2. Memorando

Kharkiv: la messa a fuoco

Monumento a Kharkiv

Monumento al soldato-liberatore, Kharkiv (c) M. Sorina

Sulla mappa dell’Ucraina di oggi, scandita da scontri violenti e Anschluss pacifici, la storia si fa a furia di toponimi: piazza Indipendenza, via Bankovskaja, via Grushevskogo, e adesso via Rymarskaja. Questa via parte dal nuovo Teatro dell’Opera, e va a finire sul retro del Teatro Drammatico ucraino. In mezzo c’è un teatro abbandonato, o meglio, chiuso fino alla data da destinarsi. Una volta l’Opera era ubicata proprio in questo vecchio edificio, ed era lì che per la prima volta in vita mia avevo visto un’opera lirica. Era “Il barbiere di Siviglia”, leggero e vivace, scelto dai miei per  introdurme alla musica classica. Negli anni Novanta hanno spostato l’Opera nel mostruoso edificio moderno, al quale con fatica ci siamo ormai abituati tutti. Nell’edificio svuotato è stato trasferito il Teatro Filarmonico, e l’edificio del Filarmonico è stato abbattuto per dare spazio a un centro commerciale mostruoso, al quale abituarsi è impossibile. Poi anche il Filarmonico è stato chiuso. In questa guerra di arte e mostruosità la partita è persa in partenza. Ci sono anche edifici di utilità più pragmatica: l’ufficio del ministero degli interni, dove rilasciano i passaporti esteri. Dove nel 1995 mi hanno consegnato il passaporto per emigrare in Israele, cancellandomi dal novero dei residenti in Ucraina contestualmente. C’è un ginnasio, dove sono d’obbligo tre lingue straniere, cinese e polacco inclusi. A fianco un caffè amato dalla gioventù creativa, dove hanno 18 miscele di tè e se l’ordine non ti arriva entro il tempo scandito da una clessidra, puoi consumare senza pagare. Infine, la via è costellata da una miriade di chioschi, dove poter cambiare valuta, che ti permettono di orientarsi a vista fra diversi tassi di cambio e scegliere quello più vantaggioso di qualche centesimo di hryvna.

Percorrevo questa via ogni volta che andavo al mercatino dei libri pulciosi con mio papà. Era il nostro rituale, andare a frugare fra i libri polverosi: io cercando di dissimulare in ogni modo la mia provenienza da altrove e lui invece annunciando ad alta voce ai venditori, sempre gli stessi, “Ecco, mia figlia è arrivata dall’Italia!”, con il conseguente rialzo dei prezzi. Una gran parte della mia vasta quanto inutile collezione di riviste satiriche sbiadite e manuali scolastici sovietici proviene da quel contorto percorso di cartoni impolverati e gatti che dormono sopra le pile di vecchi giornali, chiamato provvidenzialmente “vicolo Classico”.

C’era ancora un piccolo edificio che mi è sempre sfuggito. C’era dentro un ente poco interessante, come era poco interessante tutta la retorica nazionale fino a poco fa: la società per la diffusione della cultura ucraina “Prosvita” (“Educazione”). Ora so che è sede di un’organizzazione civica fondata nel 1968 a Leopoli per la diffusione della cultura ucraina, ma fino al 14 marzo non sapevo manco cosa fosse. Incalzata degli amici di Kharkiv che stavano contando i feriti e i morti, la sera del venerdì scorso ho dovuto mettere a fuoco la visione mentale di via Rymarskaja. Perché l’educazione in chiave ucraina, ora, non è più noiosamente ufficiale, ma politicamente pericolosa.

