2. Memorando

Noi abbiamo votato, quasi tutte

Quando ero adolescente e ascoltavo il rock russo, c’era questa riga che mi è rimasta nella mente: “sapevo che staremo male ma non sapevo che sarà così presto”. Mi girava in testa ieri, come un presagio, anche se da parte nostra la preparazione era ottima.

Le lezioni presidenziali anticipate sono state convocate per il 25 maggio, lo stesso giorno delle elezioni europee. Dai primi di aprile l’associazione delle donne ucraine si è attivata per informare più persone possibile. Durante le domeniche chi voleva votare veniva per consegnare i documenti e noi aiutavamo a riempire i moduli, verificando ogni piccolo dettaglio. Poi abbiamo raccolto i passaporti, in tre viaggi a Milano li abbiamo portati al Consolato. Abbiamo prenotato un autobus e spedito gli inviti, facendo a proprie spese il lavoro che avrebbe dovuto fare l’ambasciata. Infine, tutte e tutti sono stati avvertiti e al momento convenuto, alle otto e trenta di mattina della domenica, il nostro gruppo era pronto per partire.

elezioni presidenziali ucraine a Milano

Orgoglio di una mamma ucraina

Metà delle donne indossava tradizionali camicie ricamate, fresche e festose. Tutte portavano le scorte di cibo e bevande. Nella mia borsa, preparata la sera prima, c’erano: acqua, arance, cracker israeliani ai semi di sesamo presi a Jaffo, sfogliatine ricevute in dono dalla Biblioteca comunale di Villafranca, e una scatola di cioccolatini Vechernij Kiev, ricevuti in dono da un gruppo di Leopoli e fatti dalla fabbrica di uno dei candidati alla presidenza. Ci preparavamo per una piccola fatica e una grande festa. Con noi viaggiavano anche due amiche italiane, che hanno deciso di documentare la giornata del nostro voto.

Il viaggio fino a Milano era allegro e pacifico. Si cantava, si raccoglievano le offerte per i feriti di Maydan, che presto dovranno arrivare a Verona per le cure mediche. Alla mia sinistra un simpatico signore di Leopoli corteggiava spudoratamente una bella signora di Luzk, che accettava volentieri il corteggiamento, accompagnando ogni battuta con la contro-battuta ancora più salace, per la gioia di altri viaggiatori. Lei parlava in russo e lui in ucraino, e s’intendevano alla perfezione. Lei iniziava spesso a cantare, un misto di canzoni ucraine popolari e vecchie canzoni sovietiche, che mi restituivano la mia infanzia e affermavano l’inscindibilità del passato e del presente.

Alle undici, quando eravamo sbarcate davanti al Consolato di Milano, il sole batteva forte e la gente era allineata lungo la strada in una lunghissima fila. I volontari gestivano il traffico, facendo scendere i nuovi arrivati e aggiungendo i gruppi uno a uno alla coda in attesa. Ci siamo posizionati dopo un gruppo di Busto Arsizio. I pullman arrivavano uno dopo l’altro. Passavano ogni tanto colonne di nuovi arrivati che venivano salutati con le mani, con le bandiere, al grido “Gloria all’Ucraina!” Un ragazzo portava addirittura due bandiere: la nostra e un’aquila dorata sullo sfondo azzurro. Così ho imparato com’è fatta la bandiera del Friuli. Curiosando, domandavo la provenienza dei nuovi arrivati. Bologna, Pordenone, Modena, Treviso, Venezia… “Vi siete svegliati tardi!”- li stuzzicavo, e loro si difendevano bonariamente: “C’era traffico! Abbiamo fato il meglio che potevamo!”

elezioni presidenziali ucraine a Milano

Donne sotto la bandiera nazionale

Non riuscivo a stare ferma, presa dalla voglia di osservare la gente. Alle manifestazioni di solito mi sposto verso la testa della colonna e poi rallento per far passare tutti davanti; qui invece mi spostavo lungo la fila immobile. A mezzogiorno dall’inizio alla fine ci volevano quattro minuti di cammino a passo spedito, e i bus continuavano ancora ad arrivare. L’atmosfera assomigliava a un pre-pride: ogni cento metri, dove c’era un gruppo unito, la gente cantava, anche con la chitarra, le canzoni popolari. Uomini e donne, bambini e anziani, metà in camicie ricamata oppure coi vestiti in stile ucraino, oppure con gli indumenti del tutto moderni ma dai colori nazionali. I giovani ragazzi con fisico da modelli sfoggiavano audaci tagli di capelli in stile cosacco. Non mancavano corone di fiori colorate e piume di struzzo gialloblù. Sul lato opposto, all’ombra, ci si sedeva per riposarsi, per fare uno spuntino. Se passavo vicino, l’odore familiare dei panini al salame stuzzicava le narici.

