3. Specchio/Varie

Chi non salta italiano è

Ogni tanto ascolto i podcast russi: per tenermi aggiornata, per mantenere una buona pronuncia. L’altro giorno ne avevo scelto uno dedicato alla storia. Quando si cammina, è bello avere una voce all’orecchio che ti passa delle informazioni. Seguivo distrattamente un professore che rispondeva agli ascoltatori, quando ecco arrivare una domanda che riguarda l’Italia: “È vero che la regione italiana di Sardegna ha riconosciuto l’Ossezia del Sud?” Mi sono messa in ascolto, ignoravo questo fatto, ma la risposta era ancora sorprendente più: “Sì, questa regione l’ha riconosciuta. Voi sapete che il Nord dell’Italia, cioè la regione Veneto, ha votato per l’uscita dall’Italia, pertanto…”. Mi sono guardata intorno. Il borgo era silenzioso, la gente camminava, i bus sfrecciavano in direzione della periferia. Non mi sembrava di essere fuori dall’Italia in nessun modo. La voce autorevole dello storico lo dava come fatto accertato, sicuro, come dire: la decisione è presa, il primo passo è fatto, restano delle formalità. Del resto, in Crimea si sono arrangiati velocemente, arrivando in un paio di settimane dal primo accenno al referendum all’alzabandiera del nuovo padrone.

Cagnolino padano

Cagnolino padano

Nel Veneto, stessa situazione: secondo la percezione russa, il referendum veneto ha una valenza indiscussa, legittima e proattiva. Nel loro mondo, ha un’importanza che qui non ha (ancora). Nel mio mondo non se ne parlava proprio, di questo Referendum. Se non fosse per i turisti russi, non me ne sarei nemmeno accorta. Uno dopo l’altro, qualche settimana fa, avevano cominciato a chiedermi: “è vero che Venezia si è staccata dall’Italia?”. All’inizio pensavo si riferissero a qualche episodio del passato, e dicevo che questi referendum e gli assalti al campanile sono ciclici. Poi ho dovuto informarmi, perché le domande persistevano. Dopo un paio di volte, ero arrivata a sparare la mia “risposta sul referendum” con la stessa velocità con cui spiego l’Arena di Verona. Mi piaceva tenerli in sospeso, rimandando la risposta a fine giro, per poterla poi esternare sotto lo sguardo compiaciuto di Garibaldi, nel passaggio fra la casa di Romeo e la casa di Giulietta. “Non è un vero referendum perché non è stato notificato alla popolazione, nessuna pubblicità, nessun cartellone, la votazione è on line per cui non è universale, chi non usa internet non vota, per cui è solo l’opinione di un gruppo ristretto e non rappresentativo degli abitanti della regione, e poi nessuno parla dell’indipendenza vera e propria ma solo di non pagare le tasse.” Concludevo, virando sull’etica: “Vedete, loro non sono come i russi, hanno perso il valore della solidarietà, non vogliono aiutare chi è più debole di loro economicamente. Tutto il contrario di voi che avete preso la Crimea e ora dovrete mantenere la sua gente”. Con questo allacciamento inaspettato li zittivo e l’argomento veniva chiuso. Rimanevano perplessi, perché ai loro occhi il referendum di Crimea e di Veneto erano la stessa identica cosa.

Infatti il nesso fra il referendum e le ambizioni imperiali della Federazione Russa non è casuale. A mio avviso i due eventi sono collegati strettamente. La nuova bolla del separatismo veneto non si è gonfiata per conto suo, ma sulla scia dell’annessione della Crimea. Lo ammettono loro stessi, che è una sorta di esempio a cui ispirarsi, ignorando una palese contraddizione: la Crimea si è staccata non per stare per conto suo e godere della propria ‘avanzata e fiorente economia’, né ha ridato il potere nella zona alla nazione titolare, che ci ha abitato più a lungo rispetto alle altre nazioni. Ha fatto tutto il contrario: si è consegnata al paese più potente e più ricco, passando alla completa dipendenza dal budget russo, e mettendo a tacere gli interessi dei tartari di Crimea. Non ho ancora capito, a chi esattamente vogliono unirsi i secessionisti che si “ispirano alla Crimea”. Visto che il senso del referendum della Crimea era staccarsi da un paese che è in crisi e trasferirsi ad uno apparentemente più forte economicamente a chi si era appartenuti nel passato, non è che cercano di tornare all’impero Austro-ungarico?