È successo che il 14 di marzo un gruppo di “patrioti filorussi” (non posso evitare le virgolette perché il patriota per definizione celebra la terra in cui vive, e non lo stato confinante), stava tornando dall’ennesima manifestazione, quando un pulmino gli è piombato addosso, cercando di investire i manifestanti. Poi, senza particolare fretta, si era allontanato e aveva parcheggiato davanti all’edificio di “Prosvita”, dove ultimamente erano acquartierati i membri del gruppo più estremista del famigerato e misconosciuto “Pravyj Sektor”. Questo “Settore destro” è composto da una miriade di gruppetti di vario grado di aggressività e fascistaggine. Ciascuno preso singolarmente non può avere un’influenza politica che vada oltre qualche rissa nel proprio quartiere, ma si sono incontrati durante Maydan e si sono piaciuti abbastanza da darsi un titolo comune. Non hanno un particolare sostegno della popolazione votante e nessuno di loro è morto durante gli scontri. Sono molto fumo, purtroppo, e poca carne, per fortuna.

Municipio di Kharkiv

Municipio di Kharkiv, piazza Dzerzhinskij

Tranne che in quella serata di giovedì scorso, quando di fuoco ce n’è stato. Quando il pulmino misterioso ma appariscente è stato seguito dai manifestanti pro-russi arrabbiati, non ci hanno pensato due volte ad individuare nell’edificio il covo dei “banderovzy”, mitici abitanti dell’Ucraina occidentale, fino a poco fa membri di gruppi minoritari dei nostalgici di Stepan Bandera, ora una forza talmente minacciosa da costringere il presidente Pu a concludere il discorso di annessione di Crimea con un deciso: “Crimea non sarà mai dei benderovzy”. In effetti, difficilmente lo sarà visto che non hanno mai pensato di espandersi oltre le proprie zone di influenza, né prima, né ora. Qui a Kharkiv, infatti, non c’erano loro ma i cosiddetti “Patrioty Ucraìny”, un gruppo nazionalista locale, che dichiara di volere una società mono-nazionale e ha una storia complessa. I “patrioti” di oggi sono i rimasugli del gruppo giovanile del partito nazional-socialista, nato a Leopoli e poi sciolto nel 2004. L’unico nucleo che non ha voluto sciogliersi e che ammontava a ben dieci persone, è rimasto a Kharkiv, città assai lontana da Leopoli culturalmente e geograficamente. Molti dei loro leader sono stati messi in prigione per atti di teppismo. Le loro azioni sono di stampo xenofobo e nazionalista. Amano fare rituali pagani sui luoghi di scavi archeologici, boicottare le scuole dove s’insegna la tolleranza come disciplina, e fare marce di addestramento invernali dai nomi che richiamano l’antica Scizia. È di loro invenzione quel brutto segno nero sullo sfondo giallo che assomiglia a una svastica schiacciata da un bulldozer, ed invece è l’unione di N e I che stanno per “idea nazionale” . Insomma, brutta gente.

Si sono trovati a fronteggiare gente altrettanto brutta, a mio avviso: “Oplot”, letteralmente “Baluardo”, un’organizzazione militarizzata fondata da Evegenij Zhilin, ex-poliziotto, pugile e scacchista contemporaneamente. È andato in pensione a 34 anni perché – non vi sto prendendo in giro – è stato in prigione un paio d’anni per il tentativo di far esplodere la macchina dell’attuale sindaco Kernes, all’epoca solo un imprenditore di successo dal passato da piccolo criminale, con cui avevano avuto qualche affare in comune. Dopo tre anni Zhilin è stato scagionato per mancanza di prove, e gli hanno conteggiato ogni anno di prigione come tre anni di servizio, o almeno così racconta il suo profilo in Wikipedia. Questo baby-pensionato ha deciso di darsi una missione nella vita: un misto fra un giovane pioniere (proteggere le tombe dei soldati caduti in guerra, aiutare i veterani) e un combattente di “fight club”, con i bicipiti messi in evidenza da magliette aderenti nere e la pancia sopra i pantaloni da ginnastica. Sotto slogan “Vivi con forza!” ha creato una rete di enti e ditte, tutte con la ragione sociale “Oplot”, che vanno da un circolo sportivo alla società di audit. Sul loro logo un rinoceronte minaccioso protrude dall’immagine del globo terrestre che reca i contorni rossi dell’URSS, che però non simboleggia il ritorno nel passato ma la realtà dell’avvenire. “Il vero uomo è l’uomo forte”, – dichiara sul suo sito, – “che rispetta lo spirito degli eroi. Siamo orgogliosi del passato del nostro paese e vogliamo essere il baluardo del suo grandioso futuro”. Qualcosa mi fa intuire che parlando del “nostro paese” si riferisce alla Federazione Russa. Per mostrare il suo lato umano, condivide con noi una serie di foto in cui abbraccia teneramente il suo rottweiler nero, che gli assomiglia per quanto riguarda i tratti facciali, ma ha lo sguardo un po’ più vivace del padrone.