Vicino all’ingresso del Consolato la folla diventava più folta. C’erano i poliziotti, tutti belli come se andassero a sfilare al Mister Italia, che scannerizzavano con gli occhi le numerose belle ragazze ucraine in minigonna. Un gruppetto di autisti, con le loro camicie azzurre e cravatte d’ordinanza osservavano la folla. Per un corridoio speciale riservato alle famiglie coi figli piccoli sfilavano degli uomini robusti con i figli in spalla, le donne con i bimbi che sembravano una loro fotocopia, molti con le corone di fiori in testa. C’erano anche alcuni invalidi: una ragazza con la gamba ingessata, un uomo sulle stampelle, altro in carrozzella. In una tenda vicino si raccoglievano le offerte per l’esercito e si versava dell’acqua da bere; più in là, appoggiati ad una macchina a mo’ di scrivania, i volontari del Consolato aiutavano la gente a verificare il proprio numero nei registri elettorali. C’erano anche due notevoli assenze: giornalisti e bagni chimici.

A sinistra dell’ingresso dell’ambasciata, in ombra, c’era una colonna di qualche centinaio di persone. Stavano in fila a tre e cantavano in coro, molto affiatati. Tenevano con orgoglio la bandiera con la targa: Genova. In prima fila c’erano tre bambini nelle carrozzine. Ho chiesto come mai i genovesi se ne stavano lì in disparte, e non in coda. Mi hanno spiegato, che aspettavano il terzo pullman, con il loro prete dentro, e che si sarebbero messi in attesa solo tutti insieme. Vicino a loro c’era un italiano, un buffo ciccione che si aggirava nei paraggi incuriosito dal trambusto. Mentre guardavamo i bambini giocare con le bandierine ucraine, mi ha confidato la sua meraviglia di fronte alla nostra lingua così complicata: “Ma tutte le lingue scandinave sono così?” Gli ho fatto al volo una lezione sulla parentela fra le lingue, sorprendendolo con l’idea della fratellanza fra il romeno e l’italiano,

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Riparo dal caldo sotto l’ombrello e con un ventilatore

Per tre ore la nostra fila procedeva a passo svelto, gente entrava e usciva continuamente dal cortile, dove era ubicato il seggio. Faceva caldo, certo, ma la gente si distraeva con le chiacchiere, si tirava su di morale con i canti, e chi voleva poteva allontanarsi per sedersi un attimo sul marciapiede in ombra. Una signora molto robusta si era portata uno sgabello; un’altra aveva un ventilatore a mano che le alzava i capelli come su un set fotografico. Molti si coprivano la testa con i cappelli fatti con la carta di giornale piegata, alla maniera degli imbianchini. La bandiera ucraina che avevo usato per decorare il bus, e che mi ero messa sulle spalle come il mantello di Superman, era molto ambìto: la gente me la chiedeva in prestito per scattare delle foto. Il mio cappellino da baseball si è spostato sulla testa di un’adolescente, venuta a votare con la mamma. La mia borsa con le provviste è andata sulla spalla di uno degli uomini del nostro gruppo. Un altro uomo continuava per tutte le ore a tenere la bandiera in pugno, alzata in alto. Quando gli ho chiesto se non si stancava, mi ha detto con un sorriso garbato: “Sai, con il mio vecchio mi sono abituato a tenere i pesi tutto il giorno. Non ci faccio caso”.

