5. Letture d'altrove/Alma-vision

“La grazia di casa mia”, parlando con Julio Monteiro Martins

Lo dà alle stampe, Julio Monteiro Martins, dopo anni di attesa, di riscrittura, di riflessione, di vita, e ne nasce una raccolta poetica che avvolge, scuote, provoca. La intitola “La grazia di casa mia” (Rediviva Edizioni) e mescola sapientemente i temi più vicini all’uomo: l’amore, l’amicizia, i ricordi, il tempo, l’essere.

Cos’è la poesia per te, Julio, che, in primis, sei narratore? 

La mia poesia e la mia narrativa, anche se scaturiscono da una stessa soggettività, che è la mia, e da uno stesso tempo storico, che è il nostro, hanno compiti diversi e complementari. La poesia parte dal confine dove si ferma la narrativa. Si avventura per regioni dell’inconscio dove niente è più chiaro o definito, naviga dentro la nebbia, raccoglie impressioni, intuizioni, emozioni diffuse e indistinte; rinuncia alla chiarezza della prosa, con le sue metafore estese, i suoi monologhi interiori e il “chiaro enigma” dei suoi simboli, per perdersi in un mondo più oscuro e più pericoloso, in cui le idee sono fugacemente illuminate da lampi d’intuizione, da insight improvvisi e spaventosi. È possibile che proprio per questo la mia poesia sia impregnata di una verità più essenziale, anche se meno nitida, che della verità imbrattata dalle circostanze che emerge dalla narrativa. Non esiste tuttavia un passaggio nitido tra la prosa e la poesia, entrambe coabitano una zona grigia, e all’interno di un testo di narrativa non di rado compare l’espressione poetica per accrescerlo in profondità, in essenzialità, in mistero.

ImmagineDurante la stesura della mia prosa a volte sento il venir meno della razionalità e la comparsa della voce dirompente della poesia, come in una vertigine, o come il taglio di una lama affilata, a reclamare l’esposizione della natura specifica della sua verità. C’è un titolo di un romanzo di Clarice Lispector che mi piace molto, “Vicino al cuore selvaggio”. Ecco, è come se la scrittura fosse improvvisamente allontanata dal cuore abituale per avvicinarsi a un secondo cuore, più “selvaggio”, quello da dove proviene la poesia, che palpita diversamente e fa circolare un sangue diverso, più fluido e più veloce. La vertigine deriva da questo “sbalzo circolatorio” improvviso.

A differenza della prosa, per la poesia hai desiderato attendere prima di pubblicare il volume “La grazia di casa mia”. Prosa e poesia hanno tempi diversi di creazione e “degustazione” da parte del pubblico? 

Lo stesso processo creativo nebuloso e travagliato, lento e sofferto della mia poesia immagino che si rifletta anche nella sua ricezione, a parte il fatto che la presenza dell’ironia, dei giochi con le parole dell’italiano e del portoghese e le situazioni buffe che ogni tanto emergono all’interno delle “narrative poetiche” probabilmente servono ad alleggerire non poco la lettura, a renderla scorrevole e a volte addirittura divertente.

Sì, i tempi di “degustazione” come dici saranno diversi, richiedono una qualità più riflessiva dell’attenzione nel caso delle poesie, e forse anche più trasporto emotivo, ciò che non urta con la riflessione ma l’acutizza, ma credo anche che il lettore che cerca senso e bellezza, che vuole illuminare certe zone d’ombra del mondo e della propria esistenza, nel labirinto della sua psicologia, amerà le risposte e le nuove domande giunte da qualsiasi veicolo, che sia la narrativa o la poesia, il teatro o il cinema d’essai.

 “La grazia di casa mia”, perché questo titolo e quali temi custodisce tra le sue pagine?Immagine

“La grazia di casa mia” è l’ultimo verso della poesia “Vivere in esilio”, e al contrario di quello che può sembrare di primo acchito, non si tratta di una celebrazione della “grazia” di Niterói o di quella della nuova “casa mia”, la Toscana, ma in verità parla di una probabile “disgrazia” che – ahimé! – mi aspetta, come dice la poesia stessa, “esalare l’ultimo respiro / in lontananza, / eternamente assente / dalla grazia di casa mia”.