Municipio di Kharkiv

Municipio di Kharkiv, piazza Dzerzhinskij

“Patrioty Ukrainy” dentro l’edificio, “Oplot” giù per la strada. Dal lato opposto, da uno bel edificio cooperativo del fine Ottocento, una ragazza riprende il tutto con un cellulare e pubblica subito on-line. Si vede gente che si agita, i Molotov e i petardi fumogeni che volano, si sentono gli spari e le grida. I poliziotti sta a guardare, la zona è circondata da un cordone di polizia ma stranamente continuano ad arrivare i membri di “Oplot” e i patrioti russi non affiliati. Sono identificati dalla striscia nero-arancione sul bavero, simbolo delle glorie militari russe, ma c’è chi dice che erano usate dai reparti russi della Wermacht; eh già, non solo gli ucraini erano collaborazionisti e sicari. Alcuni assaltatori filtrano attraverso i cortili, altri arrivano freschi con le macchine della stessa compagnia di taxi. Sono circa duecento. Bilancio: due persone accoltellate di 20 e 30 anni, un poliziotto gravemente ferito, altri quattro feriti leggeri da un fucile a schioppo e palline di gomma. Uno di loro, in perfetto russo, ha raccontato poi che è stato menato dai filo-russi, i quali gli hanno tolto tutti i documenti e l’hanno portato via in macchina. Nessuno sa di preciso di che schieramento erano i due morti, né come si chiamavano. È stato reso noto solo che erano residenti di Kharkiv e Dnepropetrovsk. Fra la quarantina degli arrestati troviamo rappresentanti di entrambi gli schieramenti. Per i rappresentanti di “Pravyj Sektor” è stata una provocazione organizzata, e altre ne seguiranno. I “Patrioty” hanno agito solo per autodifesa ed erano disarmati. I poliziotti invece dicono che dentro l’edificio hanno trovato armi da fuoco.

Si dice che sul luogo della rissa fosse arrivato il sindaco Kernes (lo stesso che Zhilin ha cercato di ammazzare anni fa). Kernes avrebbe dovuto essere agli arresti domiciliari. La lista di crimini di cui è stato accusato nell’arco degli ultimi 25 anni farebbe impallidire Berlusconi, e va dagli assegni scoperti alla truffa all’incitazione al separatismo, alla violenza (ha preso a sberle una giornalista), fino agli attuali arresti domiciliari per sequestro di persona, tortura e minaccia di morte. Oltre ad un ingente patrimonio, in parallelo con le accuse, ha collezionato anche onorificenze che vanno dal capo della Federazione regionale di pattinaggio artistico al membro onorario della società per l’addestramento dei cani di servizio. L’onorificenza più calzante è quella di medaglia “Fedeltà alla Patria”, curioso orpello per la persona che ha voluto issare la bandiera russa sopra il municipio di Kharkiv.

Sfidando il divieto di uscire da casa, l’eroico Kernes arriva in Rymarskaja e si fa avanti nel ruolo del pacificatore. Ferma tutti, trattando la resa con gli assediati. Poi dichiara alla Tv che i morti appartengono alle forze dell’ordine. Fatto smentito subito dopo. Se Kernes era davvero lì, come ha fatto a non notare che i copri che venivano portati via non avevano addosso l’uniforme? Ah sì, un altro dettaglio carino: sui siti pro-russi la notizia dell’assalto di via Rymarskaja è apparsa qualche ora prima che l’evento accedesse. Ma sono in pochi ad accorgersene.

Il giorno dopo affronto mio padre via Skype:

– Abbiamo paura! Cominciando ad ammazzare la gente per strada!

