1. Le parole sono importanti!

La terra di tutti

La domanda più difficile da sempre per me era: “di dove sei?”. Non potendo snocciolare a un perfetto sconosciuto tutta la trafila di persona nata in un paese, cittadina di un’altra e con la lingua madre e nazionalità differenti dalle prime due e fra loro, mi limitavo ad una educativa manovra di attacco, che spostava l’attenzione dalla mia modesta persona sui massimi sistemi geopolitici: “vengo dal paese più grande d’Europa. Sai qual è?”

La risposta giusta non arrivava mai. Supponevano: Francia? Germania? – andando contro ogni evidenza della mia parlata decisamente non francofona o teutonica. I più progrediti si ricordavano della Russa, ma la Federazione Russa, si sa, non sta in Europa interamente, anzi, se ne fa un vanto del essere Euroasiatica, per cui la escludevo dal conteggio dei metri quadrati di superficie abitabile europea. Questo era il mio modo per far entrare il concetto d Ucraina nella testa della gente incontrata per caso, di associare a questo nome geografico qualcosa che vada oltre al Shevchenko inteso come Andriy (certo non Shevchenko Taras, il più grande poeta ucraino), al “granaio d’Europa”, belle donne a basso costo o Femen per i più socialmente impegnati.

Ora se ne sono accorti tutti dell’esistenza dell’Ucraina e addirittura hanno imparato a mettere l’accento sulla “i”. Peccato che la sua estensione territoriale, ora che la conoscono in molti, non sia più una certezza.

Crimea. Al massimo qualche vago ricordo della Guerra in Crimea, combattuta da chissà chi chissà quando. Italiani con le scarpe di cartone che si congelano nella steppa. La conferenza di Yalta, forse. Per me è il luogo dell’anima per eccellenza. La terra di tutti, antica e densa di storia come Gerusalemme o la Grecia. Crocevia di culture e popoli, luogo di battaglie e commerci, di fortezze genovesi e templi greci. Dal 1980 al 1993, e qualche volta anche dopo l’emigrazione, ci sono sempre andata d’estate, passando dall’essere una bambina libera dai condizionamenti che scorrazzava con i genitori su e giù per i monti e le spiagge selvagge, raccogliendo le conchiglie e le more nel roveto, fino a diventare una hippy che segue una truppa di sbandati da una baia ad altra alla ricerca del sole. È un luogo senza il quale non posso immaginare l’universo.

Monumento ai caduti, Feodosia, Crimea

Monumento ai caduti, Feodosia, Crimea (c) M. Sorina

Ora questo luogo sta per essere invaso e occupato. O forse lo è già stato, dipende dai punti di vista. Il potere è nelle mani di un governo provvisorio, il controllo è in mano ai militari di provenienza ignota. Per decidere se restare in Ucraina o passare a far parte della Federazione Russa, fra una settimana si farà un referendum di facciata, anticostituzionale e sbrigativo, a cui non parteciperanno gli osservatori internazionali. Per tre mesi, anche in situazioni di scontro a fuoco, mantenevo sempre la speranza che la ragione potrà prevalere e che l’Ucraina sarà lasciata gestire in pace i propri problemi interni. Ma ora le cose che un mese fa sembravano un’esagerazione sono realtà. In Crimea ci sono dei militari senza segni distintivi ma equipaggiati di tutto punto, che bloccano le basi militari ucraine e controllano l’ordine. Gli “ometti verdi” li chiamano, come se fossero alieni, ma si sa da quale pianeta arrivano. Con loro ci sono anche i “lupi della notte”, un gruppo dei biker ultranazionalisti, una sorta di animali da compagnia del presidente P., che con il suo benestare – e la sua presenza sopra un Harley scintillante a testa del  corteo – hanno portato non meglio precisati “aiuti umanitari” in Crimea, dove per ora non c’è né guerra, né carestia. L’ironia di riproporre in salsa nazional-popolare russa una subcultura squisitamente americana evidentemente sfugge a chi ha armato questa improbabile spedizione.

Turisti sotto il monumento ai caduti nella Grande Guerra patriotica.

Turisti in Koktebel, Crimea (c) M. Sorina

Il pathos e la farsa si mescolano per ora in parti uguali, creando l’angoscia difficile da scacciare. Se i potenti di un paese potente si comportano in modo così irresponsabile e decisionista, se si tirano in ballo gli spettri di conflitto mondiale come un modo comodo per coprire le proprie falle economiche, non possiamo immaginare quale assurdità ci riserverà il domani.

