da qui l’inevitabile conclusione: ovvio, perché sono antisemiti tutti quanti! È la logica è di chi si offende e aspetta le scuse senza che l’offensore si sia accorto della presenza dell’offeso, ma non ci pensa di informarsi. Le scuse in realtà c’erano state, quando uno del partito “Svoboda” ha aggredito verbalmente l’operatore di una troupe televisiva che indossava una kippah. Si era avviato un battibecco, c’è stata una rissa. Uno dei leader del partito ha subito chiesto scusa al malcapitato.

Si direbbe che un articolo pubblicato su un sito russofono israeliano incide poco. Sarebbe vero se il mondo dell’informazione non fosse aperto e interconnesso. L’informazione gira, va negli Usa, torna in Ucraina, finché non arriva nella posta elettronica del mio nonno, che me lo inoltra come prova palese del pericolo che incombe sulla nostra famiglia. Il testo originale, ricopiato, è anche accompagnato da un titolo scritto a caratteri cubitali colorati di blu, di modo che tutti i nonni che lo leggono si spaventino: “Sulla piazza della vergogna i figli e i nipoti degli omicidi che sterminavano i “giudei” in Babij Yar e nelle centinaia dei villaggi e delle città Ucraine nel 1941-1943”. Considerando che i maggiori responsabili degli eccidi erano, comunque si giri la questione, i tedeschi, si dovrebbe immaginare Maydan pieno dei sudditi alemanni. Ammesso che ci limitiamo agli ucraini collaborazionisti, dire che sono loro a occupare Maydan significa non distinguere nessuna sfumatura: o bianco, o nero. Per chi cerca sempre il nero, Maydan è antisemita. La condanna così grave viene pronunciata su base di tre casi confermati di antisemitismo in 2,5 mesi della protesta: una poetessa ha letto dei versi antisemiti nelle prime settimane, quando c’era ancora il microfono aperto (mai più tornata sul palco), poi la rissa per il copricapo tradizionale e ci fu una scena nello spettacolo tradizionale natalizio, dove figurava un attore vestito da ebreo ortodosso (personaggio tradizionale degli spettacoli natalizi ucraini). Per contro ci sarebbero da citare diversi oratori ebrei, anche dei rabbini, che parlavano dal palco e un gruppo klezmer che ha suonato per la gioia di tutti, ma stranamente vengono trascurati.

Gli antisemiti sono presenti indubbiamente su Maydan, come in ogni ufficio o fabbrica del paese. L’ho riscontrato quando a dicembre, mentre prendevo un tè con un gruppo di amici, uno di noi ha fatto una battuta antisemita descrivendo la città di Dnepropetrovsk come troppo dedita al commercio perché impregnata di spirito ebraico. Lui era l’unico a sostenere questa ipotesi, gli altri dissentivano e non ci davano alcuna importanza. Credo che questo nostro gruppo era uno specchio fedele della composizione del Maydan. Gli antisemiti ci sono, come anche altrove nella società civile; la questione è: sono loro a dettare la propria volontà alla maggioranza, o rimangono solo un gruppo minoritario? Se il settore civico continuerà a prevalere sull’ala radicale, se gli ebrei e i rappresentanti degli altri popoli dell’Ucraina continueranno a partecipare alla protesta, si potrà ragionevolmente sperare che dai pochi semi di nazionalismo non nascerà nulla di più forte. L’ondata di accuse di antisemitismo lanciata in questi giorni serve indubbiamente a spaventare gli scettici e allontanare i moderati, ma non riesce a raggiungere il proprio scopo.

Qual è stato l’episodio da cui è partita questa ondata? Non c’entra il giorno della memoria, ma il cosacco che è stato denudato sulla neve. A pubblicare il video sul proprio profilo in un social network è stato uno dei Berkut. Questo ha attirato l’attenzione sulla sua persona, e si è subito notato che il suo diario era pieno di vignette pro-russe e antisemite. Di conseguenza, si è notato che anche il profilo FB di Berkut stesso, la rappresentazione dunque di un organo di potere, era impregnato dello stesso spirito: i servi del popolo erano decisamente schierati a difesa della Russia per la purezza della razza. Ovviamente, i giornali ebraici li hanno presi di mira, facendo degli screenshot delle vignette antisemite.

Non cercate di andare a vederle oggi: troverete un quadro molto cambiato. Ora ci sono soprattutto le denunce dell’antisemitismo del Maydan. Si cerca di ripulirsi dalle accuse gettando fango sugli avversari. Premesso che difficilmente i militari di Berkut sanno di questo profilo e hanno tempo per postarci qualcosa ogni 5 minuti, chi per loro riempie di contenuti il loro profilo ci prova ma non riesce a nascondere le tracce dei veri valori delle forze speciali. Il loro orientamento traspare nel fatto che scrivono in qualunque lingua tranne che in ucraino, con evidente intento di rivolgersi al pubblico inglese e tedesco; che fra i commenti si inneggia a Putin come unico salvatore dei russi residenti nel paese; e addirittura si arrivi a dichiarare (sempre nei commenti) che il leader del partito “Svoboda” Tiagnibok, noto appunto per il suo antisemitismo, è un “giudeo pagato dai giudei”. Si preme sul tasto delle emozioni forti con le foto delle fosse comuni e degli ebrei-collaboratori dei nazisti, e si cerca di darsi un tono intellettuale con i video che dimostrano che l’Unione Europea è antisemita tutta quanta, e vuole distruggere Israele, finanziando Hamas, per mettere le mani sui giacimenti di gas naturale in zona, i più grandi del mondo secondo l’autore del video. In altri articoli, con la stessa sicurezza, vi dimostreranno il contrario, ovvero che l’Europa è totalmente semitica, gestita dai banchieri ebrei e che, nel caso l’Ucraina ci entrasse, avrebbe rovinato tutto quanto, perché gli ebrei, si sa, sono degli esseri malvagi che distruggono tutto quel che toccano. Per fortuna, questi video durano poco: vengono rimossi da YouTube in quanto contenenti “shoking and disgusting content”.

La situazione è talmente confusa, che ti viene a volta una sorta di vertigine d’incredulità. Ad esempio, quando trovi un sito di “Organizzazione dei combattenti ebrei”, con tanto di bandiera fatta di stella di Davide e aquila imperiale, che si propone di difendere le proprie famiglie sia contro i nazionalisti radicali che contro le forze dell’ordine, armi in mano.

Mi faccio un contraddittorio da sola. Non è forse vero che il fascismo italiano degli esordi ha visto un’ampia partecipazione della classe media ebraica? Non potrebbe essere che gli ebrei vengono tollerati nel mentre si prende il potere e poi verranno messi all’indice? La paura che si ripeti la storia, che gli umani siano sordi alle lezioni del passato, è forte. Le garanzie non ci sono. Dipende da ciascuno di noi, che viviamo oggi, se la protesta verrà abbandonata nelle mani dei radicali nazionalisti, o se manterrà il suo assetto pluralista e democratico.

Tel Aviv, 5 febbraio 2014

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...