– Papà, chi vi potrà mai voler ammazzare?

– Quelli che hanno ucciso ieri in via Rymarskaja! E la polizia non interviene!

– Ah, finalmente siamo d’accordo su qualcosa! Quei nazionalisti filo-russi sono davvero pericolosi!

– Cosa? No, sono stati i benderovzy ad accoltellare i nostri ragazzi, i nostri volontari dei gruppi di autodifesa. Non abbiamo ormai altro sostengo, possiamo contare solo su di loro!

– Guarda che era tutto il contrario. Hanno sparato quelli pro-russi. Vi hanno zombificato i mass media russi…

– Lo dici a me che ci vivo! So meglio cosa succede in città. Ce l’hanno detto amici degli amici, e lo dicono anche alla TV, ad uccidere erano stati i nazionalisti ucraini.

– Anche a me l’hanno detto amici degli amici! Sono stati gli altri!

La conversazione finisce in un’impasse, e il dibattito scende ai livelli pericolosamente bassi per la pressione di mio padre e per la mia pazienza. Scivoliamo su cose più quotidiane, tipo quante provviste di cibo a lunga scadenza sono andati a fare e se la Western Union ha ripreso di funzionare. Passiamo oltre.

Monumento a Lenin, Kharkiv

Monumento a Lenin, Kharkiv, piazza Dzerzhinskij

Domenica 16 marzo, due giorni dopo la notte dell’assalto, mentre gli investigatori si accingevano a studiare le tracce sul luogo del delitto, ci è passata un’altra ondata di violenza. Il comizio pro-russo ha raccolto qualche migliaio di persone. Dalla totalità di pensionati e patrioti di mezza età si è staccato un gruppo di ragazzi robusti che avevano proprio voglia di applicarsi in modo attivo. Peccato che non c’erano più  nemici da attaccare. Hanno provato inutilmente ad entrare nel Municipio. Dopo questo riscaldamento, si sono lanciati verso il consolato polacco, sostituendo la bandiera anche lì, al grido di “Vergogna”, “Putin” e “Russia”. In piazza stazionavano già i pulmini delle Tv russe, giusto in tempo per ingigantire l’immagine del “Kharkiv è Russia”. La prossima tappa della passeggiata domenicale era al consolato Russo, a invocare annessione istantanea della regione alla FR, ma il console non ha voluto parlare con i suoi amici locali. Sarà che almeno di domenica voleva staccare un po’ da questo trambusto. Allora gli astanti si sono limitati a comporre una petizione in cui chiedono, al punto 6 dell’elenco di richieste, l’introduzione di forze di peacekeeping dell’esercito della FR a Kharkiv. Dove andare poi, dove menare le mani? Sempre in via Rymarskaja, ovviamente! Sono entrati nell’edificio vuoto. Hanno raccolto i documenti e i libri lasciati dalle attività di “Prosvita”, insieme alle loro bandiere, e hanno bruciato il tutto nel cortile. C’erano i libri su Holodomor, la carestia indotta ai contadini ucraini restii alla collettivizzazione. Dopo la morte di circa tre milioni e mezzo di persone, nei villaggi svuotati sono arrivati i coloni russi. I loro discendenti sono quelli che ora richiamano ad alta voce l’intervento russo. Prima di andar via, i visitatori anonimi hanno issato la bandiera russa e hanno appiccato il fuoco dentro l’edificio. Vattene a cercare ora le tracce di polvere da sparo e le impronte digitali.