Parlavamo anche con gli sconosciuti che erano in attesa vicino a noi. Il fatto che io parlassi russo non dava fastidio, anzi, ho trovato un’altra signora di Kharkiv. Noi dell’Est eravamo pochi, ma ben accetti. E anche la mia stella di Davide, in bella mostra sopra la maglietta ricamata, non infastidiva nessuno. Una signora di Vinnitza ci ha parlato a lungo del loro sindaco: “Groysman era un sindaco bravissimo! Ha chiuso le ditte private che facevano trasporto con i pulmini e potevano alzare i prezzi a loro piacimento, invece ha potenziato il trasporto pubblico, così che tutti potevano spostarsi a prezzi contenuti. Con Groysman tutti eravamo contenti, ha anche fatto una meravigliosa fontana in centro città, peccato che a febbraio ce l’hanno portato via, l’hanno fatto ministro di qualcosa ma noi abbiamo un bel ricordo di lui!” L’atmosfera era rilassata, tutti sopportavano pazientemente e le ore d’attesa volavano, ci rimaneva circa una quarantina di minuti, il nostro gruppo era già in vista dell’edificio del Consolato, quando è iniziato l’inferno.

All’improvviso tutti sono andati avanti molto velocemente. “Cosa succede? Gli impiegati sono tornati dopo pranzo?” – scherzavamo, e poi abbiamo visto: la strada è stata chiusa al traffico e divisa in nove corridoi, corrispondenti ai tavoli ai quali poi dovevamo andare a votare. Per velocizzare il processo, hanno deciso di dividere la gente e infilarli nei corridoi molto stretti. Diciamo che una signora della stazza di mia madre non riuscirebbe a starci dentro tutta. Stipati di corsa in questi corridoi, senza la possibilità di andare avanti o indietro, di allontanarsi, sedersi, proteggersi dal sole, avere una boccata d’aria fresca. Dietro c’era la gente che non vedeva cosa succede davanti che continuava a spingere. I gruppi sono stati spezzati, gli amici e le famiglie separate, l’ordine in cui eravamo fino ad allora in attesa sconvolto, di modo che chi era arrivato prima di noi si ritrovava dietro, giustamente arrabbiato. Questa decisione secondo gli organizzatori avrebbe sveltito la procedura, invece ha causato alla gente una sofferenza non solo fisica ma anche psicologica.

elezioni presidenziali ucraine a Milano

Primo soccorso alla donna che si è sentita male

Io ero stretta fra una ragazza molto alta di Leopoli davanti, che mi chiedeva la visuale, e una signora morbida e larga come un cuscino dietro. Pensavo a come si sentivano così pochi decenni prima di noi e per cosi tante ore gli ebrei o i tartari deportati nei carri bestiame. Appoggiando i piedi sulle transenne riuscivo ogni tanto a risalire verso l’aria fresca, a respirare e a cercare di capire cosa ci aspetta. La coda ha smesso di muoversi, ci spostavamo a ritmo di mezza transenna ogni mezz’ora. La gente sveniva, allora la folla si scindeva in due per aprire il passaggio alle barelle dei soccorritori. Ho contato circa sette mancamenti, fra cui un giovane ragazzo che ha avuto un attacco di cuore. Sveta e Oksana che hanno cominciato l’attesa nel recinto insieme a me non se l’erano sentite e sono andate via, a riprendersi nel McDonalds dietro l’angolo. Alcune persone arrivavano ai limiti della sopportazione e alzavano i tacchi, uscendo senza rientrare. Provate a immaginarvi, a che livello doveva arrivare la loro rabbia, se dopo un viaggio e dopo tutte queste ore di attesa hanno preferito mollare e andarsene. Comunque, erano pochi, il pubblico si sfogava, gridando ogni tanto “vergogna” all’indirizzo del Consolato.

Ad un certo punto ho capito che per resistere devo distrarmi: recuperando davanti a me uno spazietto largo un palmo, mi sono messa a guardare un serial sul leggendario anarchico ucraino Nestor Machno e la sua comune. Mentre Nestor confiscava le terre e buttava nel Dnepr gli ufficiali zaristi, la coda avanzava a piccole spinte. Per superare trecento metri c’abbiamo messo voluto due ore. Ogni tanto dall’alto arrivava qualche bottiglia d’acqua, che ti permetteva di non svenire.