Il 22 febbraio l’angoscia aveva raggiunto il culmine (o così sembrava al momento). Era impossibile staccarsi dal computer mentre in diretta cadeva il governo, venivano rilasciati i prigionieri e si contavano i morti da entrambe le parti. Era impossibile anche restare isolati, chiusi nel guscio, lontani mille chilometri dall’Ucraina. Andare subito lì? Portare qui i genitori? Mandare giù i soldi per fare scorta di sale e sapone? Non mandare nulla tanto le banche sono chiuse?

Ho chiamato un’amica ucraina: organizziamoci, facciamo qualcosa! Lei avrebbe voluto, ma era a letto con il raffreddore. Il giorno dopo ho trovato un modo per non sentirmi isolata: sono andata a Milano per stare qualche oretta con gli altri che manifestavano in piazzale Cordusio, a cantare l’inno che per l’occasione ho imparato finalmente per intero, a soffocare le lacrime alla vista delle candele che segnavano le vite spente dalla violenza durante la protesta, a guardare i bambini mesi sulle spalle robuste dei papà a divertirsi con palloncini giallo blu e le bandierine. C’erano preghiere, poesie, pianti. C’era la rabbia e la sensazione della festa mancata. Le richieste di Maydan sono state soddisfatte, ma con il sangue ancora fresco sul selciato di Khresciatik c’era poco da gioire.

Lunedì ero sicura che non avremmo potuto organizzare nulla del genere a Verona. Poi mi ha chiamato Livia dicendo che a Casa di Ramia, un centro comunale per donne migranti, ci sarà una riunione organizzativa a cui parteciperà anche la responsabile di “Malve di Ucraina”. Mi sono presentata dieci minuti prima della riunione e ho spiegato alla signora Ivanna cosa volevo fare. Lei ha promesso di parlarne con le altre e richiamare. Martedì è passato nell’attesa della sua chiamata. È arrivata. Le donne dell’associazione ucraina promettevano di venire. Mercoledì ho fatto il giro degli uffici: Digos (gentilissimi), ufficio occupazione suolo pubblico (sgarbati, erano chiusi e mi hanno tenuti sulla porta), ufficio manifestazioni del comune (gentilissimi e partecipi). Poi un fax all’ufficio del sindaco e futili tentativi di chiamare l’ufficio pubblicità tributi, che avrebbe dovuto vidimare il nostro ancora non-esistente volantino. Queste ore di trafila burocratica mi hanno confermato ancora una volta che in Italia se vai secondo la legge, è meglio che non esci di casa, ma tutto sommato, nelle parole e negli sguardi dei responsabile, si leggeva: fate quel che volete. Giovedì: stesura e spedizione comunicato stampa, stesura volantino. Come recuperare le statistiche precise degli scomparsi, feriti e morti, se ogni secondo qualcuno può morire per le ferite rispostare, spostandosi da una categoria al altra? Venerdì: attesa di una qualche chiamata da parte della decina dei giornalisti interpellati scelta del bordino per il volantino, stampa volantino, affissione (senza alcun permesso!) della locandina che invita la gente all’incontro. Università, librerie, biblioteca civica, negozio di alimentari russo. Sabato: pioggia e vento pazzesco, scelta del soundtrack, recupero del megafono dagli amici del Arci Gay. Ah, sì, e un gruppo di turisti russi al giorno. Con la necessità di tenere i denti stretti mentre loro, ridacchiando, parlano di Simferopoli e Sebastopoli in cui i militari russi senza segni distintivi non fanno nulla di speciale, così, aiutano a mantenere l’ordine.

Domenica è stata favolosa. Continuava a piovere e sapevamo che nessuno sarebbe venuto. Tranne noi, ovviamente. La mattina lavoro con una coppia di turisti: lui ucraino russofono, lei russa del nord, felicemente sposati da trent’anni, di cui venti passati a nord nel settore petrolifero. In qualche modo fin dai primi minuti abbiamo capito: al posto delle bellezze italiche abbiamo nella mente un solo pensiero – l’Ucraina. Girando per la città post-carnevalesca ci sforzavamo a non divagare, eppure anche nella storia di Verona – nelle lotte intestine degli Scaligeri, nell’annessione alla Repubblica Veneziana in qualità di appendice agricola, – trovavamo le tracce del nostro presente. A parlare con loro ho quasi perso conto del tempo. Rimaneva mezz’ora al minuto stabilito quando sono tornata a casa per pigliare il megafono, le stampe e le mappe varie da usare come illustrazioni con gli eventuali curiosi, e soprattutto per infilare sopra un maglione la mia camicia ucraina ricamata. Era la prima volta dai tempi di asilo nido che mi mettevo qualcosa di folcloristicamente patriottico.

