3. Specchio

Le feste di fuoco

Le feste canoniche di oggi una volta erano fatti di cronaca. Qualcuno sarà stato sparato, qualcuno sarà stato bruciato vivo, e poi eccoti una festa. Non so se il due di maggio avrà lo stesso onore, spero di no, ma ho la sensazione di vivere mentre la storia si sta scrivendo con il sangue. Questo primo maggio in Russia è stato celebrato alla grande, con le manifestazioni molto diverse fra loro, che ancora una volta ci ricordano che la Russia non è mica Unita, come vorrebbero i suoi capi.

A Mosca si è fatta la sfilata sindacale del Primo maggio vecchio stile: fiori di ciliegio di carta, che una volta dovevamo preparare a scuola per decorare la colonna di varie fabbriche, bandiere di tutto, da Putin a Stalin sui vessilli, cartelloni offensivi nei confronti di Obama e celebrativi nei confronti di Putin. Circa 100.000 persone secondo le stime ufficiali, incolonnate, che hanno passato la piazza Rossa in senso inverso delle sfilate di una volta, come se tornassero al passato. Avrebbe dovuto essere la festa di lavoro, ma gli slogan tradizionali (“Pace! Lavoro! Maggio”) scarseggiavano, cedendo posto ai più specifici “Mi fido di Putin” e “Crimea è nostra”. “Putin ha ragione” era stampato anche sui palloncini: chissà se cominciava ad avere meno ragione quando scoppiavano o si sgonfiavano. Le colonne erano piene di colori, i cartelloni però scritti tutti con la stessa grafia, e bandierine tricolori buttate nei cestini subito dopo la manifestazione. Non so, sarà che ne avevano troppe, per me le piccole bandierine di Maydan sono diventate delle reliquie da custodire. Questa è Mosca: ufficialità, sindacati che nella vita reale contano poco o nulla.

Ah, dimenticavo, la manciata di pazzi che si sono messi a camminare con le bandiere gialloblù e a cantare l’inno ucraino: hanno fatto 500 metri, al che sono stati menati e arrestati seduta stante. Chissà da quando cantare un inno di un paese straniero è diventato un atto di teppismo. In parallelo è stato arrestato il cantante di un gruppo nazi-rock che avrebbe dovuto esibirsi sul palco la sera stessa, a conclusione della sfilata dei nazionalisti del movimento “I russi”. La loro sfilata ornata dalle bandiere nero-giallo-bianche, quelle dell’Impero Russo fino al 1896, inneggiava al riconoscimento della nazione russa come la base dello stato alla cancellazione dell’articolo del Codice Penale per l’estremismo. Marciavano al grido di “Evviva Peruno”, antica divinità slava del tuono. C’erano anche gli anarchici con lo slogan “ogni stato è una prigione” e i comunisti con le bandiere dell’autoproclamata Repubblica di Donezk, ciascuno con il proprio tragitto separato.

Tzoj è vivo

Scritta in onore del cantante rock Viktor Tzoj, morto nel 1991.

Nello stesso tempo a San Pietroburgo la sfilata comune si era divisa in varie colonne: c’era il partito dominante, i sindacati, i nazionalisti con le croci celtiche e gli anarchici con la “A” cerchiata. La marcia antimilitare democratica ha ricevuto il premesso di sfilare al terzo tentativo, ma si è svolta quasi senza problemi. I partiti democratici e liberali, insieme agli ecologisti e i GLBT, si erano riuniti sotto un epico nome “Le forze del Bene. Blocco per il cambiamento”. La stessa parola “cambiamento” si associa fermamente con la canzone di Viktor Tzoj, un cantante rock di San Pietroburgo di origine coreana, che cantava nel 1988: “Cambiamento, noi aspettiamo il cambiamento”, facendo impazzire tutte e ragazzine, me inclusa. Di recente un deputato di Russia Unita ha accusato il cantante, morto nel 1991, di essere stato a soldo di CIA, e di aver composto le sue canzoni di protesta sotto la dettatura degli esperti americani. Secondo lui le canzoni di Tzoj erano una parte essenziale nel piano della distruzione dell’URSS.