Mentre leggevo di questi continui ammainamenti ed issamenti delle bandiere, mi veniva in mente la spiegazione delle regole dell’utilizzo delle bandiere che mi hanno dato all’ufficio manifestazioni del Comune di Verona. Se la bandiera è piantata per terra non si può, invece se la reggi in mano va bene, se è più grande no se più piccola sì, se c’è vicino anche la bandiera italiana ed europea nessun problema… Quanti scrupoli! Sono andata a curiosare sulle regole russe in merito alle bandiere. Secondo il codice penale della Federazione Russa per l’oltraggio alla bandiera si va in prigione per un anno, o, se preferisci, lavori forzati per lo stesso termine. Vietato anche usare la bandiera in modo improprio, ad esempio, metterla sopra un luogo che in realtà non è un ufficiale, facendo credere alla gente che rappresenti il governo. Ci si becca una multa anche perché la bandiera nazionale era a destra e non a sinistra della bandiera regionale. Se si seguisse la logica, e la città fosse già sotto la giurisdizione russa, chi metteva le bandiere russe fuori luogo dovrebbe andare in prigione. Finche siamo in Ucraina, la punizione è più pesante: due anni di detenzione per maltrattamento della bandiera ucraina, due per quella estera. Sommando le manipolazioni delle bandiere polacca e russa, chissà dove arriveranno. Ah sì, dimenticavo,: nessuno è stato fermato.

Uno degli effetti del fiume melmoso di informazioni in cui cerco di arrabattarmi, è che ti fa perdere il senso delle proporzioni. Se mettiamo in fila le cause e le conseguenze dell’incidente di via Rymarskaja, se ci sforziamo di mettere a fuoco la reale importanza dei fatti, ecco la sequenza che verrà fuori: in una società dove gli omicidi e accoltellamenti sono all’ordine del giorno, una rissa fra due gruppetti di radicali dalle ideologie opposte ma dai modi uguali, diventa pretesto per un’auspicata occupazione militare. E questo non è uno scenario assurdo à-la Sasha Baron Cohen, che prende in giro gli stereotipi grotteschi della geopolitica moderna. È la realtà, o meglio la percezione delle realtà, che va a crearsi nella testa della gente e diventa tangibile, con la chiamata alle armi dei gruppi di autodifesa contro i nemici immaginari, con il polarizzarsi del mondo in “noi”, bravi ragazzi, e “loro”, neliudi, come li ha definiti mio nonno, “non-umani”, da cui un solo passa porta al Untermensch di nazista memoria. Poi si fanno i raduni sotto le bandiere russe e rosse, poi si raccolgono le firme per le petizioni e si chiede all’esercito russo di entrare. La volontà del popolo, cosa sacrosanta, diventa il grimaldello con cui si forza la frontiera, e il resto lo fa la forza bruta.

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14 thoughts on “Kharkiv: la messa a fuoco

  1. Segnalo questo articolo:

    Syria: Destruction and Murder Funded by Foreign Forces: Mother Agnes Mariam Challenges the UNHRC
    Address by Mother Agnes Mariam of the Mussalaha Initiative given at the UNHCHR in Geneva

    http://www.globalresearch.ca/syria-destruction-and-murder-funded-by-foreign-forces-mother-agnes-mariam/5373684

    e pi questo:

    Dopo la Jugoslavia, l’Ucraina?

    “…A differenza di Libia e Siria, Washington non può contare sui jihadisti per seminare il caos (tranne gli estremisti Tartari, ma solo in Crimea). Pertanto ha deciso di affidarsi ai nazisti con cui il dipartimento di Stato ha collaborato contro i sovietici e ne aveva organizzato i partiti politici dopo l’indipendenza….”

    http://www.voltairenet.org/article182066.html

  2. Mi piacerebbe avere però, oltre ai link agli articoli che sono dsponibili in rete, una sua opinione su questo articolo.

  3. Chiedo scua, non mi sento preparata per giudicare al meglio, sento l’impulso e il dovere di cercare di capire.

    A me sembra tutto così ripetitivo che trovo strano che anche gli altri non vedano quel che vedo io, così preferisco non esprimere giudizi affrettati e lasciare che ciascuno faccia il proprio percorso, nella speranza che sia il proprio percorso.