Andando in piazza non avevo fretta, sicura che ci ritroveremo in quattro gatte, anche se il tempo era migliorato. Mi sembrava già una fortuna enorme che non ci fosse pioggia. Appena girata l’Arena ho visto da lontana la folla, anzi, più che vedere l’ho percepita, nel rumore e nella nuvoletta gialloblù. Erano tutte li, alle tre in punto, le donne, tutte più grandi di me, tutte badanti, tutte ucrainofone, con i poster disegnati a mano. Mi sono messa a correre, perché senza l’amplificazione era difficile iniziare. Mi hanno messo in testa una corona di fiori e nastri colorati, un altro accessorio dei tempi di asilo. Abbiamo cantato l’inno, abbiamo parlato in italiano, russo, ucraino, abbiamo letto e tradotto poesie ucraine. Loro hanno pregato. Alcuni amici di passaggio hanno preso parola: una polacca, un italiano. Livia e Sara hanno portato le sedie, su cui poteva riposarsi chi era stanco. Un ragazzo ucraino di Treviso ha preso il megafono e lo reggeva, permettendo alle donne di parlare senza il peso in mano. Sono passati tre miei studenti di russo di diversi corsi, tutto con gli occhi lucidi e commossi. I volantini hanno giustificato il loro nome volando via, distribuiti in un batter d’occhio nelle mani dei passanti. Quando sono finiti, un’amica italiana è andata nella tabaccheria più vicina e ne ha aggiunto un centinaio in più, di tasca sua. Sono finiti subito anche questi.

Se non parlavo al megafono, giravo fra la gente, trovando spesso delle persone ben informate sui fatti dell’Est che si mettevano poi a fare dibattito al posto mio. Quando non sapevamo che fare, le donne si mettevano a cantare in coro le canzoni popolari. Cosa chiedevamo al mondo? Parlavamo di pace, di sovranità. Ricordavamo i caduti e pregavamo che non ce ne siano più di nuovi. Parlavamo del pericolo di una terza guerra mondiale e avvertivamo che, quando scoppierà, arriverà fino a Verona. Chiedevamo di non credere ai mass meda, plagiati dalla propaganda russa. Dicevamo che l’Est e l’Ovest sono uniti, almeno qui, in emigrazione, e che non vogliamo vedere il nostro paese diviso e indebolito. A fare da contrappunto, un banchetto di secessionisti veneti giusto di fronte a noi.

Il tempo è volato. Abbiamo raccolto le nostre cose. Uno dei poliziotti che ci ha seguite da una certa distanza (per non spaventare la gente, ha spiegato) si è avvicinato e ha messo il suo soldino nella scatola delle donazioni. Si raccolgono aiuti per una famiglia rimasta senza padre, ucciso su Maydan. Era compaesano di una delle donne dell’associazione.

Siamo tornate a Casa di Ramia per festeggiare il compleanno di una delle signore. C’era da bere e da mangiare, e presto la tensione e l’agitazione si sono trasformate in un fiume di canzoni. Parlavano tutte dell’amore, non amore platonico, sospirato, ma di cose molto concrete: che scusa accampare con la madre per scappare la sera nel campo di grano per parlare con l’amato, come affrontare l’alba dopo le notte passata nel giardino di ciliegi fioriti, come spiegare alla ragazza che non era con lei che ha passato la sera prima, come riuscire a convincere l’amata, stanca dal lavoro nei campi, a uscire giusto un pochettino la sera. “La primavera viene e porta la bellezza”, – cantavano, mentre io mi rifocillavo con una generosa dose di insalata russa. Noi la chiamiamo “insalata Olivier”, ma non perché la Russia ci stia sulle palle. Ai russi li volgiamo bene, nella misura in cui non ci vogliono del male. Sono i loro regnanti che, probabilmente, come ben altra voce autorevole ebbe a dire, “hanno perso contatto con la realtà”.

Era tardi. Ho chiesto alle donne di cantare una canzone che mi concilierà con l’idea di lasciarle e tornarmene a casa. Nella mia famiglia, ebraica e russofona, la canzoni ucraine si cantavano eccome. Insieme alle canzoni russe, inglesi, spagnole, italiane, ebraiche e francesi. Ho chiesto quella energica, sui contadini che falciano in cima del monte mentre a valle passano i cosacchi, di cui uno ha scambiato sua moglie per una bella pipa dia tabacco. Mentre cantavano, me ne sono davvero andata, chiudendo piano-piano la massiccia porta di ferro. La melodia filtrava dalla finestra aperta, penetrando la notte veronese. Non ero più sola. Non sentivo angoscia, solo speranza che la ragione prevalga.

Era domenica, 2 marzo 2014.

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