“Blocco per il cambiamento” portava come striscione principale “Per l’amicizia con l’Ucraina, euro-integrazione della Russia, no all’Urss 2.0”. Dicevano cose semplici e chiare: siamo contro la guerra; lasciate stare l’Ucraina nuova che risolverà da sola i propri problemi; questa propaganda si fa per distogliere l’attenzione dai nostri problemi economici reali; Yanukovich e Lukashenko devono essere processati al tribunale di Aja. Fra le bandiere c’erano l’Europa unita, l’Ucraina, l’arcobaleno. In sostanza, questa sfilata di Primo maggio ha accolto al suo interno il primo gay pride, una manifestazione degli attivisti GLBT, visibili, organizzati e coesi. Le ragazze della colonna arcobaleno portavano corone fiorite ucraine in testa e si tenevano per mano, indisturbate dai poliziotti in divisa. Guardando il loro video, mi veniva voglia di dire: “meno male che Piter è diversa!”

A Kharkiv, nella mia città, se credere a mia madre, “c’è stata una simpatica manifestazione pacifica”: secondo lei è andata bene, perché nessuno è stato aggredito. Ho visto le foto: i veterani della guerra sventolavano bandiere rosse con l’effigie di Stalin. Chissà se il mio bisnonno trozkista che ha fatto vent’anni di GULAG sarebbe contento di vederli sfilare?

La Simferopoli annessa di fresco alla Russia ha visto una magra sfilata con le bandiere russe sotto l’occhio vigile dei nuovi governanti. Solo una colonna non ne aveva: quella dell’istituto Pedagogico Industriale di Crimea, frequentato in prevalenza dai tartari di Crimea, che hanno preferito dei palloncini colorati. Un ragazzo delle colonne principali che manifestava, alla domanda “che cosa si festeggia oggi?” risponde, senza notare alcuna incoerenza: “libertà, indipendenza”. Indipendenza di un pezzo di terra che si è unito allo stato più grande della terra? C’era anche un gruppo di un centinaio di studenti: hanno messo in atto una classica provocazione situazionista, che ha fatto da cartina di tornasole agli umori della popolazione. Questo happening si chiama “mostrazione”, è nato una decina di anni fa a Novosibirsk, e da allora si svolge tradizionalmente nelle varie città post-sovietiche il giorno di Primo maggio. A Simferopoli hanno applicato la formula consolidata: nessuna bandiera, nessun simbolo degli ultimi tempi, cartelloni neutri o scherzosi- ciascuno si porta il proprio, nessun coordinamento, massima libertà. “Amate i gattini e le volpi”, “ci sarà bel tempo anche a San Pietroburgo”, “the end is near”, “le anatre non sono un cibo”, “I am with Jesus”. Una ragazza porta la scritta “grano saraceno” fatta con il grano saraceno incollato, un’altra porta un foglio di carta bianca con scritto “bandiera”. Lo striscione principale, davanti alla colonna recita: “Noi vi seguiamo”: (infatti, erano in coda, dietro degli altri manifestanti). Gli slogan scanditi: “mangiare!”, “dio protegga lo zar”, “felice anno nuovo!”.

Fosse un Primo maggio qualunque, se la sarebbero passata liscia. Ma il giorno d’oggi non prevede leggerezza o ironia. La cosa sorprendente non era tanto la loro presenza, dettata dalla voglia di lasciare la politica da parte, fare parodia di tutti gli attivismi e tutte le retoriche di lotta e violenza. La cosa paradossale è la reazione della gente di strada alla vista di questi giovani: “a che cazzo servono?”, “fuori i fascisti dalla Crimea”, “non rovinateci la festa”. A gridare, gli uomini coi giubbotti di pelle nera e le pensionate coi fiori di ciliegio e bandiere russe in mano. Poi due di loro, con tanto di bandiera sovietica, si mettono di fronte alla strana colonna a gridare: “Putin, Putin!”, al che uno dei ragazzi risponde, sempre scherzando: “Eccomi!”. Le vecchiette vanno avanti a urlare: “Ucraina è Russia!” – al che gli studenti scandiscono: “Grazie, grazie!”.