    Ecco un altro esempio:

    Venezuela Deals Blow to Bankster Fascists

    http://deanhenderson.wordpress.com/

    • Hai perfettamente diritto di dire la tua. Anche e soprattutto se non condividi.
      Sopratutto fin che i commenti sono fatti in modo rispettoso. E da questo punto di vista non c’è niente da rimproverarti.
      L’unica incomprensione che può sorgere dai tuoi interventi è quando posti dei link a argomenti che per chi legge in genere non hanno legame con il tema trattato.
      Forse per te è tutto collegato, E probabilmente lo è. MA troppa carne sul fuoco, testi chilometrici, link apparentemente sconnessi tra di loro creano una impressione di spam che può innervosire.
      Lo so che il tuo obiettivo non è quello. Ma non tutti lo sanno. Per cui ti consiglio interventi concisi, chiari, diretti… magari domande, osservazioni, pareri. Cose che aprono il dibattito.
      E come vedi gli autori sono sempre (non tutti ma quasi) disponibili a parlare.
      Alla fine se noi ci esponiamo pubblicamente, è anche per quello.

  4. Il 17 dicembre 2010 stavo leggendo i giornali web tunisini. L’atto disperato di Mohammed Bouazizi mi colpì e ho faticato parecchio per dare “voce” a Mohammed, alle madri scese in strada immediatamente memori del 2008. agli arresti dei primi bloggeurs, a quella canzone scritta solo due mesi prima. A quelle prime telefonate disperate messe in rete tramite youtube di cui non capivo una parola ma si intuiva che chiedevano aiuto. Ma eccoli a rovinare tutto. Parlo dei potenti, causa di povertà e di emarginazioni sociali, di arresti e di violenza, che che all’oorenza usano queste fascie sociali per creare il caos.
    Vennero liberati dalle prigioni, come fanno con i gruppi paramilitari in Chiapas per colpire le popolazioni resistenti zapatiste per farle poi passare per conflitti inter etnici. Allora ho faticato a dare voce alle manifestazioni di quei ragazzi che denunciavano il vandalismo di alcuni gruppi di altri ragazzi ( come al solito sempre fatti uscire dalle prigioni ad Hoc ) e dicevano : non siamo noi, noi non centriamo. Ai gruppi organizzati di autodifesa per difendere i propri quartieri.

    Insomma.

    Io credo al padre di Sorina. Perché ho visto succedere queste cose in tanti paesi e no. F Succede sempre così.

    Gli indigeni zapatisti mi hanno insegnato a leggere la storia, e così l’ho letta in Algeria ricordando quanto successo sulle montagne, qualche anno fa quando sono stati sgozzati e sfollati le comunità montane per via del gas da portare in Europa.

    L’ho riletta in Libia pochi giorni fa ascoltando i racconti di un’anziana italiana vissuta in Libia … quando degli “arabi” arrivavano a bussare alle porte degli italiani e uccidevano il bestiame, e quando ricorda di aver raccolto insieme alla sorella il cervello di un uomo riponendolo nel cranio aperto o quando hanno riposto dentro la madre il feto di una donna incinta morta sventrata e ancora oggi lei crede di essere stata salvata dagli americani che l’hanno aiutata a fuggire dalla Libia assieme a tutti gli italiani che l’avevano haimè occupata, con Andreotti e il suo discorso che li rassicurava mentre erano in procinto di salire sulla nave.

    Riconosco la Scuola delle Americhe, la sua strategia, la tattica terroristica, le sue nefandezze, e infine la sua firma: il ventre aperto della donna incinta e l’estrazione del feto.

    Mi unisco agli indigeni zapatisti per una volta ancora, sperando ancora una volta che un giorno non ce ne sia più bisogno: ora basta!

    Insomma io credo al padre di Marina Sorina quando dice: “Abbiamo paura! Cominciando ad ammazzare la gente per strada!”

  5. Gentile Vale, sono passate diverse setitmane, nessun civile è stato uscciso. l’allarmismo non era giustificato, era solo uan creatura della propaganda d’oltre frontiera. Se le piace vedere ovuqnue la mano delle forze superme e un complotto mondiale, faccia pure. E’ una otitma strategia per poter dire: ma tanto, contro di loro non posso fare nulla! – e lasciare le cose com’erano.