Quanto ai temi, sono in tanti, e mescolati, non è facile nominarli. Dalle istantanee del quotidiano emergono spesso barlumi di sublime, l’ordinario custodisce lo straordinario, e nelle sue tematiche gli elementi fondanti e fondamentali dell’esistenza sono tutti presenti: la vita effimera e la morte, l’amore e le sue impossibilità, i bambini nati e quelli non nati, il linguaggio stesso, l’esilio e i dolori della lontananza, il tempo implacabile, l’essenziale solitudine dell’uomo.

 Ti viene attribuita la distinzione tra “scrittori migranti” e “migranti scrittori”. Chi sono gli uni e gli altri? Pensi sia salutare per gli scrittori italofoni la categoria “scrittura della migrazione” oppure li penalizza non essere considerati scrittura italiana contemporanea? 

 In passato si è creata una polemica inutile intorno a quest’osservazione. Si tratta della constatazione di un fatto semplice e piuttosto ovvio, il fatto che tra le diverse tipologie di scrittori migranti in Italia c’è anche questa possibile distinzione tra quelli per cui l’immigrazione è il fattore scatenante e determinante della loro scrittura – e che quindi hanno cominciato a produrre le loro opere dopo il loro arrivo in Italia -, che sarebbero migranti divenuti scrittori, e coloro che sono emigrati a causa della loro scrittura, la cui identità precedente al loro trasferimento era ormai quella dello scrittore, che avevano già un’opera letteraria evoluta in lingua materna e, in un certo momento del loro percorso letterario, hanno avvertito l’urgenza di trasferirsi altrove, in un altro ambiente con un idioma diverso, proprio per dare proseguimento alle loro aspirazioni, che spesso erano bloccate per motivi di ordine interno, creativo, o ancora più frequentemente di ordine esterno, editoriale, di rapporto con i media, ecc. Questi ultimi sarebbero scrittori migranti. Sono fenomeni molto diversi, per origine, motivazione e percorso, ma entrambi hanno prodotto testi importanti e originali. Bisogna essere ben chiaro sul fatto che in questa mia analisi, nello sforzo di capire queste diverse tipologie, non c’è, e non potrebbe mai esserci, nessun giudizio di valore e nessuna “gerarchia” letteraria o di altro tipo. Si tratta solo del doveroso riconoscimento di una diversità. Sono scoperte che arrivano a partire da una conoscenza più approfondita di questo fenomeno, a un maggior impegno epistemologico e concettuale. Che ci portano anche a verificare che, per esempio, le opere più direttamente autobiografiche sono da attribuirsi spesso ai “migranti scrittori”, mentre quelle più squisitamente letterarie, più complesse ed elaborate a livello formale, quelle con maggior presenza dell’invenzione, dell’immaginario simbolico, appartengono agli “scrittori migranti”.

Quanto alla categoria “scrittura della migrazione” per ora è un’etichetta indispensabile, per ragioni didattiche e di identità nell’ambito della nuova letteratura europea, per distinguerla per esempio dalla letteratura post-coloniale, ma penso che con il tempo e l’affermazione di correnti al suo interno, estetiche, ideologiche e di genere, di generazione e di origine linguistica, questa “etichetta” naturalmente scomparirà, sarà digerita e metabolizzata dalla sua stessa complessità.

D’altronde, non penso che ci penalizzi perché tanto noi siamo la letteratura italiana contemporanea, volente o nolente. Scriviamo su personaggi, tematiche e ambienti italiani e in lingua italiana. Sarebbe assurdo e ipocrita volerci escludere dalla categoria alla quale appartengono i nostri colleghi Erri de Luca, Valerio Magrelli o Giulio Mozzi. Bisogna d’ora in poi vedere l’insieme dall’alto, non in modo provinciale o partigiano, ma come studiosi seri, con assoluta onestà intellettuale.

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