Arriva un uomo in bicicletta che puntando il dito contro i ragazzi urla: “guardateli attentamente! Loro vivono fra di voi! Sono froci e lesbiche! Vogliono legalizzare tutto questo.” – e se ne va. Arrivano altre signore: “abbasso i benderovzy!”. Il signore di prima, parcheggiata la bicicletta, torna ad aggredire e cerca di strappare lo striscione dalle mani dei ragazzi, assistito dalle volenterose signore. “Milizia, milizia, ci stanno aggredendo!” – grida senza troppa convinzione uno della colonna. “Frocio, zitto, milizia non c’è”- risponde l’uomo e lo striscione viene strappato e buttato per terra. La pensionata urla addosso a un ragazzo con barba e capelli lunghi: “Sei uomo o cosa? Sei un benderovez! Questo è un gay pride! Ucraina era, è e sarà Russia”. Il ragazzo risponde, molto divertito: “sono cittadino russo”, al che si becca dalla signora: “Zitto, frocio! Urrà a Putin! Putin presidente del mondo!”

Cosa fanno i ragazzi dopo l’aggressione? Vanno avanti, portando nelle mani lo striscione immaginario, alzandolo in aria se incontrano gente sul loro cammino. Quando il corteo si ferma, altri commenti dal pubblico: “non può essere che siete per conto vostro”, “state facendo una stupidaggine”, “dovete essere con il paese, con il popolo, con vostri madri e padri”, “siete degli incoscienti!”. Mi permetto di descrivere questo episodio per dimostrare come un’azione assolutamente neutra e pacifica, anzi, scherzosa, susciti subito nelle menti infervorate una reazione di aggressività manesca.

Vorrei tanto potermi fermare qui, constatando solo che la situazione è carica di tensione e può scattare una scintilla in ogni secondo. È che la scintilla è scattata, e ha fatto fuoco mortale. A Odessa, magnifica città, colta e cosmopolita. Primo maggio, marcia pro-russa con gli slogan anti-ucraini, e nessun incidente. La gente li ignorava. Due di maggio, doveva esserci una partita di calcio. Anche a Kharkiv ce n’è stata una di recente. Mio nonno la racconta così: “sono arrivate due mila persone del pravyj sektor di Dnipropetrovsk”. Dnipropetrovsk, per chi non lo conosce, è una sorta di fratello di Kharkiv, città industriale, russofona e decisamente lontana dal nazionalismo ucraino. La storia mi è sembrata strana e ho verificato: si trattava dei tifosi della squadra locale che hanno fatto la tradizionale marcia di pace. Vi sembrerà assurdo, visti i recenti scontri accaduti in Italia, ma tanto è: negli ultimi mesi i tifosi ucraini hanno si sono fatti l’abitudine di fare una marcia dalla stazione allo stadio insieme. Le squadre avversarie si uniscono e camminano unite sotto le bandiere nazionali, e poi se devono menarsi, lo fanno caso mai dopo la partita. Ma prima, esprimono unità di intenti.

Anche a Odessa hanno fatto questa marcia: Metallist, la squadra di Kharkiv e Chernomorez di Odessa. La gente anche se non tifa viene a salutarli, e a cantare insieme cori irreverenti su Putin. Così è iniziata la storia il 2 di maggio. I tifosi in marcia, ed ecco che arrivano… e qui mi manca la parola. Chiamarli “filorussi” significa offendere tutte le persone che vogliono bene al popolo russo. Io sono filorussa e filoucraina, e anche filoitaliana per sovrappiù, perché nel mondo libero si può amare più di un popolo e più di un paese. Nel linguaggio russo degli ultimi mesi ci sono varie denominazioni per questa categoria di persone: i più neutri sono “separatisti” o “sostenitori della federalizzazione”, gli altri troppo difficili da rendere in italiano. Li chiamerò “aggressori” perché in questo caso lo erano. Nel esporre gli eventi mi baso sui racconti di testimoni oculari di Odessa e sui numerosi video, e cercherò di essere più schematica possibile. Nei prossimi giorni sentirete diverse versioni della storia, io vi do la mia.