  6. Comment l’Otan absorbe progressivement l’Ukraine
    http://www.voltairenet.org/article183578.html

    “…Plus tard, la Géorgie devait fournir 2 000 hommes (c’était à l’époque le contingent le plus important après ceux des États-Unis et de la Grande-Bretagne) qui furent rapatriés en 2008 par des avions de l’armée états-unienne durant la guerre qui opposait la Géorgie à la Russie. À cette occasion, le régime « orange » de Viktor Ioutchtchenko fut accusé d’avoir fait transporter clandestinement des armes par la même voie, et d’avoir permis, sinon organisé, le déploiement de forces paramilitaires et militaires nationaliste extrémistes en Géorgie au cours de ces combats….”

    “…En 2013, l’Ukraine
    compléta les dispositions ci-dessus en devenant le premier partenaire de l’Otan à envoyer un vaisseau militaire à Ocean Shield, autre opération du bloc otanien qui dure depuis cinq ans (et, qui comme la précédente, est censée durer indéfiniment) déployant ses forces au large de la corne de l’Afrique, en mer d’Arabie et au-delà, dans l’océan Indien.

    Avant le début des troubles civils en Ukraine en novembre 2013, l’Otan se vantait déjà de compter l’Ukraine parmi ses quatre partenaires destinés à rejoindre la Force de réaction de l’Otan (les trois autres étant la Géorgie, la Finlande et la Suède).

    Désormais, grâce au régime fantoche installé à Kiev par les États-Unis et l’Otan, les espoirs que nourrissent les dirigeants occidentaux de voir l’Ukraine transformée en base militaire gigantesque au profit du Pentagone et de l’Otan — dont l’inexorable avancée vers l’est dure maintenant depuis une génération —, envahie de conseillers militaires occidentaux, d’agents de renseignement, d’avions de guerre, de blindés, de soldats et de missiles, atteignent un point d’ambition et d’irresponsabilité qui dépasse tout ce que l’on a pu envisager jusqu’à présent….”

    Non c’è niente di più razzista che servire il potere e la sua forza per schiacciare gli altri, e in questo primitivo delirio non accorgersi di essere null’altro che una vittima in più.

    Ciao
    Vale

    • Vale, potresti essere un po’ piu’ preciso/a e coerente coi commenti? Non conosco tutte le lingue del mondo, ma anche quando scrivi in italiano non vedo alcun legame con quanto scritto da me. Sono osservazioni molto vaghe e sempre con i collegamenti a pagine esterne, non considerazioni tue.

  7. Ora gli squadroni della morte di Brennan, che gli ucraini coraggiosamente per proteggere la popolazione avevano fermato, si chiamano osservatori militari OSCE?

    • Scusa, erano 8 persone, se non sbaglio, di cui si sanno nomi cognomi e origini, sono stati fermati in modo poco coraggioso, perchè non hanno opposto alcuna resistenza e non c’era molto da mostrare coraggio ad arrestare gente disarmata. Poi sono stati rimandati a casa dopo una settimana. Quali “squadracce di Brennan”?

  8. Mi rifersco a questi :

    Il direttore della della CIA cerca mercenari statunitensi a Kiev
    http://www.voltairenet.org/article183349.html
    l ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha detto il direttore della CIA John Brennan ha visitato questo fine settimana Kiev. Uno dei suoi consiglieri ha detto al giornale Vzgliad che non era venuto per supervisionare le operazioni “antiterrorismo” delle autorità ucraine, ma per avere informazioni e salvare venti mercenari della Greystone Ltd, ci cui non si hanno notizie.

    Il governo golpista a Kiev e i suoi alleati occidentali indicano come “terroristi” l’opposizione politica democratica.

    Centinaia di mercenari della Greystone Ltd (società controllata da Academi, ex-Blackwater) sono presenti nel Paese almeno dal 4 marzo [1]. Sono stati incorporati nelle forze speciali ucraine.

    Dopo aver negato, la Casa Bianca ha riconosciuto che Brennan ha visitato Kiev questo fine settimana.

    • Brennan ha visitato, ma quello che dice il portavoce di Putin per me non è una fonte affidabile. Grazie comunque per il chiarimento. Ti invito comunque di non fomentare polemiche in questa sede. Puoi rispondere a quello che ho scritto, ma per lo scambio di informazioni e opinioni politiche esiste FB o forum vari.

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