Poi siamo arrivati di fronte al Consolato. Le transenne erano finite e tutti i “tavoli”, cosi diligentemente separati finora, si rimescolavano, un po’ come l’immondizia che, raccolta in modo differenziato, viene poi buttata tutta insieme in una grande discarica. Questo punto d’arrivo che sembrava tanto desiderato a quelli che ci stavano dietro, si rivelava una trappola peggiore della prima.

Quando uscivi dal corridoio e vedevi questo rimescolamento, ti prendeva uno sconforto e una rabbia, anche perché non si capiva, cosa bisogna fare ora. Di fronte a noi c’era un’altra transenna, la gente spingeva dietro e i volontari dall’altro lato tenevano con le mani divaricate di modo che non crollasse e la gente non cadesse in avanti. Loro erano sudati, si beccavano tutti gli improperi del pubblico e cercavano con la massima pazienza di spiegare l’inspiegabile. Ogni tanto gridavano il nome di un tavolo e cercavano di selezionare dalla ressa chi rispondeva al numero richiesto. Più avanti c’era uno slargo e sembrava che lì si stesse bene, si potesse respirare. Ho visto le signore della nostra associazione, ho gridato i loro nomi e loro mi hanno tirato fuori, dicendo che ero l’ultima del gruppo e se non votavo subito, nessuno poteva tornare a casa. Con l’aiuto del volontario più vicino, ho scavalcato la barriera.

Ero così felice di non essere da sola e di poter muovermi e respirare, che ho telefonato a Svetlana, amica che si era sentita mancare qualche ora prima. Lei si era avvicinata e siamo riuscite a convincere i poliziotti italiani di farla passare dentro. Le felicità di esserci riunite in gruppo era durata poco: da dietro è arrivato un nuovo gruppo di persone, ma nessuno spazio si è aperto davanti. Eravamo di nuovo schiacciate, di modo che non potevi né alzare la mano per grattarti il naso, né abbassarla per prendere qualcosa dalla tasca. La borsa era stretta fra le gambe e camminando me la trascinavo così. Il sole picchiava sempre forte e gli spiriti cominciavano a bollire. Un uomo ha cominciato ad urlare. Le donne hanno fatto il possibile per farlo calmare. Quando il console si è affacciato sulla folla, per chiedere di portare pazienza, un’onda di “Vergogna! Vergogna!” lo ha investito.

Me li ricorderò a lungo: la signora bassa e tonda che stava dietro di me e che si era lamentata che quando giravo la testa la colpivo con i miei capelli. La sua figlia alla mia destra, altrettanto tonda, arrossata, che cercava di tenerla per la mano ma poi ha detto: “mamma vai avanti, non ti preoccupare”. Il ragazzo alto che assomigliava a Klychko avanti a sinistra: ha cercato di calmare il brizzolato alla mia desta che gridava alla provocazione. Alla barriera, con le spalle rivolte a me per poter respirare, c’era Svetlana, coi capelli e la maglietta bagnati per non svenire, la sua pelle delicata bruciata dal sole e dietro di lei Orysia, una del nostro gruppo, con il suo bellissimo completo ricamato. Alla nostra sinistra c’era il corridoio d’uscita, e vedevo in faccia le persone che avevano votato: sembravano uscire da una lavatrice, sudati, schiacciati, frastornati, con una emozione indescrivibile negli occhi, insieme vincitori e sconfitti. C’era ancora qualche famiglia coi bambini che entrava, c’erano dei misteriosi privilegiati del tavolo nove, e c’erano alcuni volontari dalle facce poco sicure che passavano e velocemente uscivano senza tornare mai più. Più tardi mi hanno spiegato che se ti mettevi d’accordo, loro ti prestavano il loro gilet e potevi saltare la cosa.