La logica scarseggia, ma non va nemmeno cercata. Va cercato “a chi giova”, ed è presto trovato. Se posso azzardare un’ipotesi, qualche zampino del Cremlino c’è dentro. Già che la gente spara collegamenti più assurdi e ci crede pure, già che si cerca di dare credibilità al proprio movimento mascherando un trattore da carro armato, perché non posso permettermi di fare una ipotesi? Sono sicura che un qualche generoso finanziamento sia arrivato nelle tasche venete, un gruzzoletto che puzza di petrolio. Ovviamente, non vi posso mostrare documenti segreti con scritto “Cortina fumogena di scorta: separatismo veneto”, ma qualcosa del genere era necessario allo scopo didattico. Gli altri separatismi europei erano o troppo piccoli, o poco chiari da spiegare al lettore russo. Chi vuoi che sappia dove stanno i paesi Baschi? Chi vuoi che segue l’annosa questione scozzese, dove ogni domande del  referendum viene minuziosamente esaminata? L’Italia, invece, e il Veneto in particolare, che all’interno dell’anno del turismo russo-italiano attualmente in corso ha avuto un ampio risalto, sono ben noti al pubblico.

Posso solo porre delle domande: perché i primi a parlare del referendum non sono stati i media italiani, ma il famigerato canale Russia Today? È da loro che la notizia è stata presa dal canale in lingua russa della BBC, da altri network internazionali e solo dopo quegli italiani. Un bel giro per scoprire cosa succede in casa tua! Perché durante la manifestazione a Treviso si esponevano striscioni in russo? Che senso aveva? Rivolgersi agli emigrati russofoni residenti a Treviso? Se volevano parlare ai loro supposti “nemici”, avrebbero dovuto esporre scritte in dialetto romanesco. Cosa c’entra con l’autodeterminazione e la libertà la bandiera di un impero?

Un elemento minimo ma tipico per la guerra mediatica in corso è il fatto che in Wikipedia l’articolo sul “referendum del Veneto” esiste in russo, inglese ed esperanto, ma non in italiano o veneto. È basato sulle informazioni prese da link russi, uno inglese e nessuno italiano, e viene poi citato in vari siti russi, come se fosse oro colato, creando una sorta di circolo vizioso di notizie. Questo articolo molto dettagliato ripropone le statistiche della votazione, tratte senza l’indicazione della fonte dal sito del comitato civico “Veneto Sì”. Stranamente, tutti i commentatori russi sorvolano sul fatto che, contestualmente con la decisione di formare una repubblica separata, i veneti hanno espresso con maggioranza dei voti il desiderio di far parte dell’UE, di mantenere l’euro e di rimanere nella Nato. Questi dati smorzano un po’ l’ardore antiamericano, ma vengono lasciati da parte con molta nonchalance.

Scopro poi, sempre dalle fonti russe, che, dopo tre mesi di proteste in cui uscivano in strada solo i sostenitori di Maydan, all’improvviso, nel week-end successivo al referendum di Crimea, e proprio a Venezia, era annunciata “manifestazione a favore della riunione della Russia e della Crimea”. Si sono svegliati con un sorprendente tempismo! E badate bene: non sono i cittadini russi o ucraini filorussi ad organizzarla, bensì i loro nuovi amici e alleati del “Governo Veneto”. Non so poi se l’abbiano fatta davvero, non ho trovato conferme a riguardo. Strano, vero,­­ che l’auto-proclamato governo di una delle regioni più industrialmente sviluppate esulti per l’annessione della Crimea, che di sicuro non è paragonabile al Veneto per i successi nel campo dell’economia. Avrei capito se metti caso la regione di Ekaterinburg, o qualche altra fiorente zona industriale di Oltreurali, si fosse separata dalla Russia europea al grido di “tasse solo per noi”. Per tracciare un paragone concreto, e senza offendere nessuno, l’operazione Crimea assomiglia all’aggiunta di qualche magra regione slovena all’Italia. Regione che, supponiamo, non è autosufficiente per quanto riguarda le risorse naturali, che come massima eccellenza ha le sue spiagge, scarsa di industria e di infrastrutture ma comoda per piazzare le basi militari… Anzi, no, non slovena: prendiamo una parte dell’Albania, facciamo una votazione, proponendo agli albanese di unirsi all’Italia o tornare a qualche vecchia costituzione, dimenticata dai più, escludendo la domanda “lasciamo tutto com’è”: vuoi vedere che anche loro vorranno unirsi all’Italia? Manca il pretesto storico? Non importa, troveremo qualche cavillo.

