L'amore ai tempi del Dragone

L’amore ai tempi del dragone (e altre storie un po’ meno sentimentali): Appunti sparsi sulla vita degli abitanti della Repubblica Popolare Cinese

La conduttrice Ding Yu

La conduttrice Ding Yu

Puntata 6: Dead men talking

Di Serena De Marchi

Tra il 2006 e il 2012 la televisione dello Henan (una provincia della Cina centrale che conta circa 100 milioni di abitanti) ha mandato in onda un programma decisamente originale: Interviste prima dell’esecuzione, nel corso delle quali la conduttrice, Ding Yu, ha parlato complessivamente con più di 200 persone condannate a morte. Nel marzo 2012 la BBC ha girato un documentario su Ding Yu e il suo programma, e poco dopo, la trasmissione in Cina è stata definitivamente sospesa. 

Nella Repubblica Popolare oggi sono 55 i crimini punibili con la sentenza capitale1, e comprendono, oltre ai reati di sangue, anche: corruzione, abuso d’ufficio, tradimento, ribellione armata, contrabbando e alcuni altri. La Cina inoltre non rilascia alcun documento ufficiale sui numeri delle sentenze attuate annualmente, che sono in realtà un segreto di Stato, la cui divulgazione è perseguibile penalmente. Secondo un rapporto di Human Rights Watch2 del 2009, in Cina verrebbero eseguite più sentenze che in tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. L’esecuzione avviene tramite fucilazione o iniezione letale (la seconda sta prendendo piede da relativamente poco tempo, la prima è sicuramente la più comune). Non esiste la presunzione di innocenza e le confessioni spesso vengono estorte prima che il sospettato abbia potuto consultarsi con un avvocato. 

Ma torniamo alle Interviste: lo scopo della trasmissione è quello di fungere da monito agli spettatori, nonché mostrare loro quello che succede quando non si rispetta la legge dello Stato. Ding Yu conduce lo show con estrema professionalità, fa le domande giuste e dà la possibilità a queste persone di esprimersi, dire due parole ai familiari, dar sfogo ai loro sentimenti. Eppure non posso fare a meno di notare che il suo atteggiamento verso gli intervistati rimane sempre un po’ distaccato: «mi dispiace per queste persone, ma non le compatisco, devono pagare per quello che hanno fatto», dice. E ancora: «Hanno fatto la scelta sbagliata, e il prezzo da pagare è la loro vita»3.

Linxing huijian, Interviste prima dell'esecuzione

Linxing huijian, Interviste prima dell’esecuzione

Eppure, paradossalmente, i ritratti che vengono delineati in quei fotogrammi lasciano scorgere delle umanità fragili, deboli, e profondamente tristi. Non riesco a non compatire quelle persone, percepisco l’essere umano prima di percepire l’essere assassino.

Nel documentario si vede come le interviste vengano condotte a volte anche pochi minuti prima dell’esecuzione: una scelta un po’ macabra, soprattutto agli occhi di noi occidentali. In questi ultimi momenti, ai condannati è concesso di salutare i familiari e dire le ultime parole. Dopodiché vengono fatti salire sul retro di una specie di camionetta aperta, al collo portano un cartello con su scritto il nome e il reato commesso. La camionetta quindi viene fatta sfilare per le vie della città prima di raggiungere il luogo dell’esecuzione4. Sono scene che mi hanno colpito tantissimo.

Secondo la Costituzione, in Cina non possono esistere associazioni esplicitamente contro la pena di morte5, d’altronde il sentire comune della popolazione cinese è ancora molto radicato al concetto del una vita per una vita, che probabilmente risale alla filosofia legista sposata dall’imperatore Qin Shi Huang, III secolo a.C. circa.
La maggior parte dei cinesi ritiene ancora oggi che sia un metodo legittimo (Ding Yu è un’egregia rappresentate di questo pensiero). E tuttavia, qualcosa sta cambiando. Nel 2010 Teng Biao, un avvocato di Pechino, ha fondato, insieme ad un’altra trentina di colleghi, China Against Death Penalty6. L’associazione ha lo scopo di vigilare sui processi in cui è in ballo la pena di morte ed evitare che vengano commessi errori giudiziari (in Cina ci sono stati diversi casi in cui si è finito per giustiziare delle persone poi provate innocenti). È ancora un’associazione piccola, con fondi limitati, ma sta cercando di mobilitare sempre più avvocati e volontari: il suo scopo ultimo è quello di portare al numero più basso possibile le esecuzioni capitali. 

Le interviste

Le interviste

Ora non so voi, ma per quanto mi riguarda, da che ho coscienza di me, ricordo di esser sempre stata contraria alla pena di morte, non c’è stato chissà quale processo di discernimento interiore che mi ha fatto arrivare a quella conclusione, anzi la mia mi è sempre sembrata una posizione perfettamente ragionevole, naturale, quasi. Il concetto di vendetta legalizzata mi pare assurdo, e inoltre non risolve il problema dei crimini: nei paesi in cui viene attuata non ne vengono commessi di meno. Se però provo a fare questo ragionamento con un cinese, come minimo storce il naso: in primis perché non si dovrebbe parlare di cose così spiacevoli, e poi perché probabilmente lui invece giudica la sentenza capitale come una cosa perfettamente ragionevole e naturale.

Ma davvero? Davvero i cinesi considerano ragionevole, giusta, la pena di morte? Perché? Vi confesso che sono domande su cui mi sono arrovellata non poco. La spiegazione che mi do è che probabilmente ci vorrà ancora molto tempo prima che la Cina consideri seriamente di abolire la pena di morte, semplicemente perché prima bisognerà dare il tempo alle persone di pensarci su, allentare le cinghie della propaganda e della censura, dar loro il tempo di capire che effettivamente si tratta di una soluzione crudele e ingiusta. 

Vorrei concludere, mi si perdoni la retorica, con la frase di un pensatore occidentale e illuminista; con la Cina non c’entra niente, anche se ho scoperto che è stato tradotto persino in mandarino (che è già una buona cosa!). Certe parole dovrebbero essere scolpite sui marmi di tutto il mondo, tanto sono vere e universali: Parmi un assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio. Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, 1764.

Parmi un assurdo davvero.

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1Erano 68 fino a qualche anno fa; sono stati rimossi dalla lista 13 crimini, tra cui frode fiscale, contrabbando di cimeli storici, ecc. Per una lista completa potete consultare: http://en.chinacourt.org/public/detail.php?id=5

3Da China’s death row TV hit: Interviews before execution, Bbc News Magazine: http://www.bbc.co.uk/news/magazine-17303746

4Questa pratica non è più legale attualmente.

5Tutte le associazioni in Cina devono avere l’approvazione del governo per essere legalmente valide, va da sé che non possano esistere associazioni in aperta opposizione alle leggi dello Stato.

6Da Why most Chinese still support the death penalty, Tea Leaf Nation, http://www.tealeafnation.com/2013/05/why-most-chinese-still-support-the-death-penalty/. In realtà il nome cinese dell’associazione è Zhongguo sixing guancha, cioè letteralmente Osservatorio sulla pena di morte in Cina, molto meno audace di Cina CONTRO la pena di morte.

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