Non biasimo i volontari. Il loro livello di stress, la rabbia che gli si rovesciava addosso erano difficili da mandare giù eppure loro ci riuscivano. Arrivavano ogni tanto per passare a noi delle bottigliette d’acqua, offerta dalla Protezione Civile. All’inizio passavano quelle da due litri, poi si sono resi conto che non poteva funzionare senza bicchieri, ma quando sono arrivate le bottigliette piccole era tardi: non potevi più alzare la mano per bere. “Dateci aria, non acqua” – gridavo, ma loro tiravano oltre e passavano le bottiglie a chi poteva alzare la mano. Le transenne ondeggiavano, e Orysia continuava a dirmi: “Marina, stai attenta se no ti schiacciano il piede!” – ma non potevo fare proprio nulla.

elezioni presidenziali ucraine a Milano

Una donna pensierosa dopo il voto

Anche sommando gli svenuti e gli spaventati dall’attesa, sarà andato via uno o due percento dei presenti. Gli altri hanno resistito. Sono gente robusta, gli ucraini d’Italia. Abituati allo sforzo fisico, abituati a sopportare il disagio, abituati alle lunghe file. Anche in mezzo alla mischia soffocante, continuavano a scherzare fra gli sconosciuti, e scusarsi per un piede pestato. Dicevano: “prima eravamo come delle acciughe nella botte, ora siamo dei baccala!” A me che sono bassa dicevano, “vedi di crescere di qualche centimetro, se vuoi farcela!” una  signora stava delicatamente spiegando ad un uomo dietro di lei di cercare di non staccare i bottoni della sua camicetta, e se deve proprio farlo di non staccarli con la stoffa. Detto nella lingua ucraina, faceva ridere di tenerezza.

Se c’era della rabbia da sfogare, si gridava tutti insieme “abbassa il console” o “vergogna”. Si parlava anche del perché stiamo sopportando tutto questo: “siamo qui per la nostra libertà, dobbiamo resistere fino alla fine, poi ciascuno vota come vuole, ma dobbiamo arrivare a votare. Ci lamentiamo per cosi poco, pensate come si sentivano i nostri ragazzi su Maydan! Come rischiano quelli che si presentano al seggio a Doneck! Per ora andiamo a eleggere il presidente, e poi se si comporta male, ne scegliamo un altro. Tanto ora sappiamo come si fa!”

Poi ci fu un’altra spinta forte, e ci siamo trovate nel cortile, dove c’era già gente che aspettava. A sinistra c’erano i bagni chimici, a destra sulle finestre erano attaccati i cartelloni dei candidati. Sulla soglia della sala di votazione, in piedi c’erano ragazzi con in mano i fogli con i numeri corrispondenti ai tavoli. In disparte il viceconsole osservava tutto, apparentemente tranquillo nella sua bella camicia ricamata. La forza centrifuga mi ha spinto fuori dal garbuglio umano e mi sono ritrovata vicino a lui. C’eravamo già conosciuti quando avevo portato i passaporti da registrare, e mi sono permessa di rivolgere a lui una domanda che tormentava tutti: “con quale cavolo di criterio i votanti erano divisi in tavoli?” Mentre eravamo in attesa la gente cominciava a creare le ipotesi più fantasiose: in ordine alfabetico no, era facile da verificare, forse in ordine di provincie d’origine? E subito s’iniziava a mormorare: “quelli del nono tavolo che passano più velocemente, non saranno mica delle regioni occidentali?” Non c’era molta logica sotto questa ipotesi, ma bisognava pur trovare qualcuno di cui dubitare. Insomma, ci tenevo tanto a scoprire il mistero di questa distribuzione, e ho chiesto alla persona competente. La sua risposta era quanto mai inaspettata: secondo la legge, si dividono le persone in ordine alfabetico della vie di residenza. C’è una distribuzione prestabilita di quante lettere vanno per ciascun tavolo. In Ucraina, dove si vota quartiere per quartiere, la cosa ha senso perché così vanno a votare i gruppi di vicini, i parenti residenti sulla stessa strada ecc. Ma in Italia, c’è un dettaglio che non hanno previsto: l’abbondanza di vie che cominciano con la “S” di San Qualcuno. Le prime e le ultime lettere dell’alfabeto erano meno richieste, per questo alcuni tavoli erano vuoti e altri strapieni di gente. Io ovviamente ero alla lettera “S”, tavolo sette.