Nelle notizie russe è tutto molto chiaro: Veneto vs. il resto del mondo. Citando Luca Zaia che dice che “Il Veneto non vuole sponsorizzare praticamente da solo il povero sud del paese”, cancellano dal quadro anche i lombardi: chissà se saranno contenti a vedersi esclusi dal novero delle province produttive!

Bandiere a Verona

Bandiere in piazza a Verona (c) IA

Nel contesto della secessione del Veneto, le notizie russe menzionavano anche la Scozia e la Catalogna, come per dire: “ma è del tutto normale, si fa anche in Europa, dappertutto”. Altri ne aggiungevano anche Kosovo, allargando la discussione all’opposizione USA – Russia: i cattivi americani hanno diviso Jugoslavia e hanno dato l’indipendenza al Kosovo che in realtà non è mai esistito e appartiene ai serbi, i buoni russi hanno fatto lo stesso senza colpo ferire, ecco come si fa! Lasciamo stare la solita incoerenza delle persone che normalmente citano l’Europa come esempio di decadenza e degrado, cioè da non seguire; lasciamo stare il fatto che all’epoca Russia si era opposta alla  autodeterminazione dei kosovari. Pedalando il tema del secessionismo come giusta e legittima arma delle minoranze etniche, i mass media russe stanno liberando uno jinn pericoloso in primo luogo per loro stessi. Con la stessa retorica della difesa della popolazione locale, i cinesi potrebbero prendersi certe provincie del Lontano Oriente russo. I giapponesi hanno già fatto capire che quelle tre isole dei Kurili che appartenevano a loro fino alla seconda guerra mondiale starebbero meglio se tornassero in Giappone. Per ironia della sorte, la maggioranza della popolazione su queste isole è di origine ucraina: volendo farci un referendum, chissà se non voterebbero per l’annessione alla lontana madrepatria ucraina! Quando si da un fondamento storico alle proprie pretese territoriali, bisogna badare a non scavare troppo lontano nel passato. Troverai sempre qualcuno che c’era prima di te!

Peccato che i secessionisti avevano imparato dai loro amici russi anche le tecniche di sfalsamento voti. Le cifre di quanti hanno partecipato al voto, oscillano dai 90% indicati da Voice of Russia ai 73%, ai più realistici 65% del Daily Telegraph. Se fra 65% partecipanti hanno votato a favore 60%, la cifra finale si aggira su 40% degli aventi diritto, e su tutti i residenti la cifra si abbassa ancora. Tenendo per buone le loro statistiche ufficiali del 89% a favore fra i 63% degli aventi diritto (di cui il numero non è stato indicato), comunque non avremo quel che si dice “la maggioranza schiacciante”. Facendo un calcolo grosso, se sono veri 2 milioni di favorevoli sui 5 milioni, sono due persone su cinque. Conosco personalmente una sola persona che ha votato: era uno studente italoargentino di sinistra, che l’ha fatto perché è contrario allo stato e per la libertà dei popoli.

Ma i dubbi su queste statistiche sono forti: a meno di 24 ore dalla fine del sondaggio gli organizzatori affermavano di aver raccolto più di 1.480 mila firme. Normalmente la maggior parte delle persone vota all’inizio, e non alla fine del quinto giorno, fatto sta che ne hanno poi totalizzato un mezzo milione. Risulta arduo immaginare come i veneti abbiano potuto scoprire l’esistenza stessa del Referendum, se prima che cominciasse non se ne parlava nessuno, non c’erano volantini o altri mezzi capillari di informazione visuale.

C’è chi ha fatto l’analisi statistica, incrociando i dati dell’elettorato attivo con le statistiche sull’utilizzo di internet: in tutto il Veneto, 1.757.709 persone. Certo, oltre al sito internet, lanciato in fretta e furia pochi giorni prima dell’inizio del referendum, c’erano anche i gazebi in piazza, dove potevi segnalare il tuo indirizzo e ti recapitavano la scheda referendaria a casa. Ce n’era uno di fronte alla nostra manifestazione ucraina. Mentre distribuivo i volantini mi aggiravo proprio nelle loro vicinanze, e non ho notato un particolare afflusso del pubblico. Azzarderei l’ipotesi che la nostra colorata e canora manifestazione abbia attratto più curiosità.

