I nuovi cittadini

Nuovi cittadini 9: Yakuba e Ismail

Through the open window. foto Alexander Synaptic

Through the open window. foto Alexander Synaptic

Yakuba e Ismail hanno ottenuto la protezione umanitaria. Hanno finalmente un documento che permetterà loro di circolare “liberamente”, di cercare un lavoro, una casa, di esistere sostanzialmente. Per tre anni avranno un pezzo di carta, nient’altro. Una volta ottenuto, usciranno dal centro che li accoglie e dovranno cavarsela da soli dopo essere stati per mesi sotto una cappa di “protezione” che assomiglia di più a “detenzione”. Sono venuti dal Mali prima che scoppiasse la guerra. Sono fuggiti perché in Mali, nel villaggio dove vivevano non avevano nessuna possibilità di sopravvivere, così dicono. E quando lo dicono nei loro occhi passa un ombra che è difficile seguire. Le parole che usano, i racconti che fanno, i motivi che portano per descrivere la loro vita e la decisione di compiere questo viaggio, non riescono a razionalizzare quell’ombra che vale più di qualsiasi esplicitazione. In Sicilia sono stati fermati, ed è seguita l’identificazione ed infine l’emissione del decreto di espulsione. Poi la solita trafila, la richiesta di protezione, l’affidamento ad un ente o associazione e quindi ad un Centro, lo smistamento prima in Puglia poi nel Lazio, e il ricorso. Intanto è scoppiata la guerra in Mali, immediatamente dimenticata da tutti, archiviata subito come la solita guerra africana. Yakuba e Ismail si sono trovati in una condizione nuova. Oltre alla loro sorte si è aggiunta l’angoscia e la preoccupazione per quella dei loro cari. E ben presto questi sentimenti si sono trasformati in qualcosa di ancor più doloroso, perché quell’evento così tragico apriva loro uno spiraglio verso la speranza: vincere il ricorso contro l’ordine di espulsione e vedersi riconosciuti come aventi diritto a protezione. Quindi sopravvivere. Il senso di colpa che scaturisce da questo concatenarsi di sentimenti è destabilizzante. Il viaggio che hanno compiuto per arrivare in Europa, “al sicuro”, ha inciso molto sulla loro salute come anche sul loro equilibrio psichico. Ciò non vuol dire che sono persone deboli, malate o disturbate mentalmente. Anzi, qualche volta è il contrario. La maggior parte delle volte, però, vuol dire che la loro visione del mondo, delle priorità, dei sentimenti ha subito “pressioni”. Ritrovare un equilibrio, eliminare il senso di colpa perché si può finalmente esistere grazie ad un pezzo di carta che la guerra nel tuo paese ha favorito a farti ottenere, quello è un percorso che rimane relegato alla sfera personale. E non c’è ricorso vinto che tenga, né protezione che aiuti.

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