Finita la conversazione con il console, mi sono ritrovata, spinta dalla gente, dritta di fronte alle porte della sala. Già che stavo facendo domande in giro, ho chiesto ai volontari per quale motivo tenevano i cartelloni alzati di fronte alla massa di gente assolutamente disordinata. “In teoria dovrebbero stare in fila, ciascuno in corrispondenza al proprio numero, però… hai presente l’asilo nido?” Non ho avuto tempo di rispondere, perché è arrivata una donna e ha chiamato cinque persone del settimo tavolo. Così mi sono ritrovata finalmente nel luogo tanto agognato.

Quando ho visto le condizioni in cui lavorava la commissione, mi era passata la rabbia. La sala era piccola e stretta, con il sole che batteva attraverso le finestre chiuse con i cartelloni elettorali appesi fuori, l’aria non c’era. La gente urlava e si spingeva. Le urne erano piene zeppe. Ogni tavolo era servito da due volontari. Uno ti chiedeva il numero e l’altra cercava nel grosso il registro ormai stropicciato. “Cerca alla pagina 14, dovrebbe essere lì da qualche parte” – diceva il ragazzo, e la donna, presa apparentemente dal panico, stentava a ritrovare nella lista un numero di quattro cifre. Una volta trovato il mio nome, due firme, ed ecco che il lungo lenzuolo di candidati era fra le mie mani. “Ci sono istruzioni per votare nella cabina?”. Il ragazzo stanco puntava il dito sulla riga più alta: “ecco le istruzioni, metti la crocetta dove ti pare”.

La cabina elettorale era il primo luogo in sette ore in cui mi sono trovata da sola. Ne ho approfittato per sistemarmi i vestiti, i capelli, per mettere via il passaporto. Il tempo per pensare non c’era, ho messo la croce sul candidato utile e sono uscita, ringraziando con un sorriso ebete chiunque avessi incontrato.

Una volta fuori, ho scoperto che dietro la folla pressata e urlante c’era una sorta di zona di chill out. Le donne sedute sul ciglio della strada con le scarpe appoggiate vicino ai piedi stanchi, le coppiette ancora allegre che si baciavano e si abbracciavano, le bandiere di nuovo alte, cartelloni dei punti di raccolta con i nomi delle città. la montagna di immondizia cresceva intorno ai cestini, ma il marciapiede restava pulito. Era arrivato anche un chiosco con i panini, ma noi non ne avevamo bisogno: nel bus si stava già banchettando. I frigoriferi, portati con tanta pazienza dai nostri uomini, sono stati aperti, producendo una tale quantità di polpette, lardo, salumi, formaggio, pomodori, cetrioli, pane nero e bianco da poterci costruire una piramide di calorie. Erano doni delle nostre due terre, dell’Ucraina e dell’Italia, ed erano quanto mai opportuni. Poi ho recuperato il capellino, con il ringraziamento della ragazzina (aveva le gambe magre piene di lividi per gli spintoni ricevuti, ma almeno si è salvata dallo svenimento), e la mia borsa delle scorte, coi cracker e sfogliatine triturati in polvere fina, sempre utilizzabili come sostituzione dei cereali nel latte la mattina dopo.

Quando ho votato erano le ore 18 in punto, ma abbiamo dovuto attendere un’altra ora e mezzo per veder tornare Orysia e Svetlana, sfinite ma non vinte. Svetlana ci ha messo tanto perché la folla l’aveva schiacciata in un angolo e non riusciva a svincolarsi da lì. Orysia invece ha avuto la sfortuna di entrare nel momento in cui la folla esasperata ha cominciato a spostare i tavoli verso gli impiegati e a stringerli contro il muro. Lei era al famigerato tavolo sette, ed è stata schiacciata, con la faccia sopra le pile dei bollettini e dei registri. Aspettando che tutti i gruppi si riuniscano, la gente si riposava nei bus ed intorno: chi aveva ancora il fiato in gola si sfogava al telefono o discuteva animatamente con gli amici, ma i più, inclusi quelli che erano ancora allineati lungo il muro in attesa, erano silenziosi e stanchi.