Non voglio dire che le analogie fra la Russia e il Veneto non ci siano. L’economia locale non va molto bene, il Pil scende, le aziende chiudono o traslocano altrove. Anche in Russia l’economia, basata sullo sfruttamento delle risorse e sulla corruzione, arranca a diventare stabile e la società chiede soddisfazioni in qualcosa che faccia dimenticare il presente. Come in Germania sconfitta e umiliata dopo la prima Guerra mondiale, immersa nel ricordo del passato glorioso e nell’impotenza del presente, lo sfogo preferito è il nazionalismo. Sia nel Veneto che nella Federazione Russa è l’élite al potere, – vuoi il presidente della regione, vuoi il presidente del paese, – a gridare al nemico alle porte e alzare il polverone. I colpevoli non sono mai loro, ma i nemici venuti da altrove. Napoletani, romani, americani, ucraini, cosa cambia? L’importante è che non debba essere tu a fare l’esame di coscienza e chiedere: “dove ho sbagliato?”.

Domenica pomeriggio, stanchi di scrivere, decidiamo di staccare. L’aria è soave e l’orizzonte è nuvoloso. Ci diciamo: basta stare in casa! – e andiamo a passeggiare in centro. Abbiamo un comizio secessionista giusto sotto casa, mica possiamo tirarsi indietro. Sotto il nostro balcone sfilano, sotto le bandiere di San Marco spiegate, vari personaggi verdevestiti. In piazza, Dante avrà sicuramente un gran mal di testa da tanto gridare contro l’Italia. Cori da stadio da parte dei giovani padani, petardi al puzzo di zolfo, le imprecazioni di Tosi, che più dice le parolacce più la piazza esulta, la voce d’oltretomba di Bossi. Ci siamo concentrati a contare le bandiere: Scozia, Fiandre, Paesi Baschi, Lombardia, Sardegna, Piemonte, non so perché ma anche l’Emilia (forse per separarsi dalla Romagna?), oltre alla Stella della Padania e Lega Lombarda.

Bandiere a Verona

Bandiere a Verona

C’era anche la bandiera di una nazione che non vuole separarsi da nessuno, anzi, non prevede il diritto costituzionale al referendum per autodeterminazione dei tanti popoli che la compongono. Accetta volentieri quelli che decidono spontaneamente di entrare, magari li aiuti anche mandandoci qualche “omino verde” senza distintivi ma ben armato, ad aiutare a decidere.

Insomma, attaccata alla bandiera di San Marco c’era  quella della Federazione Russa. Mi sono avvicinata al portabandiera, e ho avuto con lui la seguente conversazione:

– Mi scusi, questa è la bandiera francese?

– No, è Russa.

– Perché?

– È  meglio andare con la Russia che con l’Italia.

– Ma loro non lasciano molta libertà ai popoli! Li prende dentro ma non li lascia poi andare.

– È l’America che prende! Putin è poi di origine veneta, di Vicenza.

– Dice questo perché lui ha il cognome che pare veneto?

– Perché hanno fatto l’indagine, in passato c’erano gli architetti veneti che hanno costruito San Pietroburgo, lui è discendente da uno di loro.

– Senta, quindi volete unirvi alla Russia, staccarsi dall’Italia e andare con la Russia, per non pagar le tasse?

– No, no, noi vogliamo pagare le tasse, ma quelle giuste. Noi vogliamo essere indipendenti, però se dobbiamo fare commercio con l’Europa che ci rovina, preferiamo fare commercio con la Russia.

– Ma non si può fare tutti i due, come si è fatto finora?

– No, il Veneto sta morendo.

– Però il Veneto fa già commercio con la Russia…

– Sì, ma c’è il boicottaggio adesso. Per la storia della Crimea hanno proibito di commercializzare con la Russia.

– Chi, il governo italiano?

– Il governo, l’Occidente, l’America. Nell’ultimo incontro del G8 non c’era Putin.

Mosca-Veneto

Mosca-Veneto

La folla mi aveva trascinata via, verso una rinomata pizzeria gestita da un signore del Sud. I camerieri erano sulla soglia a guardare fuori, mentre lui serviva al banco i leghisti bisognosi del caffettuzzo. Vicino all’entrata, sul camion, i giovani leghisti scandivano “Noi non siamo napolitani” e “Chi non salta italiano è”, facendo oscillare la camionetta, mentre i leghisti meno giovani ondeggiavano facendo una sorta di mezza flessione del ginocchio a simulare il salto. Un bambino sulla camionetta si teneva tappate le orecchie dal rumore e il naso dalla puzza dei petardi. Mi sono rifugiata sotto l’arco, un punto di relativa calma, dove una giornalista stava per intervistare un onorevole dalla felpa verde Padania. L’onorevole aveva i riccioli canuti ben oleati, l’aria rassicurante e distinta. Mi sono accorta che qualcosa stonava, perché, pur parlando italiano, l’intervistatrice faceva le domande in inglese. Dopo un paio di tentativi, che resero palese la difficoltà dell’onorevole, per quanto abbronzato e prestante, di parlare in inglese davanti alla videocamera, erano passati all’italiano. Incuriosita, mi sono avvicinata per capire che canale fosse. Nessun segno sui vestiti del cameraman e della giornalista, nessun marchio sulla videocamera. Solo due lettere sul microfono: “RT”. È bastata una domanda al volo per esserne sicuri: Russia Today.