Le persone con le strisce nero-arancioni che negli ultimi mesi contraddistinguono le persone che non sono patrioti del paese dove vivono, ma di un paese limitrofo, hanno aggredito la colonna dei tifosi, cominciando a gettare pietre, poi a sparare. Gli ultrà hanno risposto con i sanpietrini. Mentre si scambiavano le “cortesie”, sono arrivate le forze di polizia e l’autodifesa di Maydan. I poliziotti hanno fatto due cose. Un gruppo si è messo a barriera fra le due forze, l’altro ha fornito agli aggressori le mazze e gli scudi – così raccontano i testimoni oculari. In un video si vede bene come i poliziotti facciano una barriera con gli scudi mentre gli aggressori da loro protetti sparano sui manifestanti. In questa fase abbiamo un morto fra i tifosi e una decina di feriti. Cresce il numero dei feriti e i morti sono quattro. Arriva il reparto speciale, che da Berkut (Aquila) si è trasformato con il nuovo governo in Sokol (Falco), e cerca di cacciare via gli aggressori dal centro commerciale. Alcuni tifosi di Odessa che erano ormai allo stadio, tornano indietro, anche se la loro squadra sta vincendo. La gente esce dalle case, chiamata a raccolta via facebook. Cominciano ad organizzarsi con le pietre e i molotov. Ora gli aggressori sono in svantaggio, e mentre la gente va a bruciare le tende in cui erano accampati (indisturbati) da mesi, gli aggressori entrano nella Casa dei sindacati, per fortuna vuota, visto che è un festivo. Entrano, ma i loro capi che li hanno condotti fin lì se ne vanno nella direzione opposta, chiudendo la porta. Poco dopo si comincia a sparare dal tetto, gettare giù Molotov, pietre e pezzi di ferro saldati a mo’ di riccio. I Molotov, cadendo, incendiano l’edificio, il fuoco entra nelle condotte d’aria e la gente che si trova dentro comincia a soffocare per il fumo, e a saltare giù. Appena i manifestanti si rendono conto della gravità della situazione, chiamano i soccorsi e cercano di tirare fuori la gente. Inutile. Dentro si trovano corpi carbonizzati. Conteggio finale: alcuni dicono 36, altri 46 morti, il bilancio è destinato a salire perché di ustioni si muore lentamente. C’è qualche arrestato anche: tre di cui si sanno i dati anagrafici sono cittadini russi. Pochi menzionano 210 uomini che sono usciti con le loro gambe e 120 che sono stati tirati giù dai pompieri con i mezzi di salvataggio. Quasi nessuno scrive dle fatto che i volontari del pronto soccorso curavano i feriti senza distinzioni di appartenennza, facendo l’impossibile persalvare la gente senza avere i mezzi adeguati.