elezioni presidenziali ucraine a Milano

Un abbraccio in attesa di votare

La nostra festa è durata poco. Abbiamo sopportato più di quel che ci aspettavamo, e molto più di quello che avevano affrontato gli ucraini a casa o in altri seggi. Anche a Napoli e a Roma c’era qualche ora di attesa, ma nessuno ha subito un trauma del genere. Un unico seggio per tutto il Nord Italia è veramente insufficiente, ma la legge esistente non permetteva di farne di aggiuntivi, nonostante le nostre ripetute richieste e firme raccolte. Era un disastro annunciato: su 11.253 mila persone registrate hanno potuto votare solo 6.730. Questo significa che la commissione, lavorando dalle 08.00 fino alle 21.45, senza pausa, ne faceva passare uno al minuto. Se si fossero presentati tutti i registrati, il tempo si sarebbe ridotto ai quaranta secondi per persona. Sapevano in anticipo che non avrebbero potuto ricevere tutti in 12 ore di apertura del seggio, e hanno creato le condizioni tali da indurre i votanti che si erano presentati al seggio ad andare via. Era più facile, invece di fare qualcosa per velocizzare il lavoro, limitare il numero di accessi. La gente scaldata dall’attesa mormorava che lo fanno apposta, perché hanno avuto il posto all’Ambasciata nei tempi di Yanukovich e non bruciavano dal desiderio di aiutare il nuovo potere. Io personalmente non penso ci fosse un nascosto rancore politico. Gli impiegati e i volontari facevano il possibile, ma non era sufficiente.

Una volta giunti a Verona, abbiamo staccato la nostra bandierina dal parabrezza del bus, e ciascuno ha proseguito per la propria strada. Molte donne dovevano affrontare guai causate da questo ritardo: o i parenti degli assistiti arrabbiati per la domenica sera rovinata a stare dietro il proprio vecchio, o i vecchi affamati da accudire. Una donna doveva prendere il treno per tornare fino a Trento. Orysia ha camminato con me: le nostre vie non solo cominciano con la stessa “S”, sono anche parallele. Mentre camminavamo stanche per le fresche strade di Verona, ingenuamente ho parlato di doccia calda e di andare a dormire subito. Lei mi ha guardato, scettica: “guarda, che appena arrivo devo lavare una montagna di piatti, di domenica viene a trovarla suo figlio, mangia due volte ma non lava mica. Poi devo pulire la vecchia, darle le medicine, metterla a dormire, e solo dopo mi metto a letto, premesso che lei prenda il sonno e non mi svegli qualche ora dopo”.

Non sapevo come aiutarla. Non ha voluto nemmeno farmi portare il borsone con gli avanzi delle nostre scorte. Aveva detto che ormai era leggero. Avrei voluto trovare delle belle parole, dire che ciascuno di noi ha un proprio Maydan, un giorno o un periodo in cui bisogna tener duro per un futuro migliore, un paio di mesi in cui ci si stringe i denti e si va avanti per poi poter gioire dei frutti del proprio coraggio. Sarebbero parole vuote. Per lei e per migliaia di altre donne che fanno la stessa vita, che si chiudono nelle case altrui per il bene dei propri cari lontani, per un futuro migliore, il Maydan inteso come resistenza dura la vita intera. Senza flash dei fotografi e senza distribuzione gratuita di bevande. Ma forse, quando Orysia si sveglierà all’alba, quando andrà in cucina a preparare la colazione alla vecchietta, ad annaffiare i fiori sul suo terrazzo interno, penserà che sulla via parallela ci abito io, e più  in la c’è Ivanna, nel quartiere vicino al suo c’è Maria, e dietro c’è Lidia, e Vira, e Oksana, e anche Stepan e Ivan con la sua Olesia, e che tutti noi, chi ha votato e chi non ce l’ha fatta, siamo parte di qualcosa di grande.

27 maggio 2014

12 thoughts on “Noi abbiamo votato, quasi tutte

  1. Invece il popolo espatriato siriano in Francia, in Germania, in Belgio non potrà votare per la Siria presso le proprie ambasciate.

    • Invece a me dispiace a prescindere da chi sta “dietro le quinte”, se il risultato è la limitazione delle libertà civili.

