4. Espressioni

Se El Pepe fosse italiano

Dalle mie parti lo si chiama così: El Pepe. All’anagrafe figura come Josè Mujica. Di mestiere fa il presidente di un paese chiamato Uruguay.

Ormai sono conosciuti da tutti, entrambi. Persino da coloro che fino a non molto tempo fa pensavano che Montevideo fosse un canale televisivo, di quelli in cui si fanno le aste, che non guarda mai nessuno.

Di recente, il paese (L’Uruguay), quello in cui fa il presidente Pepe Mujica, è stato piazzato da The Economist tra le dieci migliori cose successe nel mondo nell’arco del 2013. Da allora non si parla d’altro.

Pepe MujicaSiccome in pochi hanno letto le motivazioni di The Economist, in molti scommettono che tutto dipenda dal fatto che da qualche settimana da quelle parti è stato legalizzato il consumo della marijuana. Il che la dice lunga sullo scorrimento delle sinapsi nell’ingorgo italiano.

Bisognerebbe spiegare che quelle motivazione sono un tantino più articolate. Che l’Uruguay è un paese esemplare non (soltanto) perché ha deciso di sottrarre ossigeno al narcotraffico,  ma perché: dal 1877 vanta un sistema di educazione gratuito, laico e obbligatorio.

Perché lì il divorzio esiste pressappoco da quando esiste il matrimonio.

Perché non ha una religione di stato e tra i suoi confini convivono pacificamente tutte le confessioni  del globo.

Perché la donna ha conquistato il diritto al voto nel 1927

Perché di recente ha legalizzato il matrimonio gay,

Perché nel 2004 ha dichiarato l’acqua un diritto umano inalienabile

Perché ha come eroe nazionale uno che di fronte al popolo proclamava “La mia autorità emana da voi, e cessa davanti alla vostra presenza sovrana”.

Perché per cercare di cancellare le conquiste operaie hanno dovuto mandare i carri armati (e  non ci sono riusciti).

… Oltre, certamente,  al fatto di avere come presidente un uomo onesto, votato (voluto) da gente onesta, erba che non abbonda nei pascoli del signore.

C’è una cosa che sento ripetere spesso, da qualche tempo a questa parte. Dappertutto. Perfino in quei canali delle aste (che non guarda nessuno). Perché in Italia non abbiamo un politico del genere?

Credo che la risposta sia molto semplice: perché nessuno lo voterebbe.

Perché nell’immaginario collettivo italiano uno come Il Pepe verrebbe immediatamente rubricato come “populista”. Oppure “sfigato”. Molto probabilmente tutte e due le cose.

Nel paese in cui la cosiddetta “sinistra” sembra  in preda a un fulminante attacco di dislessia, riuscite a immaginare  un politico (uno qualsiasi, persino il più dimesso  dei consiglieri comunali) che vada in giro in un maggiolino del ’87?

Uno che  arrivato alla politica “nullatenente” se ne va (come se ne sta andando lui) nella stessa condizione?

Uno che non ha esitato a diventare Tupamaro (cioè guerrigliero), arrivato il momento, e a uscire per strada, a lottare per le sue idee, piuttosto che comperarsi una maglietta con l’immagine del Chè.

Uno che non ha paura di parlare fuori dai denti, di essere politicamente scorretto, che non ci pensa nemmeno ad abbassare i toni, se le circostanze impongono  quelli alti.

Uno rinchiuso per tredici anni in una cella delle dimensioni di una bara, dove hanno cercato (senza riuscirci) di farlo impazzire.

Uno che parla di “tempo per essere felici”. Di sobrietà, piuttosto che di austerità. E che, davanti a una domanda sulla marijuana, non esita a dire che l’unica droga accettabile, comunque vada, è soltanto l’amore.

Uno al quale i detrattori possono attaccare su qualsiasi fronte, tranne quello dell’integrità personale.

Che gira tra la gente senza guardie del corpo, che non si sottrae alle polemiche, che affronta la vita a testa alta e a muso duro.

E non è poco, credetemi.

L’anno scorso, a Montevideo, un’amica si offrì di portarmi a mangiare nel ristorante dove, ogni tanto, è solito andare a mangiare Il Pepe. Si tratta di una piccola trattoria in un quartiere periferico della città. Chiacchierando col cameriere gli chiesi se fosse vero che il presidente andasse a mangiare lì.

– Eccome, mi rispose. Gli piace quel tavolo, vicino al caminetto.

-Ma lo fate pagare?.

–  Altroché, la prima volta gli abbiamo detto di no, e lui replicò che non sarebbe venuto mai più. Da lì in poi gli portiamo il conto come a tutti. E lascia sempre la mancia.

Questo senso della decenza, in qualche modo già implicito  nel codice genetico del paese, negli ultimi anni sta lasciando comunque il suo segno.

Lo noto ogni volta che ci ritorno. In quello specchio sono costretti a guardarsi tutti quanti, volenti o nolenti.  E dopo lo sguardo, a farsi delle domande.

A me  torna in mente spesso quando, vivendo da questa parte del pianeta, qualcosa (o la mancanza di qualcosa) rischia di farmi sentire un po’ “sfigato”. È successo l’altro giorno. Mi sono guardato le scarpe e pensato che forse sarebbe ora di comperarmi un altro paio. Che quelle che portavo ai piedi avevano fatto il loro tempo. Che chissà cosa avrebbero pensato gli altri… Poi ho visto una foto del Pepe  a un incontro internazionale, attorniato da diversi capi di stato. C’era la presidentessa Argentina. Quella del Brasile. Il premier  venezuelano… Sembrava una gara a chi indossava gli abiti più costosi. In mezzo c’era lui, con delle scarpe vecchie di secoli, e l’aria sbarazzina, come se lo divertissero gli sguardi nemmeno tanto furtivi che gli altri indirizzavano ai suoi mocassini malandati.

In Italia non lo avrebbero fatto entrare a quel convegno. O quantomeno, alla porta gli avrebbero chiesto i documenti. E più di uno di quei radical-chic che ho avuto il disgusto di conoscere  in questi anni, avrebbe liquidato  il tutto con un gesto di stizza. Puff! Roba da anni ’60. Terzomondismo di quarta mano. Mica come noi, che siamo gente evoluta, e usciamo su vanity fair.

Io,  nonostante la distanza,  mi sento sollevato quando penso a quel piccolo paese. Al suo posto tra le buone novelle dell’anno che se ne va.  Ai governanti che ha saputo scegliersi in questi anni.

Mi sembra di respirare un’aria più pulita.

E per quanto riguarda le scarpe, ho deciso di rimandare l’acquisto. Dopotutto, quelle vecchie se la cavano  ancora, egregiamente.

Pubblòicato su Narragonia Express il 22 dicembre 2013

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One thought on “Se El Pepe fosse italiano

  1. Il suo discorso all’ONU di New York nel 2013 è stato e rimarrà per sempre una delle più belle e affascinanti perle rare della storia della politica mondiale.
    Sarebbe salutare per tutti avere un presidente così, oltre che un amico così.

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