A Odessa è stato dichiarato il lutto cittadino di tre giorni. Fioccano le accuse più terribili, si moltiplicano le foto dei corpi carbonizzate e le teorie innumerevoli su come è andata e di chi è la colpa. Addirittura Nikolaj Lilin ha parlato e condannato (chi, secondo voi?). Lui, che ha sempre criticato tanto aspramente il potere sovietico ora è dalla parte della Russia grande e potente. I turisti russi di oggi già hanno menzionato i “nazionalisti che urlano “Gloria all’Ucraina” mentre la gente brucia e loro sono contenti”. Certamente a loro non hanno mostrato le foto degli ucraini che cercano di tirare la gente giù dai piani alti con delle scale improvvisate. Nei video che si moltiplicano in rete si vede chiaramente come il fuoco scoppia dentro l’edificio, dietro la finestra chiusa; dopo altri fuochi si accendono con i Molotov arrivate dall’esterno. Rimane da chiedersi com’è successo che i trenta morti soffocati non abbiano potuto muoversi in un edificio spazioso. In un ampio edifico sovietico, con tutte le porte aperte (se non come avrebbero fatto a entrare) e il fuoco che arriva (presumibilmente) dalle finestre, cosa ci voleva a spostarsi verso piani alti o sul tetto? Come mai hanno i vestiti intatti e le facce annerite? Come mai i mobili intorno a loro non sono bruciati? Prima di giudicare, lasciamo agli esperti il tempo per fornirci le risposte. Le domande sono molte anche sul prima e dopo l’incendio: se gli aggressori rappresentano il movimento separatista, perché fra loro non c’erano donne o uomini anziani, come nelle normali manifestazioni, ma solo uomini ben protetti e armati? Perché i poliziotti avevano sul braccio le stesse strisce di nastro adesivo rosso degli aggressori? Come era possibile che degli “civili” fossero armati con le armi da sparo e li usassero con tanta disinvoltura da dietro le schiene dai poliziotti, – e non ditemi che erano i cosacchi, che hanno il porto d’armi. Che ruolo ha avuto la polizia nel permettere agli aggressori di avvicinarsi ai tifosi? Perché il giorno dopo gli aggressori arrestati sono stati rilasciati sotto la pressione della folla? Perché il questore ad interim si abbracciava con il leader dei separatisti due giorni dopo la tragedia?

Ci sono anche elementi di ridicolo all’interno della tragedia: domenica scorsa a Mosca, nel picchetto sotto l’ambasciata ucraina è spuntata la solita comparsa bionda, che in passato ha impersonato di fronte ai giornalisti vari ruoli patetici e strappalacrime nelle città ucraine e ora si lamenta di essere stata “cacciata via dalla propria casa”.

È una storia sporca, e nessuno esulta di gioia alla notizia dei morti. Ci saranno strascichi pesanti, vendette e rappresaglie, bandiere e contro-bandiere issate e abbassate. Ci saranno ulteriori spaccature all’interno dei movimenti e nelle famiglie. Tireranno fuori di nuovo la carta ebraica, lo stanno già facendo. Forse sarà un casus belli che offrirà al paese limitrofo un motivo per come minimo vituperare l’Ucraina, come massimo invaderla. Senza ombra di dubbio, questo secondo giorno di maggio rimarrà come una cicatrice nella memoria collettiva.

Chissà da che parte starebbero oggi i cinque anarchici americani, accusati di terrorismo e giustiziati in seguito alle manifestazioni del primo di maggio del 1886? Chissà se i milioni di soldati e civili caduti in guerra, morti per difendere l’Unione Sovietica tutta, Ucraina inclusa, i famosi “nonni che hanno combattuto” che tanto spesso vengono citati nella retorica governativa russa, nonni mancati di tutti i popoli delle terre post-sovietiche, ci potranno proteggere dall’alto dei cieli dai disastri futuri? Venerdì prossimo avremo un altro giorno da temere: il 9 maggio, la festa della Vittoria sul nazifascismo. Già da mesi si vocifera che non sarà pacifica, e la misura delle provocazioni che si temono è talmente ampia da apparire ridicola. C’è che si spinge a fantasticare su un eventuale blitzkrieg russo, con lo sbarco dei paracadutisti a Kiev e la parata militare russa sul Kreschatik. “Sicuramente è un delirio fantascientifico!” – diciamo fra di noi, sorridendo, ma un dubbio rimane: troppe volte in questi ultimi mesi l’apparentemente impossibile si avverava sotto i nostri occhi increduli.

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3 thoughts on “Le feste di fuoco

    • Ciao, Vale! Ho notato che continui a commentare miei articoli, incollando lunghi pezzi di commenti scritit da altri, spesso in lingue come francese che non conosco. Ti chiederei se è possibile di mettere una TUA personale opinione, pertenente a quanto scritto, e non informazioni generiche che posso volendo trovare altrove. Solo in quel caso potrà approvare i tuoi commenti e renderli vivisibili a tutti. In ogni caso, sappi che leggo tutte le informazioni che condividi con me.

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