  2. Io suppongo che anche Andrea Rocchelli e Andrey Mironov speravano di essere due liberi di opinione e di denunciare le malefatte ” a prescindere”. Guarda caso hanno perso la vita per aver pubblicato le foto dei bambini rifugiatisi in una botola con le riserve alimentari terrorizzati dalla guerra, non gli è stato concesso di vivere a prescindere! Fermati, fotografati, massacrati mentre tentavano di ridare voce alla resistenza antineonazi.
    Loro, soprattutto loro, non hanno potuto documentare e informare che Kiev sta massacrando il popolo ucraino.
    Forse non sapevano che politici, intellettuali, giornalisti ucraini vengono uccisi, minacciati, costretti a fuggire dall’ Ucraina per salvarsi se solo tentano di scrivere quello che vedono. Non è permesso di loro di farsi leggere le loro disperate lettere che arrivano dall’Ucraina, a prescindere neanche in Italia.

    • Scrivi: “politici, intellettuali, giornalisti ucraini vengono uccisi, minacciati, costretti a fuggire dall’Ucraina per salvarsi se solo tentano di scrivere quello che vedono”. Potresti elencarmi i nomi di queste numerose persone?

    • Guarda che ti stai sbagliando: questi giornalisti erano dalla parte di Maydan, dalla parte del popolo che ha preso il potere nelle proprie mani, e contro i fascisti russi che hanno occupato Donezk e Lugansk. Chi li ha ammazzati non ha visto alcuna foto, li hanno uccisi perchè erano nella zona di combattimento dove chiunque può morire, se capita sotto il tiro. Loro sono morti per la libertà del popolo ucriano, contro l’invasione del impero russo, che non ha piu’ nulla dell’Urss ma tutto dell’aggressività e nazionalismo della Germania nazista.

  3. Sarebbe bello che a prescindere venissero pubblicate le lettere disperate che arrivano dall’ Ucraina, ma così non è vengono censurate….a prescindere….

    Sai? Anche il popolo siriano è tre anni che gli tappano la bocca , a prescindere…. sempre dagli stessi.
    Ma resiste!

    C’è una lunga fila di popoli a cui viene tappata la bocca tramite una violenza INAUDITA, anche raffinatamente tramite le università.
    Ma, a prescindere, i popoli resistono.

  4. Anche se qualche nome si sa, non scrivo i nomi delle persone scomparse o minacciate o costrette all’esilio o indotte al silenzio, ma i nomi di centinaia di indirizzi di media e singoli che le hanno censurate fra cui c’è il tuo nome.

    • sono curiosia di conoscerli meglio. Vale, coraggio, chi è censurato in Ucraina? Chi sono gli intellettuali maltrattati? come faccio a censurarli, se non so nemmeno vagamente di cosa parli. Sono sinceramente incuriosita e vorrei un po’ di concrettezza nelle tue accuse.

  5. Giulietto Chiesa Pandora tv

    Ieri sono stato a una manifestazione a Roma, di donne del sud-est ucraino, che protestavano contro il potere di Kiev, che bombarda le città della Novorossija.
    Ho raccolto testimonianze agghiaccianti. Ovviamente da verificare. Ma vengono da persone (una delle quali ha avuto un fratello ucciso a Slaviansk da Settore Destro) che hanno informazioni dirette. La più grave riguarda Odessa, dove, nelle ultime settimane, sono stati uccise ben sedici persone: uno ad uno, attesi dai killer sotto il portone di casa. Tutte le vittime facevano parte degli arrestati dalla polizia nella casa dei sindacati di Odessa. Gli aggrediti, tutti cittadini di Odessa, vennero arrestati e tenuti in stato di detenzione per due giorni, interrogati, lasciati senz’acqua e senza cibo. In tutto, secondo quanto mi è stato riferito, erano 97 persone. Vennero liberati con la forza quando alcune centinaia di russi di Odessa assaltarono la sede della polizia. I sedici uccisi fanno tutti parte di quell’elenco. Evidentemente quell’elenco, con gl’indirizzi di casa, è finito in mano ai killer nazisti, che adesso procedono alla loro eliminazione sistematica.
    In città regna il terrore. Terrore che si esercita contro i russi. Settore Destro e Svoboda hanno preso le briciole nell’elezione che ha portato al potere l’oligarca Proshenko, ma il potere è in mano ai nazisti. Questa è la democrazia e la libertà nell’Ucraina colonia degli Stati Uniti e dell’UE.

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