Proprio mentre riprendevo l’intervista, qualcuno dal palco ha annunciato: “non siamo soli, in questa piazza ci sono le stazioni tv internazionali, c’è anche la tv russa!” Come dire, guai a dimenticare lo sponsor. Ho fatto poi un giro approfondito, sbirciando tutti i pulmini e le persone con la videocamera in spalla. Non ne ho visti altri, di stranieri.

Fatto il servizio della RT, riprese con dovizia le colorate bandiere, il comizio si è chiuso con una sorprendente rapidità, appena un’ora dopo essere iniziato. Bisognava lasciare spazio alla presentazione dei vini. È in corso una fiera importante, sapete. Il vino da vendere al resto del mondo, ai russi e agli americani, a belli e brutti, purché paghino. Perché la Serenissima Repubblica veneta, si sa, era basata sul commercio. La libertà, l’è vegnuda dopo.

6 aprile 2014

12 thoughts on “Chi non salta italiano è

  1. Buona parte dei commenti e della “analisi”, dei due schiarimenti, che vengono impartite a destra e manaca sono l’espressione del solito conflitto tra interessi imperiali. I diritti legittimi dei popoli sono una semplice paravenza per vestire il cinismo della politica un presentabile profilo etico.

  2. Complimenti per l’articolo, ottima analisi. Hai espresso praticamente tutto quello che penso. Credevo poi, fossero voci di corridoio quelle dello zampino russo in Veneto, invece….

  3. Buona parte dei commenti e della ” analisi” dei due schierameni che vengono impartite a destra e a manca sono l’espressione del solito conflitto tra interessi imperiali. Parlare di diritti legittimi dei popoli è una semplice paravenza per vestire il cinismo della politica un presentabile profilo politico.
    Adel

  4. Basta andare su Internet e vedere che in totale i partiti indipendentisti in Veneto ( presenti da 30 anni) non raggiungono neanche il 2% dei voti (elezioni 2013), mica ci vuole un genio.
    Cosa sarebbe accaduto in solo 1 anno ?!?!
    In Italia esiste un fenomeno che io definisco la dittatura delle minoranze egemoni. Anche questo episodio ne e’ una prova !!!

  5. e giusto.putin e l uomo meno comunista del mondo.io scrivo qui ma avrei voluto commentare la notizia che ho letto in rete e cioe che a verona pare venga fatta una multa salata a chi da l elemosina ai poveri per strada.io abito a firenze per fortuna perche altrimenti sarei rovinata infatti se posso faccio l elemosina tutti i giorni e io non nuoto certo nell oro.penso sempre che chiunque ma proprio chiunque potrebbe trovarsi un giorno in u paese stranerio a chiederla .perche a verona e enel veneto in genere c e tanta cattiveria ? come fai siete geneticamente endemicamente cosi cattivi?se mi viende dato dellla razzista al contrario diciamo ,lo accetto volentieri.per me il bene e il male sono due cose ben distinte e io con chi segue il male voglio essere intollerante.

    • ciao, scusa il ritardo nella risposta. A Verona è vietato non dare l’elemosina ma offrire i pasti ai senzatetto all’interno del centro storico. Si può fare fuori città, nei centri comunali preposti. Lavorando coi turisti racconto sempre questo fatto, sottolineando come in passato, nel Medioevo, dare da mangiare ai poveri fosse una della prerogative die signori, e se smettevano di farlo, per egoismo e superbia, qualche anno dopo venivano buttati fuori dai loro palazzi. Se i veneti veramente rispettassero la propria storia e le tradizioni, sarebbe un posto migliore.

    • no, era solo che per vedere i commenti devo venire sul sito, non ricevo avvisi automatici e quindi leggo i commenti solo quando pubblico un nuovo articolo. scusa ancora se ti ho fatto pensare male di ALMA! Io applico la moderazione solo ai commenti estremisti o che non c’entrano ninente con l’argomento del articolo.

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